Israele ha lanciato un attacco su larga scala contro obiettivi strategici in Iran, inclusa l’area legata alla Guida Suprema, in un’operazione che segnerebbe un’escalation senza precedenti e vedrebbe anche il coinvolgimento degli Stati Uniti. L’azione riflette il fallimento della pressione diplomatica sul nucleare iraniano e apre una fase altamente instabile, con il rischio di una risposta di Teheran e di un conflitto diretto tra Stati nella regione
Con l’operazione “Ruggito del leone”, Israele ha colpito direttamente il cuore del potere iraniano, attaccando Teheran e l’area che ospita la residenza e gli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei in un’operazione Che ha visto anche la partecipazione degli Stati Uniti. È la prima volta che il vertice della Repubblica Islamica diventa un bersaglio esplicito su suolo iraniano, segnando un’escalation senza precedenti nel confronto tra i due Paesi. La TV pubblica iraniana sta trasmettendo le immagini con in sottofondo la canzone della guerra “Mammade Nabudi Bebin”, canto patriottico-militare dedicato ai combattenti legato alla narrativa del sacrificio.
I raid, condotti sabato in pieno giorno, hanno colpito Teheran e altre città strategiche — tra cui Qom, Khorramabad e Isfahan — suggerendo un’operazione su scala nazionale contro centri nevralgici del potere iraniano. L’obiettivo ufficiale non è stato definito, ma fonti statunitensi indicano come possibile bersaglio l’apparato di sicurezza della Repubblica Islamica. Tuttavia, il bombardamento dell’area che ospita la residenza e gli uffici della Guida Suprema indica un’ambizione ben più ampia: non solo degradare capacità militari, ma colpire il cuore simbolico e politico del regime.
Secondo Reuters, Khamenei non si troverebbe nella capitale ed è stato trasferito in una località sicura. Il solo fatto che il vertice della teocrazia sia diventato un potenziale bersaglio diretto (l’area dell’abitazione è stata colpita con sette missili) suggerisce che l’operazione miri a minare la percezione di invulnerabilità del sistema di potere iraniano — una mossa che equivale, sul piano strategico, a tentare di “decapitare” il regime più che semplicemente contenerlo o portarlo a un avanzamento negoziale post-bellico.
L’attacco arriva dopo settimane di massiccio dispiegamento militare statunitense nella regione, il più consistente dalla Guerra del Golfo, inizialmente concepito come strumento di coercizione diplomatica per costringere Teheran a concessioni sul programma nucleare – e secondariamente a una serie di accordi riguardo ai missili balistici e alle milizie regionali. Parlando a Corpus Christi, Donald Trump aveva ribadito ieri la linea della Casa Bianca — nessun arricchimento dell’uranio, nessuna percentuale concepibile — accusando l’Iran di non essere disposto a fare passi sufficienti e lasciando intendere che la finestra negoziale si stesse chiudendo.
In questo contesto, l’azione militare appare come il risultato di una pressione diplomatica che non ha prodotto l’effetto sperato, trasformando la deterrenza in intervento diretto anche per ragioni di credibilità politica. Una volta mobilitate forze di tale portata, il costo politico di non utilizzarle rischiava di diventare superiore a quello dell’escalation. Trump, non incline alla guerra, si è trovato nuovamente costretto all’uso della forza, perché la negoziazione è fallita?
Nei primi commenti, il commander-in-chief ha provato a ordinare alla Guardia Rivoluzionaria Islamica dell’Iran – la componente dell’apparato militare legata direttamente alla teocrazia – di deporre le armi, affermando che saranno trattati equamente, con totale immunità, oppure andranno incontro a morte certa. Ma anche ammesso che dalle evoluzioni del conflitto potrebbero esserci perdite – un’ammissione che non incontra i favori del popolo Maga che lo sostiene, non incline a certe tipologie di azioni perché considerate molto distanti dagli interessi che compongono il concetto “America First”.
Per Israele, invece, la congiuntura che si è creata in questi mesi rappresenta probabilmente una finestra di opportunità irripetibile. La leadership iraniana appare indebolita dalla crisi economica interna, dalle proteste e dall’erosione della rete di alleanze regionali dopo il conflitto seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il sostegno e la copertura militare statunitense hanno ridotto i rischi di isolamento strategico, offrendo allo Stato ebraico la possibilità di colpire direttamente il proprio principale avversario esistenziale.
Resta incerta la risposta di Teheran. In passato l’Iran ha avvertito che eventuali ritorsioni avrebbero potuto colpire basi e personale statunitense nella regione, ma un’escalation immediata comporterebbe il rischio di una guerra totale su più fronti — uno scenario che il regime difficilmente potrebbe controllare, anche perché i principali partner, Russia e Cina, non sembrano interessati a farsi coinvolgere nella contesa se non a livello retorico. Allo stesso tempo, però, la leadership iraniana non può permettersi di apparire vulnerabile o disposta a cedere sotto pressione militare, soprattutto dopo anni di narrativa fondata sulla resistenza all’Occidente.
In questa prospettiva, accettare un certo livello di confronto armato può diventare una forma di resilienza politica interna: subire il colpo senza crollare consente alla Repubblica Islamica di riaffermare la propria legittimità rivoluzionaria, trasformando una debolezza militare in uno strumento di mobilitazione nazionale. La pressione esterna, anziché destabilizzare il sistema, rischia così di rafforzare temporaneamente la coesione tra élite e apparato securitario, riducendo lo spazio per dissenso e contestazione. O almeno, questa è una delle interpretazioni interne: ci sarà da vedere poi gli effetti degli attacchi, ossia cosa resterà degli apparati e se i movimenti di opposizioni sapranno capitalizzare dalla macerie.
L’operazione assume quindi una dimensione che va oltre l’equilibrio militare. Da un lato c’è la credibilità della deterrenza americana e israeliana; dall’altro la capacità del regime iraniano di sopravvivere a un attacco diretto senza apparire costretto a negoziare in posizione di inferiorità. Per Teheran, resistere può essere politicamente una vittoria — purché ciò permetta di evitare l’immagine di una leadership costretta a piegarsi alle pressioni esterne.
Mentre a Teheran viene chiuso lo spazio aereo e in Israele risuonavano le sirene per il timore di una risposta missilistica, la regione entra in una fase nuova e imprevedibile, in cui il rischio non è più soltanto quello di una crisi nucleare, ma di un conflitto aperto tra Stati.
















