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Iran, Trump e Netanyahu colpiscono la minaccia esistenziale. Cosa aspettarsi secondo Dentice

Trump e Netanyahu rivendicano l’operazione contro l’Iran come necessaria per neutralizzare una minaccia esistenziale e impedire a Teheran di dotarsi dell’arma nucleare, rivolgendosi anche direttamente alla popolazione iraniana. Secondo l’analista Giuseppe Dentice, l’attacco apre però scenari incerti sul “dopo”, tra rischi di escalation regionale, strumentalizzazioni politiche interne e dubbi sulla reale possibilità di indebolire un regime ancora solido

L’operazione militare contro l’Iran è stata rivendicata con toni durissimi dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha parlato di una campagna su larga scala volta a neutralizzare le capacità militari della Repubblica Islamica e a impedirle di minacciare la sicurezza americana e regionale. Washington – ha affermato – intende distruggere l’arsenale missilistico iraniano, annientarne la marina e impedire alle milizie alleate di Teheran di continuare a destabilizzare il Medio Oriente e colpire forze statunitensi e alleate. L’obiettivo strategico resta quello di impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare.

Nel discorso in cui ha spiegato l’azione ai suoi concittadini in primis, e poi al mondo, c’è stato un passaggio dal forte valore politico: Trump si è rivolto direttamente alla popolazione iraniana, sostenendo che il momento della loro libertà sarebbe vicino e invitandola a prepararsi a prendere il controllo del proprio Paese una volta terminata l’operazione militare, presentata come un’opportunità storica per rovesciare il regime.

Anche il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha giustificato l’azione come necessaria per impedire a quello che ha definito un regime terroristico di acquisire armi nucleari. Una “minaccia esistenziale” l’ha definita Netanyahu, ricordando decenni di ostilità e violenza attribuiti alla leadership iraniana e ha invitato le diverse componenti etniche del Paese a liberarsi da quella che ha descritto come una tirannia, sostenendo che l’operazione potrebbe consentire agli iraniani di determinare finalmente il proprio destino.

“Nulla che non si potesse immaginare, stando al dispiegamento di forze schierato dagli Stati Uniti in queste settimane”, commenta Giuseppe Dentice, analista nell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto per gli Studi Politici S. Pio V. “D’altronde, abbiamo già visto recentemente, per esempio nel caso russo con l’invasione su larga scala dell’Ucraina, che ammassamenti di forze, soprattutto in queste proporzioni, in regioni operative poi si trasformano in operazioni”.

Ora però gli Usa e Israele puntano a un’operazione rapida. “E però, al di là della preventivazione di quattro giorni di bombardamenti, anche se irrealistico, il rischio è il post. Quanto è stato organizzato per il dopo l’attacco? Cosa si vuole fare di questo Paese? Si pensa a un regime change? E con chi? Stiamo pensando ai discendenti di Reza Pahlavi?”.

Su questa linea, sostenuta soprattutto da Israele, Dentice trova altre osservazioni. “Qui le domande da porsi sono se dopo quarant’anni di propaganda assertiva e manipolativa sulla popolazione, i discendenti dello scià, che la rivoluzione islamica ha combattuto e rovesciato, abbiano effettivi spazi e consensi ampi. Una parte del sostegno sappiamo bene che esiste perché è effetto della disperazione, secondo alcuni sarebbe un male minore rispetto all’attuale regime, ma tutto ciò lascia ampie incognite, peraltro, su cosa si voglia realmente fare e con chi”.

Ma perché gli Usa hanno attaccato, quando è noto che Trump tende a detestare le possibilità di entrare in una guerra paludosa e lunga, come l’operazione in Iran potrebbe trasformarsi? “Ci sono situazioni di carattere interno. I Repubblicani americani sono sotto la morsa degli Epstein Files e, in un’ottica elettorale verso le elezioni di metà mandato a novembre, un successo in Iran potrebbe essere qualcosa di spendibile. In autunno, ci sono anche le elezioni in Israele, con Netanyahu che ha già problematiche di carattere giuridico e legale sulla possibilità di partecipazione, con un iter per la grazia ancora pendente, e anche in questo caso ottenere un successo con l’Iran può altrettanto essere una leva elettorale. Qui ci sarebbe da chiedersi anche chi muove le fila di certe azioni, ossia se Israele sia effettivamente in grado di influenzare le scelte americane”.

Spostandoci dal piano interno, che sembra mirare alla dimensione domestica e di breve termine, a livello regionale? “Siamo davanti a un momento importante, in costante evoluzione e con la presenza di un alto livello di imprevedibilità. Possiamo pensare che il rischio sia di rafforzare una serie di allineamenti che si stanno creando e dovremo osservare le reazioni dei grandi player regionali per capire quanto la guerra può influenzare anche gli interessi di Usa e Israele, perché molti attori del Golfo erano per esempio contrari a ogni azione che potesse destabilizzare il Medio Oriente”.

Per Dentice, si spiegherebbe anche in questi termini la risposta missilistica iraniana non solo ad Haifa, Tel Aviv e Gerusalemme, ma anche verso le basi americani di Manama e Abu Dhabi, con le sirene che continuano a suonare incessantemente in Qatar e Kuwait. “È chiaro da questo quanto la situazione sia fluida, imprevedibile e continua evoluzione tanto da allarmare tutto il Medio Oriente: tutto molto preoccupante”.

“Inoltre – chiede Dentice – va valutato come la popolazione iraniana reagirà a quanto sta succedendo e capire se una guerra combattuta dall’alto (soltanto dall’alto?) possa influenzare di fatto un regime come quello iraniano che, al di là di tutto, è effettivamente ancora saldo al potere”.


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