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Perché l’eliminazione di Khamenei non cambia il controllo nel Paese. Scrive Jean

La struttura di controllo dell’Iran è abituata a mantenere l’ordine pubblico anche con brutalità, come dimostrano le migliaia di giovani dimostranti uccisi dalle Forze di Sicurezza, cioè dai Pasdaran e dai loro ausiliari. Entrambi non lottano solamente per il potere, ma anche per il benessere e sicuramente non sono disponibili a cederlo senza forti resistenze. Il punto più debole della strategia di Trump e di Israele consiste nel fatto che non si vede quali possano essere gli sbocchi definitivi della crisi. L’analisi del generale Carlo Jean 

Non sono ancora chiari i motivi che hanno indotto Trump ad attaccare con Israele l’Iran. Anche gli obiettivi, fino a ieri, non erano del tutto evidenti, a differenza di quanto fosse lo schieramento di forze aero-navali americane in Medio Oriente dal Golfo al Mediterraneo Orientale.

Allora era evidente che Trump usasse la minaccia di un attacco militare per facilitare i negoziati, anche se gli obiettivi che si proponeva variavano nel tempo, oscillando dalla cessazione dell’arricchimento dell’uranio alla limitazione o, addirittura, eliminazione dei missili a più lunga gittata iraniani, con la scusa che essi prima o poi avrebbe costituito una minaccia anche per il territorio degli Stati Uniti.

Solo ieri Trump ha precisato che l’obiettivo è un “regime change” promosso dal “glorioso” popolo iraniano.

A parer mio, un cambiamento radicale di regime, come Trump ha indicato per l’Iran, è impossibile senza l’occupazione materiale del territorio, cioè senza l’impiego massiccio di truppe a terra che conquistassero almeno le zone più sensibili politicamente, economicamente e militarmente.

Non è mai capitato nella storia che un semplice attacco aereo – per quanto potente e prolungato nel tempo e utilizzante le più moderne tecnologie – possa cambiare un regime, soprattutto come quello iraniano in cui l’ossatura dello stato è nelle mani del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica o Pasdaran, forte di 180.000 uomini, diffuso capillarmente in tutto il Paese e che controlla non solo la parte più moderna dell’arsenale militare iraniano, ma anche quasi metà dell’economia con benefici evidenti per i suoi componenti.

L’eliminazione di Khamenei non modifica la struttura di controllo esistente nel Paese.

Essa è abituata a mantenere l’ordine pubblico anche con brutalità, come dimostrano le migliaia di giovani dimostranti uccisi dalle Forze di Sicurezza, cioè dai Pasdaran e dai loro ausiliari – Basiji.

Entrambi non lottano solamente per il potere, ma anche per il benessere e sicuramente non sono disponibili a cederlo senza forti resistenze.

Il punto più debole della strategia di Trump e di Israele consiste nel fatto che non si vede quali possano essere gli sbocchi definitivi della crisi.

L’opposizione, anche se diffusa, non è strutturata. Non ha un capo riconosciuto che possa governare il Paese.

Non è neppure organizzata secondo le divisioni etniche esistenti in un Paese tanto vasto (93 milioni di abitanti) e tanto composito in cui i persiani sono solo il 51% della popolazione e moltissime sono le minoranze tra cui la principale è quella azzera 24%, ma anche quelle curda, araba, turkmena e balucia.

Non esiste un centro unificante dell’opposizione al regime, mentre il governo retto da elementi per lo più moderati e opposti al potere degli Ayatollah non sembra in grado di poter assumere il controllo dei Pasdaran, dato che esso comporterebbe il mutamento completo delle strutture economiche del paese e lo smantellamento del Corpo delle GRI.

La soluzione più probabile è quindi quella che il potere, una volta cessati i bombardamenti degli Usa e Israele, venga assunto direttamente dai Pasdaran. Per gli iraniani si tratterebbe di cadere dalla “padella alla brace”, poiché verosimilmente il regime non sarebbe meno brutale da quello precedente.

L’unica alternativa a tale soluzione sarebbe la frammentazione dell’intero Iran in un insieme di milizie opposte tra di loro per il potere e la ricchezza.

Cioè uno “scenario libico” che è l’ultimo desiderabile da parte del mondo, in particolare dell’Europa e del Medio Oriente in quanto lascerebbe una regione tanto importante per l’economia mondiale in preda ad un caos difficilmente controllabile.

Verosimilmente, il conflitto è destinato a durare almeno qualche settimana.

Avrebbe un impatto importante sul prezzo del petrolio, dato che lo Stretto di Hormuz verrebbe chiuso da quanto rimane delle forze dei Pasdaran.

Al riguardo, c’è da notare che dell’“Armada navale americana” non fanno parte consistenti forze dei Marines.

Esse sarebbero necessarie per sbloccare lo Stretto di Hormuz in cui Pasdaran hanno concentrato i missili anti-nave, ricevuti dalla Russia e che ben difficilmente potranno essere distrutti solo da attacchi aerei.

È un’operazione che possono condurre solo le forze di terra che devono avanzare in territorio iraniano almeno una trentina di km sul fronte di circa 600 km, in modo tale da allontanare la minaccia dalla rotta delle petroliere.

Le forze di terra americane subirebbero consistenti perdite che inciderebbero ancora sull’oscillante sostegno che Trump ha dall’opinione pubblica americana e dal Congresso.

Essa richiederebbe, inoltre, un lasso di tempo non indifferente in cui si potrebbe scatenare l’opposizione interna a Trump.

L’unica possibilità che sembra realistica è che il presidente americano non si lasci convincere da Israele di perseguire obiettivi radicali in Iran quali il “regime change”, ma che si accontenti di un ritorno del governo di Teheran al tavolo delle trattative per trovare una qualche soluzione che gli possa salvare la faccia.

L’intera Europa, Italia compresa, è completamente fuori gioco. Lo sono anche la Russia e la Cina che si sono limitate a qualche sommessa protesta circa l’attacco americano e che diplomaticamente hanno ritirato dal Golfo le loro forze navali che stavano compiendo una esercitazione congiunta.

È interessante notare come la Cina sia stata molto più cauta della Russia, continuando nella sua strategia del silenzio e dell’attesa che tanto vantaggio le sta procurando a livello mondiale.

La Russia, con Lavrov, si è maggiormente sbilanciata, dimostrando al mondo quanto debole sia la sua posizione.

Non è escluso che Trump voglia attenuare l’imbarazzo di Putin con qualche scambio tra concessione all’Iran e concessioni russe all’Ucraina.

È un’ipotesi interessante che speriamo possa avverarsi.

Chi rimarrà “con il cerino in mano”, almeno parzialmente, sarà Israele che non potrà raggiungere i risultati radicali che spera e che consistono nell’azzeramento dell’Iran.


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