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Medio Oriente in fiamme. Obiettivi militari (e non solo) dell’attacco all’Iran

L’Operazione “Epic Fury” e il “Ruggito del Leone” riscrivono gli equilibri geopolitici globali. Oltre 200 morti, lo Stretto di Hormuz chiuso, Khamenei ucciso. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi

L’alba della guerra

Alle prime luci del 28 febbraio 2026, il Medio Oriente si è svegliato sull’orlo di una guerra che molti temevano da anni ma che pochi credevano davvero possibile. Con un’operazione coordinata senza precedenti, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un massiccio attacco militare contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Decine di esplosioni hanno squarciato il silenzio di Teheran, poi di Qom, Isfahan, Karaj, Tabriz e Kermanshah. In pochi minuti, il mondo ha cambiato volto.

Donald Trump ha annunciato l’operazione – battezzata dagli americani “Operation Epic Fury” e dagli israeliani “Il Ruggito del Leone” – in un video diffuso su Truth Social, dichiarando che gli Stati Uniti avevano avviato “importanti operazioni di combattimento in Iran”. L’obiettivo dichiarato: impedire che Teheran si doti di armi nucleari, distruggerne il programma missilistico, annientare la marina militare iraniana. Ma le parole di Trump al popolo iraniano hanno svelato un secondo obiettivo, ben più ambizioso: “L’ora della vostra libertà è vicina. Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo”. Un invito esplicito alla rivoluzione.

Cosa è stato colpito

L’attacco, definito “altamente selettivo” da fonti qualificate, ha preso di mira non solo le infrastrutture nucleari – già colpite nel giugno 2025 durante la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” – ma stavolta anche l’intera leadership politica, militare e religiosa del Paese. A Teheran sono state bombardate le residenze della Guida Suprema Ali Khamenei e del presidente Pezeshkian, la sede del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, il ministero dell’Intelligence, il palazzo della Corte Suprema e la base aerea di Mehrabad. Le forze armate israeliane hanno dichiarato di aver distrutto centinaia di siti militari e strutture per il lancio di missili.

Tra le notizie più dirompenti della giornata, quella sull’ayatollah Khamenei: dopo che fonti israeliane e media indipendenti come Iran International, basato a Londra, avevano riportato che la Guida Suprema sarebbe stata uccisa durante i bombardamenti, arriva la conferma. L’Iran conferma e si apre la partita per la sua successione. La Mezzaluna Rossa ha intanto confermato oltre 200 morti nelle prime ore, in 24 province del Paese.

La risposta di Teheran: Truth Promise 4

L’Iran non ha atteso. Le Guardie Rivoluzionarie hanno lanciato l’operazione “Truth Promise 4” colpendo simultaneamente Israele e le basi militari americane dislocate in tutto il Golfo Persico: Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Missili sono stati segnalati su Dubai, su Riad e su Doha, dove le difese aeree sono state riprese in azione. La base della Quinta Flotta americana in Bahrein è stata raggiunta da un attacco missilistico. I Pasdaran hanno infine annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz “fino a nuovo ordine”: un atto di guerra economica che colpisce il 20% delle forniture mondiali di petrolio.

Secondo fonti militari israeliane, l’Iran ha lanciato oltre 100 missili e droni contro Israele, ma con una logica precisa: distribuire gli attacchi su più fronti, gestire le scorte, prepararsi a un confronto prolungato. Teheran non ha ancora dispiegato tutte le sue capacità. La strategia iraniana sembra quella di tenere aperto più fronti contemporaneamente, sfruttando la sua posizione geografica per trasformare l’intera regione del Golfo in un teatro di guerra.

Il mondo prende posizione

Le reazioni internazionali hanno disegnato le linee di frattura del nuovo ordine globale. La Russia con Lavrov ha condannato l’attacco come “immotivato e in violazione del diritto internazionale”, esprimendo solidarietà a Teheran. La Cina ha chiesto la “cessazione immediata” delle operazioni, ribadendo che la sovranità iraniana deve essere rispettata. Mosca e Pechino non sono intervenute militarmente, ma il loro posizionamento politico è inequivocabile: si oppongono a un riassetto dell’ordine regionale imposto dalla forza americana e israeliana.

L’Europa ha mostrato la sua consueta frammentazione. La presidente della Commissione europea von der Leyen ha convocato una riunione straordinaria per lunedì, senza condannare esplicitamente l’attacco. La Germania di Merz ha criticato i bombardamenti ma ha anche chiesto all’Iran di “astenersi da attività destabilizzanti”. Solo il premier spagnolo Sanchez ha usato parole nette di condanna verso l’azione militare congiunta. Il Segretario Generale dell’Onu Guterres ha parlato di una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, convocando d’urgenza il Consiglio di Sicurezza.

Cosa succede adesso

Trump ha dichiarato ad Axios di avere “diverse vie d’uscita” dall’operazione, inclusa la possibilità di concluderla “in due o tre giorni” e avvertire Teheran che tornerà se ricostruirà i suoi programmi militari. Ma gli scenari sul campo suggeriscono una complessità molto maggiore. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, un’eventuale guerra prolungata potrebbe scatenare uno shock energetico globale di proporzioni storiche. La potenziale morte di Khamenei apre un vuoto di potere in Iran che potrebbe sfociare in una rivoluzione, in una guerra civile, o in entrambe le cose.

Quello che è certo è che il 28 febbraio 2026 segna una cesura nella storia contemporanea. Per la prima volta dall’istituzione della Repubblica Islamica nel 1979, gli Stati Uniti sono direttamente in guerra con l’Iran. L’obiettivo non è solo militare: è ridisegnare il Medio Oriente. Se riusciranno nell’impresa, o se apriranno un baratro incontrollabile, lo dirà solo il tempo. Ma le prossime 48 ore – con un Iran ferito e furioso, una regione in allarme massimo e il mondo che osserva – saranno tra le più decisive degli ultimi decenni.


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