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Tra interessi economici e cautela militare. La prospettiva russa sulla crisi in Iran

Condanne dure ma nessun intervento militare. La crisi iraniana rivela il carattere transazionale della relazione russo-iraniana e i possibili contraccolpi per il Cremlino tra corridoi logistici, energia e reputazione internazionale

“Cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale”. È questa la formula scelta dal presidente russo Vladimir Putin per commentare la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, bersaglio primario nell’ondata di attacchi di precisione condotti dalle forze armate israelo-statunitensi all’interno dell’operazione “Epic Fury” lanciata nelle scorse ore. “Nel nostro Paese, l’Ayatollah Khamenei sarà ricordato come uno statista eccezionale che ha dato un enorme contributo personale allo sviluppo delle relazioni amichevoli tra Russia e Iran, elevandole al livello di un partenariato strategico globale”, ha poi aggiunto Putin.

Ma questa “partnership globale” sembra essere rimasta soltanto un esercizio retorico, almeno per il momento. In modo pedissequo a quanto avvenuto lo scorso giugno, quando con l’operazione “Midnight Hammer” Tel Aviv e Washington impiegarono lo strumento militare per colpire le infrastrutture nucleari del Paese turanico, o ancora con quanto avvenuto nel caso del Venezuela o della Siria, o ancora prima dell’Armenia. Sia chiaro, una forma di sostegno verso Teheran c’è effettivamente stato: negli scorsi mesi Mosca avrebbe fornito al partner mediorientale sistemi di difesa anti-aerea spalleggiabili per un valore totale di circa 500 milioni di euro, assieme ad una serie tecnologie volte a rafforzare la repressione del dissenso da parte del regime degli ayatollah. E anche sul piano politico-diplomatico, oltre alle condanne il Cremlino si è mosso anche in altro modo, proponendosi anche come mediatore tra Teheran e Washington, o ancora organizzando esercitazioni congiunte con le forze armate iraniane e con quelle di altri attori (leggasi Cina).

Ma al netto della retorica e delle prese di posizione pubbliche, la cautela mostrata dal Cremlino non rappresenta necessariamente una sorpresa. Il trattato di partenariato strategico globale firmato nel gennaio dello scorso anno, mirato a regolare per almeno vent’anni le relazioni tra i due Paesi, non prevedeva infatti alcuna clausola di difesa reciproca né obblighi automatici di assistenza militare. Più che un’alleanza formale, l’accordo mirava ad ampliare la cooperazione economica, energetica e tecnologica tra due attori accomunati dall’isolamento imposto dalle sanzioni occidentali e dalla necessità di costruire canali alternativi di commercio e finanziamento.

Questo non vuol dire che il Cremino sia indifferente a quanto sta accadendo in questi giorni. Al contrario, Mosca rischia di perdere molto più di quanto possa guadagnare. Come menzionavamo poco sopra, sul piano economico l’Iran rappresenta uno dei principali pilastri della strategia russa di adattamento alle sanzioni occidentali. Il corridoio commerciale Nord-Sud – infrastruttura multimiliardaria destinata a collegare Russia, Caucaso, Golfo Persico e Oceano Indiano – costituisce una delle alternative più ambiziose alle rotte controllate dall’Occidente, permettendo a Mosca di ridurre la dipendenza dai mercati europei e accedere direttamente ai mercati asiatici.

A questo si aggiunge la cooperazione energetica e nucleare civile. Solo pochi mesi fa le due parti avevano raggiunto accordi per la costruzione di quattro nuovi reattori nucleari nel sud dell’Iran per un valore stimato attorno ai 25 miliardi di dollari, ampliando una collaborazione già consolidata con la centrale di Bushehr. Parallelamente, compagnie russe avevano iniziato a espandere la propria presenza nei settori petrolifero e del gas iraniani, mentre l’accordo di libero scambio tra Teheran e l’Unione Economica Eurasiatica guidata da Mosca prometteva di aumentare significativamente i volumi commerciali bilaterali.

L’Iran rappresenta inoltre per la Russia un nodo logistico e politico cruciale nella costruzione di un ordine internazionale alternativo a quello occidentale. Dalla cooperazione nel Mar Caspio alla gestione dei corridoi terrestri attraverso il Caucaso meridionale, fino al coordinamento all’interno di piattaforme energetiche come Opec+, Mosca e Teheran hanno progressivamente cercato di sincronizzare le proprie politiche regionali per mitigare l’impatto dell’isolamento internazionale.

Proprio per questo, gli sviluppi delle ultime ore rischiano di produrre contraccolpi significativi. Un eventuale cambio di regime o anche soltanto una lunga fase di instabilità interna potrebbe mettere in discussione investimenti infrastrutturali e progetti energetici su cui il Cremlino ha puntato per compensare la perdita del mercato europeo dopo il 2022. Ancora più delicata sarebbe l’ipotesi di una leadership iraniana maggiormente orientata verso una normalizzazione dei rapporti con l’Occidente, scenario che ridurrebbe drasticamente il valore strategico della cooperazione con Mosca.

Paradossalmente, gli unici benefici nel breve periodo potrebbero arrivare dal mercato energetico. Un’eventuale interruzione del traffico nello Stretto di Hormuz o un crollo dell’export iraniano farebbero inevitabilmente salire i prezzi del petrolio, offrendo ossigeno alle finanze russe (e quindi alla macchina bellica), consentendo inoltre a Mosca di consolidare la propria posizione nei confronti della Cina, principale acquirente di greggio sanzionato. Ma risulta difficile pensare che questi benefici immediati possano controbilanciare la più generale erosione di influenza economico-diplomatica che il Cremlino sta rischiando in questo momento.


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