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Dopo il petrolio, il debito. L’altro fronte del Venezuela

Non c’è solo il rilancio dell’industria petrolifera a legare le sorti del Venezuela agli Stati Uniti. Il Paese sudamericano è tecnicamente fallito da nove anni e deve ai creditori esteri quasi 200 miliardi di dollari. E anche qui Washington potrà fare la differenza

Fosse solo il petrolio, la questione sarebbe finita lì. Invece per il Venezuela formato Stati Uniti c’è un altro fronte, non meno importante dell’oro nero: il debito sovrano. Da quando Donald Trump ha messo mano all’industria petrolifera venezuelana, una delle più importanti del mondo, se non altro perché sotto il suolo giacciono un quinto delle riserve globali, chiamando a raccolta le big oil, per Caracas si sono aperti scenari inediti. Il Paese sudamericano ha davanti a sé prospettive inedite: l’attrazione di nuovi investitori e la possibilità di tornare a esportare greggio. Il che, ovviamente, va a tutto a danno della Russia, dal momento che, come raccontato da questo giornale, chi finora ha comprato petrolio da Mosca, non è detto che continui a farlo.

Eppure c’è un problema. Il Venezuela ha un debito estero stimato tra i 150 e 190 miliardi di dollari. L’esposizione comprende passività della compagnia statale Petróleos de Venezuela (Pdvsa) tra 75 e 80 miliardi di dollari, obbligazioni sovrane tra 35 e 40 miliardi, oltre a debiti verso enti multilaterali e i governi di Cina e Russia, nonché contenziosi arbitrali internazionali. Già nel 2017 il Venezuela dichiarò fallimento sul suo debito estero, ovvero quello nei confronti dei creditori internazionali: non riuscì a eseguire dei pagamenti legati ad alcune obbligazioni per un totale di circa 60 miliardi di dollari emesse dal governo e dalla compagnia petrolifera statale.

Da allora i debiti non hanno fatto che accumularsi, ma i creditori non hanno mai davvero potuto esigerli, in parte per via della mancanza di risorse e in parte per le sanzioni statunitensi, che limitano la possibilità di ristrutturare il debito senza il consenso esplicito del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Ora, il modo in cui il Paese gestirà il suo debito dipende molto da come governerà la nuova presidente ad interim Delcy Rodríguez e da quanto il suo governo verrà influenzato dalle pressioni statunitensi. Al momento la situazione è molto incerta e fare previsioni a riguardo potrebbe essere prematuro. Tuttavia, secondo Bloomberg alcuni creditori ritengono plausibile che le trattative sul pagamento dei crediti possano cominciare quest’anno. Ed è qui che, secondo la London school of Economics, entrerà in gioco la Casa Bianca per una eventuale ristrutturazione.

Finora, si legge in un report della Lse, “Trump e la sua amministrazione hanno parlato molto del petrolio del Paese, ma non hanno delineato piani per il debito insoluto del Venezuela, che vale oltre il 200% del Prodotto interno lordo. Il Paese ha smesso di pagare le rate alla fine del 2017, entrando in una fase di iperinflazione. Trump, preso in parola, vuole triplicare o quadruplicare la produzione petrolifera venezuelana, il che richiederà investimenti pari a circa 100 miliardi di dollari nell’arco di almeno un decennio. I creditori del Venezuela, tuttavia, rappresentano un ostacolo sostanziale a questa missione”.

Il momento per una rinegoziazione con i debitori, tuttavia, potrebbe essere propizio. “Non è una cattiva idea ristrutturare il debito a condizioni favorevoli al Venezuela prima che ci sia un nuovo presidente degli Stati Uniti con priorità diverse. Inoltre, mentre l’industria petrolifera e l’economia in generale è a pezzi e la capacità di servizio del debito è estremamente limitata, il Paese può presentare argomentazioni convincenti per un massiccio alleggerimento del debito. Se per qualsiasi motivo, il segretario al Tesoro, Scott Bessent e il segretario di Stato, Marco Rubio, volessero raggiungere un accordo per dare al Venezuela una nuova possibilità sotto forma di di ristrutturazione, sarebbe una notizia fantastica”. Insomma, per il Venezuela è tempo di rinegoziare.

 


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