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Perché l’India teme gli attacchi terroristici dal mare

Secondo fonti d’intelligence, il gruppo jihadista pakistano Lashkar-e-Taiba starebbe ampliando l’addestramento marittimo dei militanti, con corsi su immersioni, motoscafi e infiltrazioni costiere. Il modello richiama la strategia usata negli attentati di Mumbai del 2008 e potrebbe aprire una nuova fase di minaccia terroristica dal mare nel subcontinente

A quasi due decenni dagli attentati di Mumbai, il terrorismo jihadista legato al gruppo pakistano Lashkar-e-Taiba (LeT) sembra tornare a guardare al mare come vettore operativo. Secondo fonti d’intelligence indiana, l’organizzazione starebbe rafforzando una struttura marittima dedicata, con programmi di addestramento pensati per preparare militanti a operazioni via acqua.

Il dato non è marginale. LeT – responsabile degli attacchi del 26 novembre 2008 a Mumbai, realizzati proprio attraverso un’infiltrazione dal mare – è da tempo inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche delle Nazioni Unite. Oggi, tuttavia, emergono segnali che indicano un possibile aggiornamento della sua strategia operativa.

Secondo le informazioni disponibili, il gruppo avrebbe introdotto corsi specifici di addestramento marittimo rivolti a giovani tra i 15 e i 35 anni. I programmi durano tra venti e quaranta giorni e comprendono nuoto avanzato, immersioni subacquee, gestione di motoscafi e tecniche di soccorso in acqua. Ufficialmente queste attività vengono presentate come iniziative di protezione civile o risposta ai disastri naturali. In realtà – sostengono diversi osservatori della sicurezza – sarebbero organizzate attraverso strutture di facciata vicine al gruppo, come la Pakistan Markazi Muslim League e la Muslim Youth League.

Il meccanismo seguirebbe uno schema già noto: prima incontri religiosi e lezioni ideologiche, poi una selezione dei partecipanti più motivati e infine il passaggio verso strutture militanti dove si aggiungono addestramento alle armi e tecniche di guerriglia.

Alcuni elementi indicano che la dimensione marittima non è solo simbolica. I programmi includerebbero manovre con motoscafi ad alta velocità, tattiche subacquee e tecniche di infiltrazione costiera, tutte competenze compatibili con operazioni clandestine. Analisti indiani stanno già collegando questi addestramenti a uno scenario che ricorda da vicino il modello operativo di Mumbai: piccoli gruppi altamente addestrati che raggiungono la costa via mare e colpiscono obiettivi multipli.

Un video circolato di recente avrebbe mostrato Haris Dar, figura di rilievo del movimento, mentre supervisiona sessioni di addestramento. In quelle immagini un altro comandante riconosce apertamente l’esistenza di una componente marittima del gruppo. Per diverse agenzie di sicurezza questo rappresenterebbe un segnale esplicito di reclutamento e preparazione.

Le attività, secondo le fonti citate, si svolgerebbero in varie località del Pakistan e del Kashmir amministrato da Islamabad: da Karachi a Lahore, da Bahawalpur a Muzaffarabad, oltre ad aree lacustri e fluviali utilizzate per le esercitazioni. Le stime parlano di circa 5.000 giovani potenziali combattenti che avrebbero frequentato corsi di nuoto e addestramento acquatico, con alcune centinaia successivamente confluite nelle file dell’organizzazione.

Il messaggio politico appare altrettanto significativo. In alcuni discorsi pubblici attribuiti a dirigenti del gruppo, tra cui il vice capo Saifullah Khalid Kasuri, sono state evocate nuove possibili azioni contro l’India via mare. In una frase che ha attirato l’attenzione indiana, Kasuri avrebbe affermato che se il 2025 avrebbe visto il Pakistan “dominare i cieli”, il 2026 potrebbe essere “l’anno dei mari”.

Dal punto di vista strategico la scelta ha una logica precisa. Il mare, che circonda l’India su tre lati, offre rotte meno controllate rispetto alle frontiere terrestri, soprattutto quando vengono utilizzate piccole imbarcazioni, squadre ridotte o infiltrazioni notturne. È una modalità operativa che complica la sorveglianza costiera e crea margini di sorpresa.

Per l’India il segnale non è nuovo ma resta preoccupante. Da anni New Delhi accusa Islamabad di tollerare – se non favorire – la presenza di gruppi jihadisti utilizzati come strumenti di pressione nella disputa sul Kashmir.

Se la creazione di una vera ala marittima venisse confermata, il quadro cambierebbe ancora. Significherebbe che Lashkar-e-Taiba non si limita più alla dimensione terrestre o urbana, ma punta a riaprire il fronte marittimo del terrorismo regionale. E nel subcontinente, dove traffici commerciali e città costiere sono vulnerabili, la minaccia dal mare resta una delle più difficili da intercettare. È per questo che la componente marittima, di superficie o underwater, è considerata cruciale nello sviluppo militare indiano.


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