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Iran, cosa (non) può fare l’Europa senza gli Usa

Secondo un’analisi dell’Ecfr, l’Europa non può limitarsi a gestire le conseguenze della guerra con l’Iran se vuole restare strategicamente rilevante: più che allinearsi alle operazioni statunitensi, dovrebbe investire capitale politico e diplomatico per favorire una de-escalation e contribuire al negoziato post-bellico. Ma il nodo è pratico: con il regime iraniano decapitato e Washington determinante nel futuro assetto di Teheran, qualsiasi via d’uscita dalla crisi passa inevitabilmente dal coordinamento con gli Stati Uniti

Mentre la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran continua ad allargarsi, anche l’Europa si trova di fronte a un dilemma strategico sempre più evidente: come difendere i propri interessi senza essere trascinata in un conflitto che ha già ulteriormente destabilizzato il Medio Oriente — e le interconnessioni indo-mediterranee verso l’Asia — e prodotto conseguenze dirette sul Vecchio Continente in termini di sicurezza olistici. Il dibattito è acceso non solo nei corridoi in cui si muovono i decisori politici delle capitali europee, ma chiaramente coinvolge anche i centri di analisi che ne influenzano le policy, e dunque le scelte.

In un’analisi pubblicata dall’European Council on Foreign Relations (Ecfr), think tank paneuropeo tra i i più influenti centri di pensiero dell’Unione, Julien Barnes-Dacey ed Ellie Geranmayeh osservano come diversi Paesi europei stiano di fatto allineandosi, in modo più o meno convinto, all’azione americana e israeliana contro Teheran. Secondo i due analisti, tra i massimi esperti mediorientali in Europa, questa posizione rischierebbe di trascinare il continente in una guerra più ampia e di compromettere gli interessi europei, soprattutto sul piano della sicurezza e economica. L’aumento dei prezzi dell’energia, la pressione sulle catene di approvvigionamento e il possibile rafforzamento della Russia sono tra le conseguenze citate nella loro analisi.

Secondo questa lettura, alcune capitali europee starebbero adottando una posizione ambivalente: critiche sul piano giuridico e politico all’operazione militare contro l’Iran, ma al tempo stesso disponibili a fornire supporto operativo alle operazioni occidentali nella regione. Il rischio, sostengono gli autori, è che l’Europa finisca per accettare una dinamica di escalation dettata da Washington — e Tel Aviv — senza avere una propria strategia autonoma. Ed è qui che per ricercare le ragioni della problematica occorre andare a monte.

La questione sollevata dall’Ecfr riflette effettivamente una discussione reale in corso. La situazione contingente — la guerra in Medio Oriente, primo vicinato geostrategico dell’Europa — è un test legato a una vulnerabilità profonda, strutturale: l’incapacità europea di agire come un unico attore geopolitico credibile e influente. Tanto che la posizione dei governi europei appare più articolata e meno lineare di quanto suggerisca una semplice lettura di automatico allineamento transatlantico.

Per diverse capitali europee, l’attacco all’Iran si colloca “fuori dalle regole del diritto internazionale”. Ma la priorità immediata è gestire le conseguenze della crisi e contribuire alla sicurezza dei partner europei stessi e regionali. D’altronde, la risposta emergenziale è conseguenza del non aver partecipato alla pianificazione delle operazioni, al punto di non essere stati avvertiti nemmeno del loro inizio. Fatta eccezione della Germania — probabilmente avvisata per la necessità di alzare l’attività operativa della grande base di Ramstein, che per gli Usa è il centro di riferimento per ogni ferito nella vasta regione che comprende Africa, Europa e Medio Oriente — nessuno sapeva in anticipo dell’attacco contro la Repubblica Islamica.

Ora dunque il problema è gestire le conseguenze di una crisi che è esplosa e senza che gli europei lo volessero. In sostanza, la questione politica c’è, ed è enorme, ma intanto occorre organizzarsi davanti alla realtà compiuta dei fatti. Per questo, per esempio, il Parlamento italiano ha approvato una risoluzione che impegna il governo a partecipare a uno sforzo comune europeo per sostenere, se richiesto, gli Stati membri dell’Unione nella difesa del proprio territorio da eventuali attacchi con missili o droni iraniani.

Ed è in questo quadro che l’Italia si prepara a rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo orientale. Roma, insieme a Francia, Spagna e Paesi Bassi, intende inviare assetti navali per contribuire alla protezione di Cipro, che si trova in stato di massima allerta di fronte al rischio di attacchi provenienti dall’Iran o da gruppi alleati come Hezbollah — dopo che il Regno Unito ha deciso di aprire le proprie basi alle operazioni statunitensi.

Tra le opzioni allo studio vi è l’impiego di una fregata della classe Fremm, come la Spartaco Schergat, attualmente nel Mediterraneo dopo la partecipazione all’esercitazione Nato “Dynamic Manta”, o in alternativa la fregata Federico Martinengo, attualmente a Taranto. Un’altra possibilità potrebbe essere l’utilizzo di uno dei cacciatorpediniere della classe Horizon, dotati di radar a lungo raggio e capacità avanzate di difesa aerea. Francia e Spagna stanno rafforzando la loro presenza navale con un dispiegamento simile, mentre i Paesi Bassi hanno annunciato l’invio della fregata Evertsen, una delle piattaforme europee più avanzate per l’intercettazione di missili e droni. Anche il Regno Unito si prepara a schierare il cacciatorpediniere Dragon per proteggere la base britannica di Akrotiri, nel sud di Cipro, già presa di mira da droni iraniani nei giorni scorsi.

Questa crescente presenza militare europea riflette il timore che la guerra con l’Iran possa estendersi, intanto al Mediterraneo orientale e poi chissà dove altro ancora. La posizione di Cipro, a pochi chilometri dalle coste mediorientali, la rende particolarmente vulnerabile agli effetti dell’escalation, ma il timore delle capitali europee è anche interno. L’Iran potrebbe avere la capacità di sensibilizzare cellule collegate ai Pasdaran per colpire “soft target” anche in Europa. A questo si aggiunge la spiccata propensione dei gruppi terroristici, come quelli affiliati allo Stato Islamico, a sfruttare il caos per spingere narrazioni e azioni — anche se non coinvolti direttamente in ciò che sta accadendo.

Al pari del dispositivo militare, l’Unione europea ha cercato di mantenere una linea diplomatica che combini fermezza e apertura al dialogo. In una riunione straordinaria tra i ministri degli Esteri dell’Ue e del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) — a cui per l’Italia ha partecipato la sottosegretaria agli Esteri Maria Tripodi — sono stati condannati gli attacchi iraniani contro i Paesi della regione, definendoli “ingiustificabili” e una minaccia alla sicurezza regionale e globale. Il comunicato congiunto ha sottolineato l’importanza della stabilità del Golfo per l’economia mondiale e ha ribadito la necessità di proteggere le rotte marittime strategiche, in particolare lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, cruciali per le forniture energetiche e per il commercio globale.

Allo stesso tempo, le diplomazie riunite hanno riaffermato la necessità di impedire che l’Iran acquisisca un’arma nucleare e di contenere i programmi missilistici e di droni che da anni rappresentano una fonte di preoccupazione per molti Paesi della regione. L’Ue e il Gcc parlano di sforzi diplomatici – perché vogliono evitare per ora di finire nella melma della mischia – mentre Usa e Israele stanno colpendo duramente le infrastrutture militari e nucleari iraniane.

La situazione corrente mostra dunque un’Europa che si muove su più piani: diplomazia, sicurezza e difesa dei propri interessi economici. Ma mette anche in luce il problema più profondo: l’Unione continua a reagire alle crisi piuttosto che anticiparle, oscillando tra il sostegno all’alleato americano e il tentativo di mantenere una propria autonomia politica.

È proprio questo il nodo che l’analisi dell’Ecfr mette sul tavolo: “La risposta collettiva dell’Europa è stata, nel migliore dei casi, un fiasco e, nel peggiore, una follia strategica”. Se vuole restare un attore strategicamente rilevante, non può dunque limitarsi a gestire le conseguenze della guerra. Deve investire capitale politico e diplomatico per contribuire a costruire un’uscita dalla crisi, spingendo verso una de-escalation e giocando un ruolo sul negoziato post-bellico, dicono Barnes-Darcey e Geranmayeh. Qui però il problema diventa pratico: con chi avviare questo tentativo di de-escalation?

Il regime iraniano è stato sostanzialmente decapitato, tanto che è stato lo stesso ministro degli Esteri a commentare — dopo che un attacco da Teheran ha colpito l’Oman, paese amico — che le forze armate e i Pasdaran non rispondono più a una catena di comando gerarchizzata e unidirezionale: e dunque a Teheran non c’è un interlocutore. Il Golfo è sotto shock e non ha ancora individuato il suo posto nel conflitto. Israele è intenzionato al redde rationem. Cina e Russia osservano la partita cercando di comprendere gli spazi dove ottenere massimo vantaggio. Infine, nelle sue ultime dichiarazioni pubbliche, Donald Trump ha tuonato la volontà di essere direttamente coinvolto nel processo di scelta della nuova Guida Suprema. Ossia, reality check: è quasi impossibile smarcarsi, perché senza coordinamento con Washington è difficile trovare una soluzione. Gli europei sono in grado di influenzare Trump? E Trump, dopo averli apparentemente lasciati all’oscuro delle sue decisioni iniziali, accetterà di coinvolgerli in quelle finali?


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