Mentre secondo l’emittente Nbc il Presidente americano sembra aver ripensato all’eventualità di dispiegare truppe sul territorio iraniano, tanto da averne discusso con i collaboratori, la situazione bellica registra una ulteriore intensificazione dei bombardamenti. L’analisi di Gianfranco D’Anna
Dietro l’accentuazione bellica dell’atteggiamento stile Sturm und Trump, tipico del tycoon, si agitano i timori della Casa Bianca per le incognite di shock economico globale e anche per quella che viene definita la sindrome di Carter. All’inizio della seconda settimana di guerra, la perentoria richiesta di resa incondizionata avanzata da Trump agli ayatollah e la sprezzante risposta del presidente iraniano Masud Pezeshkian: “Mai! i nemici devono portare con sé nella tomba il desiderio di resa del popolo iraniano”, hanno determinato una tale accentuazione esponenziale dei bombardamenti su Teheran da far temere che la capitale possa essere trasformata come Gaza in un deserto di macerie.
Una concreta eventualità che terrorizza i cittadini iraniani che affidano a The Guardian la loro disperazione: “siamo intrappolati tra il regime che ci sta uccidendo con le mitragliatrici e potenze straniere che ci considerano danni collaterali. Ma, scrivono i superstiti delle macerie di Teheran, chi rimarrà nell’Iran libero se veniamo tutti uccisi?”. Qualcosa comunque sembra agitarsi nei bunker sotterranee nei quali é ormai letteralmente rintanata la nomenclatura del regime. Nonostante i toni oltranzistici, il presidente Pezeshkian ha annunciato che la leadership ad interim che guida l’Iran dopo l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, ha deciso di mettere fine agli attacchi contro i paesi vicini.
Un annuncio che rivela le due realtà dell’isolamento e di bombardamento continuo in cui si ritrova il regime: il timore di essere attaccati anche via terra da una coalizione militare dei paesi dell’area, guidati dall’Arabia Saudita ed il progressivo esaurimento di missili e droni da lanciare. Invece che provocare la reazione delle monarchie del Golfo, con gli Emirati Arabi Uniti che hanno minacciato di congelare i depositi di petrodollari iraniani, i pasdaran hanno dirottato gli attacchi verso tre basi dei gruppi separatisti nel Kurdistan iracheno che potrebbero scatenare un’offensiva terrestre ai confini con l’Iraq.
Considerazioni strategiche che a Washington si aggiungono alla valutazione che assieme ad azzerare le capacità offensive e difensive del regime, i bombardamenti a tappeto impediscono le eventuali manifestazioni popolari di protesta e la rivolta contro gli ayatollah.
Nel novero delle conseguenze dell’attacco concentrico di Stati Uniti ed Israele contro l’Iran, é essenziale inserire, scrive sul Financial Times, Lawrence Freedman, professore emerito di studi sulla guerra al King’s College di Londra e autore di “Strategists and Strategy”, anche la regola aurea che “le conseguenze indesiderate di qualsiasi operazione militare possono essere altrettanto o più importanti di quelle previste”. E nel caso della polveriera mediorientale, mentre continua a inviare nuove ingenti forze nell’area, come nuove squadriglie di bombardieri B1 Lancer e la terza portaerei, la George Bush, che sarà dislocata nel Mediterraneo, i vertici militari dell’amministrazione americana, più che lo stesso Presidente Donald Trump, hanno ben presente le principali problematiche latenti.
A parte l’infido ruolo della Russia di Putin e della Cina, riguardano l’incontrollabilità di un eventuale shock petrolifero mondiale, l’instabilità dell’Iran post ayatollah e, per quanto riguarda direttamente Trump e le elezioni di midterm , la sindrome di Jimmy Carter. Nel 1980 l’esito sfortunato e tragico del tentativo di liberare 52 diplomatici americani tenuti in ostaggio a Teheran costò la rielezione al 39° Presidente degli Stati Uniti.
Accompagnato dalla first lady Melania, nel pomeriggio il tycoon si recherà alla base aerea di Dover, in Delaware, per rendere omaggio ai sei soldati uccisi domenica nell’attacco di un drone iraniano al centro di comando delle forze statunitensi a Port Shuaiba, in Kuwait. Più di ogni vittoria militare nei deserti a migliaia di chilometri da casa, agli elettori dell’America profonda che hanno rieletto Trump a furor di popolo, interessano soprattutto le vite dei loro familiari arruolati nelle forze armate e la stabilità economica dei prezzi dei generi di prima necessità. Più che l’America First, prevale insomma first the shopping . Tutto il resto, dai proclami di Trump agli editoriali dei media, rimbalza prevalentemente nell’ambito dei circoli politici e intellettuali di Washinton e New York. “Spendere è molto più americano di pensare”, sosteneva non a caso Andy Warhol.
















