Ciò che sarà estremamente importante, per il futuro del Paese, è evitare che ci sia un appiattimento della narrazione artistica contemporanea verso una narrazione dei soli vincitori. E qui, il fattore “mercato” può avere un ruolo umano importante. La riflessione di Stefano Monti
In questi giorni drammatici, chi si occupa di cultura non può associare il proprio sgomento personale e umano ad un’altra forma di preoccupazione, che non si sostituisce ma si aggiunge a quella per le persone. Si tratta di un approccio che spesso viene aspramente criticato: ma è importante capire che chi trascorre gran parte della propria vita cercando di tutelare, conservare, proteggere o valorizzare la cultura e la storia umana, non può restare indifferente di fronte ai pericoli che una guerra può generare non solo sulle vite dei cittadini, ma anche su quell’insieme di oggetti, mobili e immobili, e di tradizioni e culture immateriali che vengono normalmente identificate con il termine patrimonio culturale.
Se però per un attimo tralasciamo questa definizione, e piuttosto che guardare all’insieme nella sua totalità ci concentriamo su ciò di cui si compone, diventa evidente quale sia la posta in gioco: quando in una guerra si distrugge il patrimonio culturale, si sta colpendo non solo alle persone ma se ne minaccia anche la propria identità. Nel caso dell’Iran, questa preoccupazione ha probabilmente una dimensione ancora più intensa e sfaccettata. Intensa, perché l’Iran è l’antica Persia, e soltanto questo collegamento dovrebbe bastare. Sfaccettata perché a differenza di altre nazioni, l’Iran ha vissuto per decenni un clima molto rigido sotto il piano dell’espressione culturale ed è dunque possibile ipotizzare che ad una maggiore flessibilità in termini di libertà espressiva sia possibile associare una produzione artistica e culturale molto più intensa di quanto sia stato possibile osservare in precedenza.
Sia chiaro, l’Iran non è solo il Paese che viene raccontato in questi giorni: a Teheran, la capitale, c’è il Teheran Museum of Contemporary Art, in cui è custodita una delle più importanti collezioni di arte occidentale al di fuori di Stati Uniti ed Europa. Nella capitale sono presenti numerose gallerie d’arte, e il valore del mercato dell’arte iraniana, tra marzo 2024 e marzo 2025, riferito alle sole aste, è stato stimato intorno ai 17 milioni di dollari, con una forte attenzione alle dimensioni contemporanee, come dimostrato dal fatto che la maggior parte delle vendite di quell’anno hanno riguardato artisti tra i 40 e i 49 anni. Artisti iraniani sono famosi a livello internazionale e una densa e vivida produzione contemporanea, molto sfaccettata sia per stili che per temi.
Questi numeri, queste riflessioni, raccontano un frammento di un popolo molto eterogeneo, segnato senz’altro da grandi contraddizioni, contraddizioni acuite anche dall’importante diaspora che ha segnato il Paese nei decenni. Una popolazione più numerosa di quella dell’Italia, e molto più giovane della nostra, che risulta difficile stereotipare e che, come dimostrato anche dalle importanti proteste che hanno segnato il Paese, non si può far completamente aderire alle posizioni politiche e sociali dei suoi governanti, né la si può indicare come completamente distante da esse. Un sistema politico che consenta di far emergere in modo più appropriato tali contraddizioni avrà dunque un impatto molto elevato sulla produzione contemporanea, e questo elemento è estremamente importante non solo per il Paese, ma anche e soprattutto per il resto del mondo.
Attraverso la produzione artistica contemporanea, un Paese riesce a raccontare parti di sé che non possono essere raccontate attraverso la sola narrazione istituzionale. Non si tratta di numeri né di mercati, ma nella capacità di esprimere un’identità meno omogenea e più realistica. Il film Parasite ha riflesso una visione della Corea del Sud ben diversa da quella veicolata attraverso il fenomeno del K-pop, o del progresso tecnologico. Si tratta di un esempio “pop” per rendere chiaro quali siano le dinamiche che entrano in gioco: attraverso l’arte “vivente”, un Paese riesce ad esprimere delle parti di sé altrimenti silenti nelle visioni stereotipate, e queste componenti sottaciute da un lato sono in grado di trasferire una conoscenza che altrimenti verrebbe smarrita, e dall’altro consentono alle persone di tutto il mondo di comprendere meglio il Paese.
Ciò che sarà estremamente importante, per il futuro del Paese, è evitare che ci sia un appiattimento della narrazione artistica contemporanea verso una narrazione dei soli vincitori. E qui, il fattore “mercato” può avere un ruolo umano importante: stimolare, anche attraverso il semplice “commercio”, un interesse verso la globalità del Paese e non solo verso un’ideologia posticciamente applicata all’arte, potrà far emergere una realtà che chi la conosce sa quanto sia ben più complessa dalla narrazione che solitamente viene utilizzata per descriverla.
Se la tutela, la protezione e la conservazione sono funzioni essenziali per tutelare l’identità storicizzata di un territorio, la valorizzazione, anche attraverso le meccaniche del mercato, può invece svolgere il ruolo di diffondere visioni contrastanti e per questo realistiche dell’identità presente. Per quanto il Colosseo sia parte dell’identità di ogni Italiano, che l’abbia o meno visitato, sarebbe tuttavia irragionevole ritenere che il Colosseo esprima l’identità degli italiani di oggi.















