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La difesa aerea è cambiata per sempre. Ecco gli assetti low cost

Per decenni la superiorità aerea è stata il pilastro della dottrina militare occidentale. La diffusione di droni economici, missili a basso costo e attacchi saturanti sta però erodendo questo paradigma, mettendo sotto pressione sistemi difensivi progettati per minacce molto diverse. Una dinamica già preventivata in passato, ma che le operazioni nel Golfo stanno oggi evidenziando più che mai. Davanti a questa “democratizzazione del potere aereo”, le vecchie contromisure non bastano più e, inoltre, costano davvero troppo. Le alternative, però, esistono

Da decenni, la dottrina bellica americana (e, per estensione, quella occidentale) è imperniata sul concetto di superiorità aerea incontestata. Già durante la Seconda guerra mondiale, le Forze armate statunitensi, forti di una capacità industriale non eguagliabile dalle altre potenze, avevano fatto propria la lezione di Giulio Douhet e puntato intensivamente sul dominio aereo contro le forze dell’Asse. Questo approccio è poi continuato durante la Guerra fredda, arrivando a formalizzarsi nel 1982 con la dottrina Nato nota come AirLand Battle, che puntava a compensare il disequilibrio con i numeri sovietici mediante un impiego estensivo di assetti aerei tecnologicamente superiori. Impostazione dottrinale che trovò conferma durante la Prima guerra del Golfo, nel 1991, con l’operazione Desert Storm e non solo. Non stupisce dunque che, negli ultimi quarant’anni, il dominio aereo sia stato protagonista degli investimenti e degli sforzi delle Forze armate occidentali (quelle Usa in primis) per mantenere la propria superiorità militare. Eppure, gli sviluppi di quella che alcuni analisti già chiamano Terza guerra del Golfo stanno ridisegnando il paradigma stesso del dominio aereo, e in particolar modo delle contromisure. Droni low cost, attacchi saturanti e strike di precisione contro le installazioni di rilevamento stanno erodendo l’idea che il controllo dello spazio aereo possa essere assicurato unicamente mediante una forza aerea altamente tecnologica e numericamente contenuta.

Nuove minacce e nuove economie di guerra

Il primo fattore di cambiamento riguarda la natura stessa delle minacce. Negli ultimi dieci anni, la diffusione di droni commerciali, munizioni circuitanti e missili relativamente economici ha abbassato drasticamente la soglia di accesso agli strumenti propri del dominio aereo. Tecnologie che fino a pochi decenni fa erano prerogativa quasi esclusiva degli Stati oggi possono essere impiegate da attori regionali o anche da gruppi non statali. Il risultato è una proliferazione di vettori offensivi capaci di saturare i sistemi di difesa tradizionali. A questo si aggiunge la dimensione economica, tutt’altro che secondaria. Intercettare un drone o un missile da poche migliaia di dollari richiede sistemi sofisticati, sensori avanzati e vettori guidati il cui costo può raggiungere anche i diversi milioni di dollari per singolo ingaggio. Al contrario, molte delle piattaforme offensive utilizzate negli attacchi saturanti hanno costi di produzione di ordini di grandezza inferiori. Ne deriva uno squilibrio strutturale che vede l’attacco economicamente più sostenibile della difesa. 

Gli sviluppi del conflitto nel Golfo sembrano confermare questa dinamica. Secondo alcune stime, nei primi giorni dell’operazione Epic Fury le forze israelo-americane avrebbero impiegato più intercettori Patriot Pac-3 di quanti ne abbia utilizzati l’Ucraina in diversi anni di guerra contro la Russia. Il problema però non si limita al costo unitario degli intercettori, ma anche alla disponibilità degli stock e alla capacità di produzione in situazione di crisi. Un rapporto del Center for Strategic and International Studies (Csis) di dicembre 2025 stimava in appena 414 il numero di intercettori SM-3 disponibili nell’inventario statunitense, a fronte di ritmi di produzione inevitabilmente limitati dalla complessità tecnologica di questi sistemi.

In altre parole, l’attore che lancia centinaia di droni o missili economici può costringere il difensore a consumare rapidamente intercettori molto più costosi e difficili da produrre. In questo contesto, che vede una rete diffusa e ridondante di sistemi offensivi sul territorio avversario, anche il conseguimento della superiorità aerea locale mediante i propri velivoli e vettori rischia di essere geopardizzata.

Dalla difesa puntuale alla difesa d’area

Questo mutamento tecnologico ed economico mette in discussione anche l’impostazione architetturale dei sistemi di difesa aerea occidentali. Per decenni, tali sistemi sono stati progettati secondo una logica di difesa puntuale (point defense), con l’obiettivo di proteggere obiettivi specifici — basi aeree, centri di comando, infrastrutture strategiche — mediante batterie missilistiche e sensori distribuiti attorno al bersaglio. Una configurazione efficace contro attacchi limitati o contro vettori relativamente costosi e poco numerosi. Gli attacchi saturanti basati su droni e munizioni circuitanti, invece, impongono un cambio di paradigma. A maggior ragione se il bersaglio dell’attacco è un’area vasta e densamente urbanizzata, come le città del Golfo. La difesa aerea non può più dunque limitarsi alla protezione terminale dell’obiettivo, ma deve estendersi nello spazio circostante, intercettando le minacce prima che raggiungano la fase finale del loro profilo di attacco. In altre parole, la difesa aerea dovrà trasformarsi da sistema di protezione puntuale a rete di difesa ad area, distribuita e stratificata, capace di individuare e neutralizzare i vettori ostili in varie fasi del sorvolo.

Quali alternative agli intercettori tradizionali?

In questo contesto, è sempre più necessario affiancare agli intercettori tradizionali una nuova generazione di sistemi difensivi. Tra le opzioni più gettonate al momento vi sono le armi a energia diretta, come i laser ad alta potenza, che consentono di neutralizzare droni e munizioni leggere con costi per ingaggio estremamente ridotti rispetto ai missili guidati. Emblematico, in questo senso, è il fatto che le Forze armate israeliane abbiano già integrato in volumi consistenti questo tipo di assetti nella loro difesa aerea multistrato. Un’altra area di sviluppo riguarda l’impiego dello spettro elettromagnetico (e l’Italia, vedasi Elt Group, ne sa più che qualcosa), con sistemi di guerra elettronica capaci di disturbare i collegamenti di controllo dei droni, degradarne i sensori e interferire con i sistemi di navigazione satellitare. A queste soluzioni si aggiungono poi le ancora poco note armi a microonde, progettate per danneggiare simultaneamente l’elettronica di più bersagli, il che le rende un candidato ideale per la difesa d’area. C’è anche chi suggerisce di guardare al passato e rispolverare vecchi metodi, come i palloni aerostatici di sbarramento, assai poco pratici contro i vettori più avanzati ad alta manovrabilità, ma potenzialmente utili nei confronti di droni low cost per schermare ampie aree urbane. Per quanto desueta come contromisura, si tratterebbe in ogni caso di un investimento minimo dai potenziali risvolti positivi. In assenza di alternative più immediate, si tratta tutto sommato di una soluzione contemplabile sul breve e sul medio termine. 

Una nota per l’Italia

Benché il nostro Paese non sia direttamente minacciato in questa particolare congiuntura internazionale, le implicazioni di tali lezioni dal campo interessano da vicino anche la Difesa nazionale. Non è un caso che, nei giorni scorsi, il ministro Guido Crosetto abbia convocato una riunione d’urgenza con i vertici dell’industria per discutere proprio di questi temi. E così come le istituzioni politiche e l’industria, anche le Forze armate stanno traendo importanti insegnamenti dai più recenti sviluppi nel Golfo. Lo stesso capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha recentemente sottolineato come i militari italiani dovranno sempre più spesso operare “in contesti degradati, quando i sistemi e le moderne capacità tecnologiche saranno negati, disturbati o resi indisponibili”. 

Il conflitto nel Golfo potrebbe essere ancora nelle sue fasi iniziali, eppure sono già molti gli appunti da prendere per comprendere l’evoluzione presente e futura delle minacce. Appunti che, dalle strutture di comando alle singole unità tattiche, passando per la base industriale della difesa, giocheranno indubbiamente un ruolo anche nella ventura riforma delle Forze armate.


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