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Creare instabilità al governo non conviene a nessuno. Le ragioni del Sì spiegate da Velardi

Alla vigilia dell’incontro con Alfredo Mantovano promosso da Ylenja Lucaselli ed Ester Mieli, il direttore del Riformista Claudio Velardi spiega a Formiche.net perché, a suo giudizio, il Sì al referendum sulla giustizia ha solide ragioni di merito mentre il fronte del No punta soprattutto sulla politicizzazione dello scontro. Tra riforma della magistratura, stabilità del governo e divisioni nella sinistra

“Chi sostiene la riforma parla di come cambierà il funzionamento della giustizia, chi la contesta spesso immagina derive o conseguenze che in realtà non sono scritte da nessuna parte”. Lo sostiene Claudio Velardi, direttore de Il Riformista, che domani intervisterà il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano in un evento promosso dalle parlamentari di Fratelli d’Italia Ylenja Lucaselli ed Ester Mieli. E sebbene siano molte le ragioni di merito per votare Sì, a un certo punto subentra, spiega Velardi, anche una dimensione politica.

Direttore Velardi, domani sera modererà il confronto con Mantovano. Che tipo di dibattito si aspetta?

Sono stato invitato e mi fa piacere poter discutere con un esponente di punta della compagine di governo delle tematiche legate al referendum. Dal punto di vista tecnico sappiamo che siamo entrambi convinti sostenitori del Sì, ma io farò la parte del giornalista. Cercherò di fare da contraltare, di mettere sul tavolo anche gli aspetti più problematici della riforma, perché un confronto serio deve partire dalle domande, non dagli slogan.

In questi giorni lei è stato coinvolto in diversi eventi sul referendum. È la sensazione di una mobilitazione crescente?

Direi di sì. Questa settimana, oltre all’incontro con Mantovano, parteciperò anche a quello di Milano con Giorgia Meloni. Mi sembra evidente che il governo stia cambiando passo nella campagna referendaria. Del resto, sulla giustizia è impossibile non politicizzare il confronto fino in fondo. Paradossalmente, però, è il fronte del No che tende a politicizzarlo di più.

In che senso?

La grande differenza tra il Sì e il No è che il Sì ha argomenti di merito. Il No vive soprattutto di sospetti, di illazioni, di scenari ipotetici. Chi sostiene la riforma parla di come cambierà il funzionamento della giustizia, chi la contesta spesso immagina derive o conseguenze che in realtà non sono scritte da nessuna parte.

Eppure si dice spesso che il merito delle riforme fatica a interessare davvero l’opinione pubblica.

È vero. Il Sì deve restare molto ancorato al merito, ma sappiamo anche che alla gente spesso non interessa il dettaglio tecnico. Contano di più le sensazioni, il clima generale. E allora inevitabilmente entra in gioco anche una dimensione politica.

A cosa allude nello specifico?

Siamo in una fase internazionale molto complicata. In un contesto del genere le ragioni di merito della riforma si incrociano con un’altra questione: la stabilità del governo e del Paese. Una eventuale vittoria del No potrebbe aprire una fase di fibrillazione politica. È un rischio che esiste e che il governo deve considerare.

Quindi il referendum diventa anche un test politico?

In parte sì. Se gli oppositori dicono apertamente che bisogna dare una botta al governo, allora la domanda da porre agli italiani diventa molto semplice: in questa situazione vogliono davvero dare una spallata all’esecutivo? È una questione che inevitabilmente entra nel dibattito.

Al di là della politica, qual è il punto di merito più rilevante della riforma?

Il tema della malagiustizia è molto sentito nel Paese. Tantissimi italiani hanno avuto esperienze dirette o indirette con un sistema che non funziona come dovrebbe. La nuova governance della magistratura è importante per tanti cittadini, perché punta a riequilibrare il funzionamento del sistema.

Alcuni magistrati confessano di essere intimoriti – nel sostenere questa revisione costituzionale – da possibili ritorsioni dell’Anm. Come se lo spiega? 

L’Anm è un sindacato corporativo molto arroccato nella difesa dei propri privilegi. Questa chiusura finisce anche per mettere paura a molti magistrati che non appartengono a quelle logiche e che spesso preferiscono non esporsi.

Lei è stato molto critico anche con la sinistra su questo tema. Cos’è accaduto da quelle parti, considerato il portato trasversale della battaglia per la separazione delle carriere?

Vedo un atteggiamento francamente cinico. Molti esponenti della sinistra in passato erano favorevoli alla separazione delle carriere e persino all’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Oggi hanno cambiato idea per puro calcolo politico. È una forma di cinismo che ha radici lontane: l’idea che al potere si possa subordinare qualsiasi principio.

Tante persone di sinistra hanno scelto di sostenere liberamente le ragioni della riforma. Non riuscirà il fronte del No dunque a compattare tutte le sensibilità?

Sono convinto che molti elettori di sinistra voteranno comunque per la separazione delle carriere. Su questi temi l’opinione pubblica spesso va oltre gli schieramenti. Alla fine conta quello che le persone percepiscono come giusto, non la posizione ufficiale dei partiti.


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