Il petrolio torna sopra i 100 dollari mentre la guerra nel Golfo minaccia le rotte energetiche globali. Il G7 valuta il rilascio delle riserve strategiche, ma teme che l’escalation militare trasformi la crisi in un nuovo shock petrolifero mondiale
Il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile e i governi delle principali economie avanzate stanno valutando una misura straordinaria: il rilascio coordinato delle riserve strategiche. La discussione è emersa durante una riunione d’emergenza dei ministri delle Finanze del G7 con l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), convocata mentre la guerra che coinvolge Iran, Israele e Stati Uniti sta iniziando a produrre effetti pesanti sui mercati energetici.
Il punto di partenza è un’impennata dei prezzi che ha riportato il mercato petrolifero ai livelli più alti dal 2022. Nelle prime ore di contrattazione il Brent e il West Texas Intermediate hanno registrato aumenti a doppia cifra, superando la soglia psicologica dei 100 dollari. Alcuni benchmark regionali hanno mostrato rialzi ancora più marcati, segnale di una tensione crescente sui flussi fisici di greggio.
La causa principale è l’incertezza sulle rotte energetiche del Golfo. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto dell’offerta mondiale di petrolio, è diventato il punto di maggiore vulnerabilità del sistema energetico globale. Attacchi a infrastrutture, rallentamenti nella produzione e la possibilità di interruzioni (totale?) del traffico marittimo hanno alimentato il timore di uno shock dell’offerta. Alcuni segnali arrivano già dal lato dell’offerta: l’Arabia Saudita ha iniziato a ridurre la produzione perché il quasi blocco dello Stretto di Hormuz sta riempiendo i depositi di stoccaggio: una parte del greggio non riesce più a uscire dalla regione con la consueta rapidità.
Il rischio di escalation energetica
Un ulteriore elemento di tensione arriva dal piano militare. Secondo uno scoop pubblicato da Barak Ravid su Axios, giornalista considerato molto vicino all’amministrazione americana, tra Washington e Israele si sarebbe verificato il primo screzio dall’inizio delle operazioni contro l’Iran. Il nodo riguarda la decisione israeliana di colpire direttamente i pozzi petroliferi iraniani.
Per gli Stati Uniti il problema non è tanto la riduzione della produzione della Repubblica islamica. Gran parte del petrolio iraniano finisce infatti in Cina ed è in larga misura sostituibile con altre forniture – e nonostante la guerra, secondo società che monitorano tramite immagini satellitari i movimenti delle petroliere, l’Iran continua comunque a inviare grandi quantità di greggio attraverso Hormuz. Il rischio, piuttosto, è di natura tattico-militare: se i pozzi iraniani diventano un bersaglio legittimo, Teheran potrebbe ritenere altrettanto legittimo colpire le infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo. Uno scenario del genere trasformerebbe il conflitto in una crisi energetica globale. Come detto, i mercati petroliferi sono già sotto forte pressione: se le infrastrutture energetiche diventassero obiettivi militari, il rischio verrebbe immediatamente incorporato nei prezzi.
È in questo contesto che Axios riferisce la reazione istintiva di un funzionario americano all’inizio dei bombardamenti israeliani sui campi petroliferi iraniani: “What the fuck”. Per Donald Trump, come è stato storicamente per tutti presidenti statunitensi, il prezzo del petrolio alla pompa è un problema da gestire, perché tocca direttamente gli americani, anche adesso che gli Usa hanno raggiunto l’autonomia energetica. E colpire le tasche dei contribuenti mentre si combatte una guerra che rischia di sembrare ”undless” come quelle vituperate da Trump già nel primo mandato, sarebbe un boomerang: tanto più a qualche mese dalle elezioni di metà mandato, dove la narrazione America First dovrà essere ribadita all’elettorato.
L’opzione delle riserve strategiche
Il quadro è complesso, per questo l’IEA ha suggerito ai Paesi industrializzati di prepararsi a un rilascio coordinato delle scorte strategiche. Secondo alcune ipotesi discusse tra i governi, l’intervento potrebbe raggiungere i 300 milioni di barili, con alcune valutazioni che spingono la cifra fino a 400 milioni. Sarebbe un’operazione senza precedenti per dimensione: più del doppio rispetto all’intervento deciso nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Il numero impressiona, ma va letto in prospettiva. Il consumo globale di petrolio supera ormai i 100 milioni di barili al giorno. Trecento milioni di barili rappresenterebbero quindi meno di tre giorni di domanda mondiale. In altri termini, anche un rilascio massiccio avrebbe soprattutto una funzione psicologica: segnalare ai mercati che i governi sono pronti a intervenire per evitare una spirale dei prezzi.
Il precedente storico aiuta a capire la logica dello strumento. L’IEA fu creata nel 1974 proprio per coordinare la risposta delle economie avanzate alle crisi petrolifere. Da allora il meccanismo di emergenza è stato attivato solo cinque volte: durante la prima guerra del Golfo nel 1991, dopo gli uragani Katrina e Rita nel 2005, durante la crisi libica del 2011 e due volte nel 2022 in seguito all’invasione russa dell’Ucraina.
Le cautele del G7 e il ruolo dell’Asia
Nonostante la pressione dei mercati, però, il G7 non appare ancora pronto a muoversi. Il ministro delle Finanze francese Roland Lescure – che presiede di turno il formato dei ministri finanziari del gruppo – ha spiegato dopo le consultazioni tra le principali economie che l’opzione di un rilascio coordinato delle riserve resta sul tavolo ma non è ancora necessaria. “Non siamo ancora lì”, ha dichiarato, sottolineando che i governi stanno monitorando da vicino il mercato energetico e sono pronti ad agire se la situazione dovesse peggiorare. Per ora, dunque, le capitali del G7 preferiscono mantenere le scorte strategiche come strumento di emergenza, da utilizzare solo se la crisi nel Golfo dovesse tradursi in una vera interruzione dell’offerta globale.
Dietro questa cautela c’è anche una valutazione politica. Le scorte strategiche sono uno strumento potente ma limitato. Un intervento troppo precoce rischierebbe di esaurire una parte importante del margine di sicurezza senza risolvere il problema strutturale: la sicurezza delle rotte energetiche del Golfo.
La questione è particolarmente sensibile per Paesi come il Giappone, che dipende dal Medio Oriente per circa il 95% delle proprie importazioni di petrolio e possiede una delle maggiori riserve strategiche del mondo. Tokyo detiene circa 440 milioni di barili, equivalenti a oltre 200 giorni delle sue importazioni. Il governo non ha ancora deciso formalmente se rilasciare parte delle scorte, ma il dibattito è molto intenso: con l’indice Nikkei sceso di circa il 6% e il traffico nello Stretto di Hormuz fortemente compromesso, il Giappone è tra i Paesi più inclini a valutare l’uso delle proprie riserve.
Gli effetti della crisi energetica si stanno già propagando anche oltre le economie avanzate. In Bangladesh il governo ha deciso di chiudere tutte le università anticipando le vacanze di Eid al-Fitr come misura di emergenza per ridurre il consumo di elettricità e carburante, segno di come l’aumento dei prezzi dell’energia stia iniziando a colpire i sistemi economici più vulnerabili.
Un ulteriore elemento complica il quadro: il G7 non controlla la maggior parte della domanda mondiale di energia. I principali acquirenti del petrolio del Golfo sono oggi Cina, India e Corea del Sud. Anche un intervento coordinato delle economie occidentali avrebbe quindi effetti limitati se i flussi commerciali verso l’Asia dovessero subire interruzioni.
La vulnerabilità europea
Le implicazioni non riguardano solo il breve periodo dei mercati. Secondo Szymon Kardas, senior fellow dell’European Council on Foreign Relations, la guerra in Medio Oriente sta già mettendo in luce la vulnerabilità europea. “Secondo il World Energy Outlook 2025 l’Unione europea dipende per il 90% dalle importazioni di petrolio e per l’85% da quelle di gas”, osserva Kardas. “Questo significa che le turbolenze nei mercati energetici globali si trasmettono direttamente ai consumatori e alle economie europee”.
Kardas sottolinea anche un possibile effetto domino nei flussi commerciali. Se i Paesi del Medio Oriente dovessero limitare o sospendere le esportazioni, i grandi importatori asiatici sarebbero costretti a cercare forniture alternative, aumentando la competizione con l’Europa per l’accesso ai combustibili fossili e contribuendo ulteriormente alla pressione sui prezzi.
In questo contesto, l’ipotesi di un rilascio coordinato delle riserve petrolifere da parte del G7 rappresenta, secondo l’analista, “un passo immediato importante” che potrebbe temporaneamente attenuare gli effetti di eventuali carenze di offerta sui mercati globali.
Un’altra lettura arriva da Cinzia Bianco, anche lei senior fellow dell’Ecfr, secondo cui l’Europa oggi è meno esposta rispetto ai primi mesi della crisi energetica del 2022 ma resta altamente sensibile alla volatilità dei prezzi globali. L’Unione europea ha ridotto drasticamente la dipendenza dal gas russo via gasdotto — dal 45% delle forniture nel 2021 a circa il 12-13% nel 2025 – e le importazioni di petrolio russo sono scese dal 27% a meno del 3%. “Si tratta di un cambiamento strategico enorme”, osserva Bianco, “ma ha anche aumentato la dipendenza europea dai mercati globali del gnl e dai flussi energetici marittimi provenienti dal Golfo”.
Questa trasformazione rende il sistema energetico europeo più esposto alle interruzioni che possono colpire i chokepoint marittimi, a partire proprio dallo Stretto di Hormuz. Per questo, secondo Bianco, i governi europei dovrebbero consolidare gli strumenti sviluppati durante la crisi del 2022 – livelli obbligatori di stoccaggio del gas, acquisti coordinati, riduzione della domanda e meccanismi di solidarietà tra Paesi — trasformandoli da strumenti emergenziali in pilastri permanenti della sicurezza energetica.
Nel frattempo, le tensioni geopolitiche continuano a riflettersi sulle aspettative degli operatori finanziari. Trump ha minimizzato l’impatto del rialzo dei prezzi, definendolo “un prezzo molto piccolo da pagare” per la sicurezza globale. Ma nei mercati prevale una valutazione più prudente: pochi sono disposti a scommettere su un rapido calo delle quotazioni.
La discussione tra i governi del G7 riflette dunque un equilibrio delicato. Da un lato la necessità di rassicurare i mercati e prevenire uno shock energetico globale; dall’altro la consapevolezza che le riserve strategiche possono solo guadagnare tempo. Il vero nodo resta la stabilità del Golfo Persico. Finché quella rimarrà incerta, anche il mercato del petrolio continuerà a oscillare tra interventi straordinari e timori di crisi più profonde.
















