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L’Italia è un Paese ricco sempre più povero. Polillo spiega perché

L’Italia cresce poco e continua a scontare squilibri strutturali: bassa produttività, finanza pubblica sotto pressione e risorse patrimoniali inutilizzate. I dati Istat e le analisi di Bankitalia mostrano un Paese ricco ma rallentato, che necessita di riforme e investimenti mirati. L’analisi di Gianfranco Polillo

Gli ultimi dati Istat ritornano l’immagine di un’economia rattrappita. Un Paese – l’Italia – che cresce di un soffio, lungo un canalone discendente: 0,9%, nel 2003, 0,8% l’anno successivo e ora quel modesto per 0,5%: appena calcolato da Via Cesare Balbo per l’anno passato. Violente le reazioni delle opposizioni – specie dei 5 Stelle – contro il ministro Giorgetti. Violente, ma anche ingenerose. Quella crescita rattrappita non è l’episodio di un singolo anno, ma la norma che ha regolato l’intero sistema. Dalla nascita dell’euro l’Italia è cresciuta al ritmo dello 0,4% l’anno. E allora chi è senza colpa per scagliare la prima pietra?

Difficile quindi non concordare con il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta (32mo Congresso Assiom Forex, Venezia), quando osserva che l’Italia, sebbene abbia compiuto progressi che “non vanno sottovalutati. (Essi) non sono tuttavia sufficienti a colmare le carenze strutturali accumulate nel tempo né a garantire un ritorno stabile su un sentiero di crescita duratura”. Crescita – si deve aggiungere – che è la precondizione per qualsiasi possibile futuro progresso.

La restante batteria di dati, forniti dall’Istat, non fa che confermare questo assunto. Nel 2025 l’indebitamento è risultato essere pari al 3,1%, sebbene la pressione fiscale sia al top della classifica europea (in media 2 punti in più). Con una percentuale pari al 43,1% del Pil ed un incremento di 0,7 punti è risultata inferiore solo ai livelli del 2013 (governo Letta). Nello stesso tempo la spesa per interessi è risultata pari al 3,9% del Pil, con un aumento dell’1,9% e il debito pubblico al 137,1%, con un aumento di 2,4 punti.

Lo scorso anno, tuttavia, al danno della mancata crescita si è aggiunta una possibile beffa. Con un deficit pari al 3,1% rimarrebbe, infatti, in piedi la “procedura d’infrazione” con la conseguenza di non poter usufruire delle agevolazioni previsti in tema di deterrenza. Vale a dire della possibilità di contabilizzare fuori dalle rigidi regole del “Patto di stabilità” le somme necessarie per la difesa, fino ad un massimo dello 0,5% del Pil, nel corso del prossimo triennio. Il che considerato il pessimo clima internazionale non è proprio rassicurante. Per uno scostamento pari ad appena 1,5 miliardi su una soglia massima di 68,7 miliardi, consentita dalle regole del “Patto di stabilità”, l’Italia potrebbe pertanto essere costretta a comprimere altre spese di carattere sociale, per far fronte alle nuove esigenze difensive.

Si poteva evitare? In due modi. Se la crescita, invece dello 0,5 fosse stata dello 0,7%, come certificato in un primo momento dall’Istat, salvo poi un successivo ripensamento. Oppure se il tiraggio della spesa soprattutto per il “bonus condomini” fosse stata anche leggermente minore. Ma così, con buona pace delle proteste dei 5 Stelle, non è stato. Nel 2025 il totale dei contributi statali agli investimenti, a cui il “bonus condomini” ha contribuito, è stato pari a 38,4 miliardi. Quando, in condizioni normali, era, in media, di poco superiore ai 10. Spendere un po’ meno o crescere un po’ di più avrebbe riportato l’indebitamento al 3%, scongiurando, in radice, il possibile intervento della Commissione europea.

Fin qui i problemi specifici di una finanza pubblica, rispetto ai cui equilibri l’Italia ha sacrificato ogni altra cosa. Una scelta corretta? C’è da dubitarne. L’interrogativo di fondo è uno solo: perché l’Italia non cresce ad un ritmo decente? Vale a dire almeno con un tasso pari a quello medio dell’Eurozona? Gli mancano forse le risorse? Non ha più le energie di una volta? Gli italiani hanno forse perso quelle capacità che li resero visionari modernisti nel ‘500, come ricordato da Cristine Lagarde nel suo intervento alla Johns Hopkins University di Bologna? Interrogativi ai quali si può tentare di dare una risposta solo uscendo dai facili schemi del passato.

L’Italia non è solo bassa crescita ed incuria delle sue classi dominanti. È, anche, un paese fortemente patrimonializzato. Possiede, in altre parole, una grande ricchezza che rimane, tuttavia, inerte. Non produce sovrappiù se non sotto forma di interessi o di ricavato dalle locazioni. Nei confronti internazionali, da anni, il valore della ricchezza patrimoniale netta delle famiglie italiane (più di 8 volte il reddito lordo disponibile) è al top della relativa classifica. Solo recentemente superata dal Canada e dalla Spagna. Ma ben superiore a Francia, Germania e Regno Unito. Distacco, tuttavia, che proprio a seguito di quella mancata crescita tende ad assottigliarsi. Solo dieci anni fa, quel primato era assoluto.

Poi vi sono gli altri ingredienti. La scorsa settimana, la Banca d’Italia ha comunicato il valore delle riserve ufficiali in suo possesso: 424,596 miliardi di euro, alla fine di febbraio. Lo scorso dicembre ammontavano a solo (si fa per dire) 365,6 miliardi, equivalenti al 16,2% del Pil. In soli due mesi sono aumentate pertanto di 59 miliardi di euro: l’equivalente di tre vecchie “finanziarie”. Certo più dell’80% del loro valore è dato dall’oro, il cui prezzo, in conseguenza delle politiche commerciali di Donald Trump e della guerra, è lievitato oltre misura. Ma non per questo quelle risorse non possono rappresentare il collaterale per progetti di investimento in grado di far crescere il Paese.

Il quale, paradossalmente, non avrebbe nemmeno bisogno di ricorrere a questo intervento. Sarebbe infatti sufficiente che le risorse concesse, sotto forma di credito, all’estero fossero, invece, utilizzate in Italia, a seguito di quelle riforme del mercato dei capitali, vagheggiate sia nel rapporto di Mario Draghi che di Enrico Letta. Anche in questo caso l’Italia ha una forte posizione patrimoniale netta nei confronti dell’estero, che è creditoria. Alla fine del terzo trimestre dello scorso anno, il suo valore era pari a 297,6 miliardi di euro. Circa il 13% del Pil. Destinato a crescere nel trimestre successivo. A livello europeo è seconda solo alla Germania ed ai Paesi Bassi. Ma nonostante ciò, la sua condizione esistenziale rimane quella che è.

Ed ecco allora il grande contrasto, la dicotomia che da tempo (una decina d’anni), blocca il destino dell’intero Paese. Da un lato un tasso di crescita del Pil, sempre agli ultimissimi posti della classifica europea; dall’altro una ricchezza che altri ci invidiano (la posizione patrimoniale netta verso l’estero della Spagna è debitoria, per un valore pari al 49% del Pil), ma che noi abbiamo congelato, grazie ad una politica economica, ma soprattutto finanziaria, dai tratti iper conservativi e dai bipartisan inconsistenti risultati. Su questo sarebbe indispensabile ragionare. Lo dovrebbero fare soprattutto maggioranza politica ed opposizione, rinunciando per un momento al litigio continuo, in difesa di un più generale interesse del Paese.


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