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La lezione americana che serve all’Europa del defense-tech

Nel confronto sul defense-tech è emersa l’urgenza per l’Europa di colmare il divario tecnologico con una strategia comune che unisca industria, sicurezza e innovazione. Tra eccesso di regole, frammentazione produttiva e lentezza nei processi, i relatori hanno indicato tre priorità: accelerare l’adozione delle tecnologie, rafforzare competenze e filiere, costruire fiducia tra pubblico, imprese e difesa

Nel panel dedicato al defense-tech all’interno di EU-US Tech Agenda 2030, evento organizzato da Formiche con il patrocinio dell’Ambasciata Usa in Italia e moderato da Flavia Giacobbe, direttrice di Formiche e Airpress, il confronto si è concentrato sul ritardo europeo nella competizione tecnologica, sulla necessità di accelerare l’adozione dell’innovazione e sul rapporto sempre più stretto tra tecnologie civili, sicurezza e industria della difesa.

Europa, scala industriale e regolazione

Roberto Baldoni, senior advisor for Technology and cybersecurity policy to the italian Ambassador in the Usa, ha indicato nel contesto geopolitico e industriale il primo nodo da affrontare. “I conflitti accelerano la storia” e l’Europa, ha osservato, “ha accresciuto le proprie vulnerabilità negli ultimi quindici anni, non riconoscendo che qualcosa stava cambiando”. Per Baldoni, la leadership tecnologica, soprattutto sull’intelligenza artificiale, è ormai “una risorsa di tipo strategico per tutta la parte geopolitica”, mentre l’Europa continua a scontare frammentazione industriale e sovraccarico regolatorio. “Dobbiamo muoverci”, ha detto, perché “non possiamo rimanere troppo indietro”. Da qui la richiesta di “un alleggerimento regolatorio e di una minore frammentazione industriale”, anche perché “non si riesce più a dividere quello che è civile da quello che è militare”.

Interoperabilità, procurement e innovazione di processo

Riccardo Breda, director Public sector di Cisco Italy, ha descritto “un nuovo paradigma anche nel mondo della difesa, dove ogni physical asset è anche un digital asset”. In questo quadro, il tema centrale diventa la semplificazione, sia nella gestione dei sistemi sia nell’organizzazione degli investimenti. Per Breda, le architetture software-defined rappresentano “la strada maestra”, mentre la modernizzazione richiede una maggiore collaborazione tra attori europei, perché “la vera innovazione è la combinazione di dati che nasce dalla collaborazione di più soggetti”.

Su questo terreno si è innestato il richiamo di Enrico Della Gatta, vice presidente Defence market business intelligence di Fincantieri, all’esperienza americana della Defense innovation unit. Il punto, ha spiegato, non è soltanto tecnologico ma organizzativo. La Diu “ha fatto da traduttrice” tra Washington e Silicon Valley, consentendo a tecnologie commerciali di rispondere rapidamente a requisiti operativi. La differenza sta nei processi, con tender più rapidi, procedure chiuse “in 60-90 giorni” e capacità di trasformare l’innovazione in prodotto e poi in mercato. “L’innovazione tecnologica” e “l’innovazione di prodotto”, ha detto, producono effetti reali solo se accompagnate da “un terzo driver, che è quello dell’innovazione di processo”.

Competenze, supply chain e fiducia

L’ultimo asse del panel ha riguardato le condizioni abilitanti. Breda ha collegato l’accelerazione tecnologica allo sviluppo del capitale umano, sostenendo che il controllo dei processi “non può che passare dalla formazione”. Baldoni ha richiamato la competizione sugli standard e il rischio che il vantaggio tecnologico si traduca in modelli di controllo incompatibili con quelli occidentali. In parallelo, il tema delle filiere è emerso come snodo industriale e strategico. Anche su questo piano è tornato il richiamo di Della Gatta alla necessità di rendere l’innovazione concreta, perché “solo se l’innovazione è allineata ai processi e alle esigenze di mercato diventa effettiva e sostenibile”. Nella sintesi del panel, la parola che tiene insieme innovazione, adozione e cooperazione è stata “fiducia”.


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