Poco si parla della Siria nella crisi in corso in Iran, mentre invece è un pezzetto strategico del puzzle geopolitico che si sta componendo in Medio Oriente: sia perché investe direttamente il rapporto tra il nuovo corso a Damasco e Washington, sia perché tocca inevitabilmente la diatriba infinita tra sunniti e sciiti. In più il nuovo ruolo di al-Jolani (ora Ahmed Al-Sharaa) è fumo negli occhi per Teheran che da tempo vede scemare i propri obiettivi
Dopo i Paesi del Golfo, Cipro e la Turchia anche la Siria è stata oggetto degli attacchi iraniani come risposta all’operazione “Ruggito del leone”. Prevedibili, anche alla luce della posizione geopolitica incarnata da nuovo vertice del governo siriano. Quel Muhammad al-Jolani, oggi Ahmed Al-Sharaa che, da leader del gruppo ribelle Hayat Tahrir al-Sham (HTS), non solo ha cacciato il regime di Bashar al-Assad legato a doppia mandata a Mosca e Teheran, ma ha segnato una sconfitta strategica per l’Iran nell’intera macro regione. Per cui era solo questione di ore prima che i missili iraniani fossero puntati sul suolo siriano.
Anche per questa ragione le difese israeliane erano già presenti in quelle aree. Un drone iraniano infatti è stato intercettato dalle forze di Israele nel villaggio di Jillin, nella campagna occidentale di Daraa, mentre altri missili iraniani sono stati intercettati nello spazio aereo della provincia di Quneitra. Non va dimenticato che il sistema Assad si intrecciava politicamente con le complessive mire iraniane in Medio Oriente. Accanto a ciò la reazione israeliana dopo il 7 ottobre ha tolto ossigeno a Hezbollah, alle milizie Houthi in Yemen e a vari gruppi presenti in Iraq: con infinita rabbia da parte iraniana, lo scorso autunno, inoltre, proprio al fine di ridefinire i contorni di alleanze e scenari, la Russia aveva provato ad inseguire l’adesione dell’Iran alla Siria post-Assad. Una visita in Iran dell’inviato speciale russo per la Siria aveva accresciuto le voci di chi vedeva Teheran al centro dei movimenti putiniani per accorciare le distanze con la nuova leadership siriana. Inoltre il Cremlino era convinto della necessità di rassicurare l’alleato iraniano sull’esigenza di un canale da tenere comunque aperto a Damasco, nonostante tutte le fasi che avevano condotto al potere Al-Sharaa. Ma l’operazione “Ruggito del leone” ha scombinato i piani russi su questo versante, anche perché sempre lo scorso ottobre Putin aveva ospitato il leader siriano in Russia.
Tutto cambia pochi giorni dopo, siamo a novembre, quando Ahmed Al-Sharaa si reca alla Casa Bianca per la prima visita di un presidente siriano dall’indipendenza del Paese nel 1946 e a pochi giorni dalla rimozione del leader dalla lista nera statunitense delle organizzazioni terroristiche. Una svolta per Damasco, anche in considerazione della disponibilità mostratagli in quell’occasione dalla direttrice del FMI Kristalina Georgieva circa possibili aiuti al Paese devastato dalla guerra. Già nel maggio dello scorso anno i media iraniani avevano criticato non poco lo storico incontro tra il presidente degli Stati Uniti e il presidente siriano nella capitale saudita Riyadh, perché fortemente contrari al brusco allontanamento della Siria da Teheran. Semplicemente Al-Sharaa incarna, oggi più che mai, tutti i timori di Teheran per la perdita della Siria, un tempo parte cruciale della strategia regionale dell’Iran. Mentre in questo anno e mezzo Damasco ha compiuto tutti i passi necessari per avvicinarsi all’Occidente.
Per cui fino ad oggi poco si è parlato della Siria nella crisi in corso in Iran, mentre invece resta un pezzetto altamente strategico del puzzle geopolitico che si sta componendo in Medio Oriente. Sia perché investe direttamente il rapporto tra il nuovo corso a Damasco e Washington, sia perché tocca inevitabilmente la diatriba infinita tra sunniti e sciiti. In più il nuovo ruolo di al-Jolani è fumo negli occhi per lo zoccolo duro dell’integralismo che circonda Teheran, Khamenei o meno.
















