Non può esistere alcuna autonomia strategica europea, in particolare per quanto riguarda le tecnologie abilitanti, o strategic enablers, in assenza di una stretta complementarietà con gli Stati Uniti, sia sul piano industriale che su quello tecnologico. Carmine America, founder & ceo di Prima Sidera, racconta la conferenza “EU US Tech Agenda 2030”, organizzata a Roma da Formiche presso la sala del Refettorio della Camera dei Deputati
La conferenza “EU US Tech Agenda 2030”, organizzata a Roma da Formiche presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, ha fornito un puntuale quadro di analisi aggiornato sulla cooperazione tecnologica e industriale.
I contributi di diversi decisori istituzionali, tra cui il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, il viceministro delle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini e il Deputy Chief of Mission dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma Marta Costanzo Youth, hanno delineato il contesto politico entro cui si stanno evolvendo le attuali dinamiche delle filiere.
L’intervento di Alina Polyakova, presidente e ceo del Cepa (Center for European Policy Analysis), ha definito l’asse centrale del panel. Presentando le direttrici del recente rapporto elaborato dal think tank basato a Washington, Polyakova ha delineato una chiara traiettoria di policy: il partenariato tecnologico tra Stati Uniti ed Europa costituisce un requisito strutturale per mitigare la dipendenza da Pechino e configurare il futuro ordine digitale.
Traslando questa prospettiva sul piano della Difesa e delle relative basi industriali, l’ipotesi di procedere attraverso binari disgiunti o frammentando il fronte occidentale rappresenta un rischio di sistema per l’ecosistema produttivo di entrambi i blocchi. Il concetto di “sovranità digitale” europea, inteso come sviluppo di capacità interne, è un obiettivo industriale coerente. Tuttavia, un’eventuale declinazione protezionistica orientata all’esclusione dei partner strategici statunitensi produrrebbe unicamente un rallentamento nei processi di sviluppo e adozione tecnologica.
La variabile determinante risiede nell’integrazione delle supply chain. Stati Uniti ed Europa sono chiamati a strutturare e approfondire la collaborazione tra le rispettive industrie della Difesa. L’implementazione di programmi di ricerca e sviluppo condivisi, procedure di procurement congiunto e l’adozione di standard di interoperabilità costituiscono lo strumento per incrementare la prontezza capacitiva dell’Alleanza.
Un asset centrale in questa equazione industriale, ampiamente trattato durante i lavori, è l’intelligenza artificiale. Letta dalla prospettiva della capacità produttiva e di Ricerca e Sviluppo, l’IA rappresenta una componente infrastrutturale decisiva per l’evoluzione dei sistemi di difesa odierni e futuri. Lo sviluppo di modelli avanzati applicabili al contesto militare richiede volumi di investimento e capacità di calcolo che rendono la frammentazione degli sforzi inefficiente. In quest’ottica, come sottolineato dall’impianto analitico del Cepa, l’allineamento degli standard transatlantici sull’IA e l’armonizzazione dei controlli sull’esportazione costituiscono passaggi ineludibili. L’Europa è chiamata a bilanciare la propria architettura regolatoria con l’imperativo della competitività industriale, sfruttando la cooperazione con i poli di innovazione statunitensi per convertire la R&S in applicazioni operative concrete per il settore Difesa.
In questo senso, le più recenti direttive in ambito Nato offrono perimetri operativi definiti: l’accordo per destinare il 5% del Pil alla Difesa riserva una quota dell’1,5% agli investimenti legati alla sicurezza, includendo infrastrutture critiche, modernizzazione IT e cyber-difesa. All’interno di questi vettori di spesa, le filiere possono trovare punti di convergenza: l’Europa può integrare le competenze statunitensi nella cybersecurity, apportando al contempo le proprie capacità consolidate e il ruolo dominante nelle tecnologie di fotolitografia necessarie per la produzione di semiconduttori avanzati.
La sintesi analitica di questo quadro impone una precisa linea di pensiero: non può esistere alcuna autonomia strategica europea, in particolare per quanto riguarda le tecnologie abilitanti, o strategic enablers, in assenza di una stretta complementarietà con gli Stati Uniti, sia sul piano industriale che su quello tecnologico.
Tradurre questo principio in policy significa procedere all’integrazione strutturale delle supply chain, al rafforzamento delle partnership industriali transatlantiche e all’individuazione accurata degli assi strategici su cui concentrare gli investimenti comuni. È esclusivamente attraverso questa sinergia che l’Europa può garantirsi una propria e credibile declinazione del concetto di autonomia strategica: non un irrealistico isolamento protezionistico, ma la capacità di affermarsi come nodo tecnologico e industriale avanzato, interoperabile e insostituibile all’interno dell’ecosistema di sicurezza occidentale.
















