Le ragioni del Sì al referendum sulla Giustizia sono state esposte da Alfredo Mantovano intervistato da Claudio Velardi. Tra le questioni di merito, che sono le uniche ad avere davvero importanza per il sottosegretario, il confronto ha inevitabilmente intercettato anche l’attualità internazionale, destinata a influenzare il clima del voto
“È importante andare sul merito della riforma e non nel contorno delle polemiche che non giovano alla consapevolezza di ciò che è in gioco, delle norme che sono oggetto di referendum”. Sono l’estrema sintesi di un dialogo lungo circa un’ora tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, e Claudio Velardi, direttore del Riformista. L’occasione, il confronto pubblico sul referendum costituzionale sulla Giustizia, “Le ragioni del Sì, riforme istituzioni e futuro dell’Italia”, organizzato a Roma su iniziativa di Ylenia Lucaselli ed Esther Mieli.
Sono state proprio le parlamentari ad aprire il dibattito in un Centro studi americani gremito di persone. E se per Lucaselli “questo è il referendum in cui gli italiani dimostrano il loro rispetto per la magistratura italiana, restituendole la libertà”, è stata Mieli ad anticipare un tema di cui avrebbero parlato anche i due protagonisti dell’evento nel corso del loro dialogo: “Vi stanno raccontando che questo è un referendum contro il governo Meloni, ma non è così. Si tratta di una riforma della giustizia che vuole portare l’Italia accanto a tanti Paesi che hanno nel loro ordinamento le carriere separate come Francia, Germania, Inghilterra”.
E se è vero che è stato il merito della riforma e dei suoi nodi al centro del dialogo tra Mantovano e Velardi, non si è potuta lasciare fuori l’attualità che incombe, anche sull’andamento del voto. “Quello che oggi minaccia il mondo è l’arricchimento dell’uranio, i missili balistici, la persecuzione di tante popolazioni. Sono i rischi di approvvigionamento energetico, per l’Italia”, ha detto Mantovano. “Credo di poter dire con molta serenità che il mondo non è minacciato dalla separazione delle carriere. Il 24 di questo mese il sole sorgerà anche se vincesse il sì e tramonterà, certamente, se vincesse il no. La vita prosegue”.
Nel merito, sono stati tre i temi su cui Velardi ha deciso di centrare il dialogo: perché serve la separazione delle carriere, su quali punti si arriverà a una maggiore efficienza con la riforma in atto e, infine, perché il meccanismo del sorteggio non mette a rischio l’indipendenza della magistratura.
L’utilità della separazione delle carriere, ha chiarito il sottosegretario a lungo magistrato, è quella di portare a termine una riforma iniziata nell’89 con l’introduzione del nuovo codice penale, proseguita con la riforma Cartabia a cui manca l’ultimo passo. Una nota di realismmo, invece, su cosa cambierà: “Non è la bacchetta magica. Non sta bene immaginare e far immaginare, da parte dei sostenitori del sì, che con questa riforma cambi il mondo dalla sera alla mattina. Ma visto che ogni palazzo si costruisce dalle fondamenta, queste” con la riforma “saranno più solide di quelle attuali”. Ed è poi sul sorteggio che il sottosegretario elenca tutti i casi in cui, già oggi, il sorteggio è il metodo di selezione di giudici, ad esempio, del Tribunale dei ministri, così come i giudici popolari della Corte d’Assise, estratti a sorte tra i cittadini con età 30-65 anni.
Arriva, però, inevitabilmente anche la domanda politica: che peso deve avere Giorgia Meloni in questi ultimi dieci giorni di campagna referendaria? “Mi pare che la domanda ha già avuto risposta. La riforma viene da un ddl del governo, che rispecchia il programma. È chiaro che ha un marchio ‘Giorgia Meloni’ insieme agli alleati”. Però c’è un però. “Bisogna trovare un punto di equilibrio: da una parte non far pesare la riforma come qualcosa che incida sulle sorti del governo, in positivo o in negativo; dall’altra però la presidente del Consiglio già da tempo si sta esprimendo sui social e sui media nella illustrazione e difesa della riforma”. Ma torna l’attualità: “È evidente che se c’è una zona del mondo in fiamme non si parla solo della riforma, ma non mi pare che la premier stia rinunciando al suo ruolo di sostenitrice della riforma avendola voluta per prima. C’è da mantenere questo equilibrio, sperando lo facciano anche gli altri”.
















