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Come cambia il lavoro con l’IA. Il ministro Calderone traccia la rotta dell’Italia

Dalla centralità della persona nell’ecosistema digitale alla nascita dell’Osservatorio sull’IA, passando per formazione, sicurezza e coesione territoriale: il ministro Marina Calderone racconta a Formiche.net la strategia con cui l’esecutivo intende governare — e non subire — l’impatto dell’Intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. Una visione che punta a trasformare l’IA in un moltiplicatore di opportunità, rafforzando tutele, competenze e produttività lungo una transizione che l’Italia vuole guidare con regole etiche, strumenti concreti e una linea europea condivisa

Negli ultimi mesi, nel dibattito pubblico italiano è emersa una consapevolezza sempre più condivisa: l’Intelligenza artificiale non è solo un avanzamento tecnologico, ma una dinamica da orientare con cura. L’idea di “governare” questa trasformazione — evitando che sia la tecnologia a imporre il ritmo — attraversa tanto le istituzioni quanto il mondo del lavoro. E lo si avverte anche nelle iniziative parlamentari più recenti, come la costituzione alla Camera del nuovo Intergruppo dedicato all’IA, nato proprio con l’obiettivo di accompagnare l’innovazione con responsabilità politica e visione strategica.

In questa stessa cornice si colloca l’intervento del ministro Marina Calderone, che all’evento “IA e Lavoro: governare la trasformazione, moltiplicare le opportunità” ha ribadito la necessità di una regia istituzionale capace di trasformare l’IA in un motore di crescita inclusiva.

Formiche.net l’ha incontrata per approfondire come il governo intenda tradurre questo principio in politiche concrete per lavoratori, imprese e territori.

Ministro, l’evento “IA e Lavoro: governare la trasformazione, moltiplicare le opportunità” ha messo al centro la parola “governare”. Che cosa significa, concretamente, per l’Italia governare l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro? E quali sono le priorità immediate?

Governare la transizione tecnologica senza avere un approccio ideologico ma senza lasciare, al contempo, che l’innovazione proceda in solitudine. Questo vuol dire assumere la regia del cambiamento, che per l’Italia si traduce nel trasformare l’IA da potenziale minaccia di sostituzione a moltiplicatore di capacità umane. Due sono le priorità immediate: da un lato, definire regole etiche chiare affinché l’algoritmo resti uno strumento e non un decisore insindacabile; dall’altro, avviare una massiccia operazione di aggiornamento delle competenze per evitare che l’innovazione crei nuove forme di esclusione sociale.

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato che l’Italia è tra i primi Paesi ad aver adottato una legge nazionale sull’IA all’interno della quale è previsto l’Osservatorio sull’adozione dell’IA nel mondo del lavoro. Qual è l’elemento distintivo del modello italiano rispetto ad altri approcci europei?

Per noi non può che essere il lavoro, con al centro la persona. Mentre altri approcci europei si concentrano prevalentemente sugli aspetti tecnici o sui rischi sistemici, l’Italia ha scelto di mettere al centro il valore del lavoro, nel rispetto del modello umanocentrico che ci caratterizza. L’elemento distintivo è, dunque, l’integrazione tra tecnologia e tutele sociali: non guardiamo all’IA solo come a una tecnologia innovativa, ma la consideriamo un nuovo fattore di produzione che deve essere coerente con i principi della nostra Costituzione. L’Osservatorio si pone come obiettivo di dare concretezza a queste idee.

Durante la presidenza italiana del G7 è stato promosso un Piano d’azione sull’uso dell’IA nel mondo del lavoro. A che punto siamo nell’attuazione? E come si raccorda con le politiche nazionali che state implementando?

Il Piano d’azione G7 ha fissato principi che oggi stiamo declinando concretamente, a partire dalla normativa nazionale. L’interoperabilità delle banche dati, la trasparenza degli algoritmi e la formazione continua sono i pilastri che condividiamo con i nostri partner internazionali e che stiamo già applicando, ad esempio, nella riforma dei Centri per l’Impiego e nelle nuove piattaforme digitali del Ministero.

Formazione delle competenze, qualità del lavoro e governance sono le tre direttrici indicate da Palazzo Chigi. Come si traduce questa impostazione in misure concrete per lavoratori e imprese, soprattutto per evitare che l’IA accentui divari territoriali o generazionali?

Si traduce in investimenti mirati. Abbiamo potenziato il programma Gol (Garanzia occupabilità lavoratori) con percorsi specifici sulle competenze digitali. Il progetto Edo – Educazione digitale per l’occupazione ne è un esempio. Con le imprese, soprattutto le Pmi che sono l’ossatura portante del nostro Paese, dobbiamo lavorare sulla formazione, non solo dei lavoratori ma anche di imprenditori, manager e quadri. Per evitare divari territoriali, stiamo diffondendo la digitalizzazione capillare al Sud, affinché l’IA diventi un’opportunità anche per valorizzare le aree meno utilizzate del nostro Paese. La coesione sociale resta sempre la nostra bussola.

L’Osservatorio sull’adozione dell’IA nel mondo del lavoro avrà funzioni di monitoraggio e indirizzo. Come opererà nel concreto?

Opererà come un centro di analisi dinamica. Incrocerà i flussi informativi di Inps, Inail e delle Comunicazioni Obbligatorie per mappare in tempo reale quali mansioni verranno automatizzate e quali nuove professioni nasceranno. Avrà il compito di redigere linee guida per le aziende, garantendo che l’uso dell’IA nei processi di selezione o gestione del personale sia privo di bias discriminatori.

E avrà uno sguardo “etico” sull’adozione dell’IA nei luoghi di lavoro attraverso una Commissione guidata da Padre Paolo Benanti, che voglio ringraziare per il suo fondamentale contributo.

Lei ha parlato di un “ecosistema integrato” costruito negli ultimi tre anni, che comprende Siisl, Edo e AppLI. In che modo queste piattaforme dialogano tra loro e come possono migliorare concretamente l’incontro tra competenze e opportunità?

Invero si tratta del cuore della nostra strategia, basata su di un ecosistema di strumenti dialoganti pensati per migliorare i servizi offerti ai cittadini. Siisl, Edo e AppLI servono per dare più opportunità; per utilizzare la tecnologia a supporto di imprese, lavoratori, disoccupati e inattivi; per ridurre la distanza tra domanda e offerta di lavoro con la formazione. Invito tutti a provarli, a testarli, a dare feedback. Sono strutturati con l’intelligenza artificiale generativa, quindi non possono che migliorare con l’utilizzo.

Dal confronto della scorsa settimana è emersa la volontà di costruire una linea europea coerente e umano-centrica. Su quali dossier ritiene più urgente un coordinamento?

In primis, voglio ringraziare la vice presidente esecutiva della Commissione europea, Roxana Minzatu, per la sua presenza al nostro evento di Roma. Il dossier più urgente è senza dubbio quello della certificazione transfrontaliera delle competenze. Dobbiamo garantire che un lavoratore specializzato in Italia possa vedere riconosciuto il proprio valore in tutta l’Unione. Inoltre, serve un fronte comune sulla gestione dei dati dei lavoratori, del welfare e sulla responsabilità legale dei sistemi decisionali automatizzati. La soluzione nazionale non può essere valida dinanzi all’intelligenza artificiale, che abbatte tante barriere a partire da quella linguistica.

Il tema della sicurezza resta centrale nel dibattito pubblico. L’IA può diventare uno strumento strutturale di prevenzione – penso all’analisi predittiva dei rischi o al monitoraggio intelligente – oppure siamo ancora in una fase sperimentale? Il governo intende introdurre incentivi o obblighi specifici per favorirne l’adozione in chiave di tutela dei lavoratori?

Non c’è dubbio che adottando sistemi avanzati per la sicurezza aumenti la prevenzione e si possano salvare più vite umane. Con l’ultimo decreto sicurezza, abbiamo già inserito la previsione che l’acquisto di tecnologie predittive e di monitoraggio intelligente sia tra gli investimenti premianti per le aziende in termini di contribuzione Inail. Più che obblighi, puntiamo su forti incentivi: vogliamo luoghi di lavoro più sicuri, perché la vita di un lavoratore non ha prezzo. E i dati delle ultime rilevazioni Inail ci dicono che siamo sulla strada giusta.

L’Italia continua a registrare una dinamica salariale debole rispetto ad altri grandi Paesi europei. L’intelligenza artificiale può essere una leva per far crescere la produttività e quindi i salari reali, oppure il rischio è che i benefici si concentrino solo su alcune fasce qualificate ampliando le disuguaglianze?

L’IA, se usata correttamente, permette di aumentare la produttività, che è sempre una precondizione per gli aumenti salariali. C’è anche il rischio di vedere aumentare le disuguaglianze e questa condizione si contrasta con la formazione. Se rendiamo l’IA accessibile anche ai lavoratori meno qualificati, attraverso interfacce intuitive, alziamo il valore della loro prestazione e, di conseguenza, creiamo condizioni per migliorare la retribuzione. La formazione continua è la sfida dell’oggi e del domani.


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