Il mercato è rimasto piuttosto freddo dinnanzi all’ultima asta tedesca di titoli statali, dando la sensazione che anche Berlino possa incappare in una crisi di fiducia. Per il momento è solo un brutto segnale, che Friedrich Merz farebbe bene a non sottovalutare. Ora le variabili si chiamano Iran e inflazione
Non è un allarme rosso, se lo fosse, probabilmente un pezzo d’Europa dovrebbe farsi delle domande. Ma è certamente un segnale, di quelli da non ignorare. L’ultima asta dei titoli di Stato tedeschi, i bund, il metro di misura della salute dei debiti sovrani europei, ha attirato molta attenzione tra gli operatori finanziari. Motivo? La domanda non è stata sufficiente ad assorbire tutta l’offerta. Non si tratta di una crisi del debito della Germania, ma il segnale è comunque significativo: anche il debito considerato più sicuro dell’Eurozona inizia a risentire del nuovo contesto di tassi elevati e inflazione incerta. non è un’influenza, ma uno starnuto, quello sì.
La cronaca racconta di un collocamento di soli 3,8 miliardi di euro, con un rendimento del 2,89%, notevolmente superiore al 2,73% registrato nell’asta precedente. Ora, come detto niente panico, perché il bund rappresenta ancora l’ancoraggio dei debiti sovrani: i titoli decennali francesi, gli Oat, viaggiano ancora su rendimenti di gran lunga superiori rispetto a quelli tedeschi, intorno al 3,45%, mentre quelli italiani rendono il 3,79%, infiammati dalla guerra di Iran che ha messo benzina allo spread Btp/bund. Tuttavia girarsi dall’altra parte sarebbe un errore. In termini tecnici, quella tedesca è un’asta non completamente coperta, una situazione che nei commenti di mercato viene spesso definita come un’asta tecnicamente fallita. Non significa che il debito tedesco non trovi compratori, ma semplicemente che alle condizioni proposte non c’è stata domanda sufficiente per acquistare tutta l’offerta.
C’è da dire che Berlino viene quattro anni che più difficili di così non potevano essere. La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina ha messo a nudo la locomotiva tedesca, fino a quel momento dipendente in tutto e per tutto dal gas di Mosca. Poi è arrivata la crisi energetica, lo stop al nucleare e la necessità di riprendere in mano il carbone. Un Green deal mai del tutto capito e l’incessante martellamento dei costruttori di auto cinesi hanno finito per mettere all’angolo la corazzata industriale teutonica. Il risultato sono stati due anni di recessione e solo quest’anno Berlino, guerra in Iran permettendo, la Germania tornerà a una crescita dignitosa, pari all’1%.
E così, alcune certezze sono venute meno, anche nel cuore dell’invincibile Germania. Ora la domanda è: ci saranno nuovi capitomboli sul debito? C’è da dire che uno dei fattori che stanno spingendo i rendimenti verso l’alto riguarda le aspettative sull’inflazione. Il recente aumento dei prezzi dell’energia e del petrolio ha riacceso i timori che il processo di disinflazione possa rallentare. Quando gli investitori temono che l’inflazione resti elevata più a lungo, chiedono interessi maggiori per acquistare titoli obbligazionari a lunga scadenza. Meccanismo si riflette direttamente sui rendimenti richiesti nelle aste dei titoli di Stato.
Il paradosso è che, nonostante l’asta deludente, i Bund restano uno degli strumenti più ricercati nei momenti di incertezza. Gli investitori continuano a considerarli un punto di riferimento per la sicurezza finanziaria europea. Semplicemente, oggi li comprano solo a rendimenti più alti rispetto al passato. L’episodio non segnala quindi una difficoltà specifica della Germania, ma riflette un cambiamento più ampio: dopo oltre un decennio di tassi bassissimi e abbondante liquidità, il mercato obbligazionario europeo sta entrando in una fase nuova, in cui anche gli Stati più solidi devono fare i conti con costi di finanziamento più elevati.
















