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Guerra in Iran, la via diplomatica spiegata dall’ambasciatore di Teheran a Roma

Intervista esclusiva di Formiche all’Ambasciatore iraniano in Italia, Mohammad Reza Sabouri. Riconoscimento, sicurezza e diritti: queste le basi per un negoziato che possa portare alla fine del conflitto

Mentre il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele continua ad alimentare tensioni in Medio Oriente e a produrre effetti sull’economia globale e sui mercati energetici, Teheran prova a definire pubblicamente le condizioni che, dal proprio punto di vista, potrebbero portare alla fine delle ostilità.

Rispondendo via mail a Formiche.net, l’ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia, Mohammad Reza Sabouri, respinge le accuse occidentali sul programma nucleare e missilistico iraniano e attribuisce l’escalation alla decisione militare di Washington e Tel Aviv. Nel corso della conversazione, l’ambasciatore affronta anche le conseguenze regionali della guerra, la situazione interna del Paese e il rischio di un’ulteriore destabilizzazione economica globale legata alle rotte energetiche.

Sul piano diplomatico Sabouri indica tre condizioni che Teheran considera necessarie per porre fine al conflitto: il riconoscimento dei diritti di sicurezza dell’Iran, il risarcimento dei danni subiti e garanzie internazionali contro nuove aggressioni. In questo quadro l’ambasciatore richiama anche la possibile responsabilità dell’Europa – e in particolare dell’Italia – nel favorire iniziative politiche autonome, mentre attribuisce al Vaticano un ruolo morale potenzialmente importante nel promuovere una chiara posizione contro la guerra.

Stati Uniti e Israele sostengono che l’Iran stia portando avanti un programma nucleare con possibili dimensioni militari, svolgendo attività legate a missili balistici capaci di trasportare armi nucleari (questione affrontata nella Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite), espandendo la propria influenza regionale attraverso gruppi alleati in Medio Oriente e reprimendo proteste interne. Secondo lei questi fattori sono le ragioni che hanno portato alla decisione di ricorrere all’azione militare? E come interpreta Teheran la catena di eventi che ha portato all’attuale escalation?

Una delle amare ironie della storia e uno dei simboli dei doppi standard è che gli Stati Uniti, che nel 2018 si sono ritirati unilateralmente e illegalmente dal Jcpoa e hanno violato la Risoluzione 2231, oggi dopo sette anni accusano l’Iran di voler costruire armi nucleari e di violare quella stessa risoluzione.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, dagli anni ’90 accusa costantemente l’Iran di voler costruire armi nucleari e afferma periodicamente che mancano sei mesi, due mesi o – recentemente – una settimana alla costruzione della bomba. Le menzogne che oggi vengono utilizzate come giustificazione per uccidere persone innocenti non sono altro che una distorsione della realtà e un tentativo di fuorviare l’opinione pubblica mondiale.

L’aggressione illegale, illegittima e brutale degli Stati Uniti e del regime israeliano del 28 febbraio 2026 rappresenta una grave violazione di tutte le norme e i principi internazionali. Si tenta di nasconderla dietro giustificazioni superficiali come la “guerra preventiva” o la presunta necessità di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.

Questo avviene mentre l’Iran, in buona fede, aveva avviato negoziati con gli Stati Uniti per risolvere la questione in modo pacifico. Tuttavia gli Stati Uniti hanno tradito la diplomazia: hanno bombardato il tavolo dei negoziati una volta durante la guerra dei 12 giorni e una seconda volta il 28 febbraio. Va inoltre sottolineato che [il presidente statunitense Donald] Trump, contrariamente allo slogan “America First”, oggi è caduto nella trappola di “Israel First” e ha sacrificato la regione e gli interessi americani agli interessi personali di Netanyahu.

Come descriverebbe la situazione attuale nella regione e quali rischi vede per un’ulteriore escalation con il coinvolgimento di altri attori regionali?

Nelle teorie del regionalismo si dice che i Paesi vivono in una casa di vetro. Non è possibile lanciare una pietra contro la casa del vicino senza mettere a rischio anche la propria. L’Iran ha sempre dato priorità a una politica di buon vicinato e a relazioni basate sulla cooperazione e sull’amicizia con i Paesi della regione. Tuttavia prima della guerra aveva avvertito chiaramente che, se gli Stati Uniti avessero utilizzato lo spazio aereo o il territorio di altri Paesi per attaccare l’Iran, tali luoghi sarebbero stati considerati obiettivi legittimi. Nonostante ciò, l’Iran ha risposto in modo proporzionato solo contro obiettivi militari statunitensi nella regione e ha cercato di evitare di colpire aree civili.

Bisogna inoltre ricordare che la politica delle false flag è una delle strategie del regime israeliano per deteriorare le relazioni tra i Paesi. Alcune delle informazioni in nostro possesso indicano che alcuni obiettivi colpiti nella regione potrebbero essere stati attaccati da Israele stesso e non dall’Iran. Nessuno ha dimenticato come pochi mesi fa Israele abbia attaccato il Qatar. L’indole aggressiva e distruttiva non può essere separata dal regime israeliano. A mio avviso, il vero nemico di Israele è la pace e la sicurezza. In altre parole, Israele può continuare a esistere solo in una condizione di guerra.

Come sta influenzando questa crisi la situazione interna in Iran dal punto di vista politico, sociale ed economico? E qual è oggi lo stato d’animo della società iraniana?

Coloro che hanno attaccato l’Iran non conoscono nulla della civiltà, della cultura e della storia iraniana. L’Iran ha resistito per oltre 7000 anni contro invasori e criminali ed è rimasto in piedi fino a oggi. Ad esempio, dopo il 28 febbraio, Israele ha distrutto con gli attacchi uno dei monumenti storici di Isfahan, una delle città storiche dell’Iran, con oltre 400 anni di storia. In realtà quel monumento aveva radici storiche cinque volte più antiche dello stesso Stato di Israele.

Gli iraniani non sono mai stati guerrafondai, ma la geografia ci ha insegnato a saper combattere. Faremo pentire qualsiasi aggressore e lo costringeremo alla resa. Dall’inizio della guerra il nostro popolo, nonostante differenze di opinioni e sensibilità politiche, si è unito in modo compatto contro l’aggressione e l’interferenza straniera. L’unità e la solidarietà sotto la bandiera dell’Iran sono state dimostrate con forza. Questo senso di unità nazionale ha ispirato scene di orgoglio all’interno del Paese, visibili anche nei media. Non è la prima volta nella storia che l’Iran viene attaccato brutalmente: di nessuno degli aggressori è rimasto il nome, ma il nome dell’Iran è rimasto e rimarrà.

Quali conseguenze economiche prevede da questo conflitto per il Medio Oriente e per l’economia globale, in particolare per i mercati energetici, le rotte commerciali e la stabilità generale?

La situazione attuale va oltre un semplice conflitto regionale. Le aggressioni di Stati Uniti e Israele hanno reso insicura l’intera regione. Anche se l’Iran non ha mai chiuso lo Stretto di Hormuz né impedito il passaggio delle navi, la paura del conflitto ha spinto petroliere e navi commerciali a evitare l’area. In passato l’Iran garantiva la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico.

La presenza militare degli Stati Uniti, invece di portare sicurezza, ha creato divisioni e instabilità. Questa situazione ha portato i mercati energetici globali ad affrontare una crisi persino più grave di quelle del 1973, della rivoluzione iraniana del 1979 e dell’invasione del Kuwait nel 1990.

Le conseguenze economiche non resteranno limitate alla regione. Secondo alcuni analisti, il mondo potrebbe trovarsi di fronte a uno tsunami inflazionistico. In poco tempo i prezzi del petrolio e del gas sono aumentati significativamente. Se il conflitto continuerà, i prezzi dell’energia potrebbero crescere ulteriormente, con effetti diretti sulla vita quotidiana dei cittadini in tutto il mondo.

La stabilità economica regionale dipende dalla cessazione delle aggressioni. Se gli attacchi continueranno, l’Iran ritiene suo diritto naturale colpire la fonte di ogni aggressione ovunque si trovi. Ciò significherebbe un’instabilità duratura in tutte le aree di produzione e trasporto dell’energia nella regione.

Secondo Teheran, quali condizioni sono necessarie per porre fine alle ostilità e quali scenari diplomatici potrebbero realisticamente portare a una riduzione delle tensioni nei prossimi mesi?

Come ho detto, l’Iran non ha mai cercato la guerra né l’ha iniziata. Nonostante l’aggressione israeliana durante la guerra dei 12 giorni, l’Iran ha accettato un cessate il fuoco senza condizioni preliminari. Tuttavia oggi vediamo che questo gesto di buona volontà non ha impedito una nuova aggressione.

Per questo il presidente iraniano, Massoud Pezeshkian, ha indicato chiaramente tre condizioni principali per porre fine alla guerra.

Primo, il riconoscimento dei diritti legittimi dell’Iran: la comunità internazionale deve riconoscere i diritti politici e di sicurezza che Teheran considera legittimi secondo il diritto internazionale.

Secondo, il risarcimento dei danni dell’aggressione: le perdite umane e materiali inflitte al Paese devono essere compensate.

Terzo, forti garanzie internazionali contro futuri attacchi: devono esistere garanzie concrete per evitare che in futuro si verifichino nuove aggressioni contro l’Iran.

Quando l’aggressione si fermerà e l’attuazione di queste condizioni sarà garantita, l’Iran sarà pronto a interrompere le proprie risposte legittime.

Quale ruolo possono svolgere i Paesi europei – e in particolare l’Italia – nel facilitare il dialogo e sostenere gli sforzi diplomatici per ridurre le tensioni? E il Vaticano potrebbe avere un ruolo?

Il sistema internazionale sta attraversando una fase di transizione. Una delle caratteristiche di questo periodo è la diminuzione del ruolo dell’Europa negli equilibri globali. A causa della sua politica di allineamento agli Stati Uniti negli ultimi decenni, l’Europa ha gradualmente perso influenza. Oggi persino gli Stati Uniti non sono più disposti a sostenere i costi della sicurezza europea.

Nonostante ciò, l’Iran ha sempre accolto con favore qualsiasi iniziativa costruttiva basata su interessi reciproci e rispetto reciproco. Tuttavia ciò richiede un impegno concreto al rispetto del diritto internazionale, come la condanna dell’aggressione, e non posizioni ambigue.

Questo potrebbe essere un momento decisivo per i Paesi europei, inclusa l’Italia, affinché adottino politiche e iniziative indipendenti basate su interessi comuni per evitare l’espansione delle tensioni e dell’instabilità. I Paesi europei oggi affrontano il più grande rischio di sicurezza dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, a causa dell’unilateralismo estremo degli Stati Uniti e della politica “Israel First”.

In questo contesto il ruolo del Vaticano, come principale ancòra morale e spirituale dell’Occidente, è particolarmente importante. La lotta contro la guerra, la violenza e l’estremismo – valori proclamati dalla Chiesa – dovrebbe tradursi in azioni concrete. Il fatto che persino dalla Chiesa non si senta una chiara condanna dei crimini e delle uccisioni è un segnale preoccupante su cui la società religiosa europea dovrebbe riflettere.

Quale messaggio vuole inviare oggi l’Iran all’Europa, ai Paesi del Golfo, agli Stati Uniti e a Israele riguardo al futuro della regione e alle prospettive di stabilità?

Il messaggio dell’Iran alla regione e al mondo è pace, stabilità, sicurezza e prosperità per tutti. Non si può pensare che il popolo di un Paese soffra aggressioni, instabilità e povertà senza che ciò abbia conseguenze sugli altri attori. L’Iran è sempre stato promotore di pace e dialogo e si oppone alla guerra, all’aggressione e all’ingerenza negli affari interni degli altri.

Oggi la regione e il mondo si trovano davanti a un bivio storico: pace e stabilità per tutti oppure guerra e instabilità per tutti. Le scelte degli esseri umani costruiscono il futuro. L’Iran ha scelto il lato giusto della storia, quello della pace, e continuerà a farlo. Ora spetta agli altri decidere se vorranno scegliere anche loro il lato giusto della storia.


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