La nuova impennata dei prezzi energetici, legata alle tensioni nel Golfo, riporta al centro in Europa il nodo strutturale del costo dell’elettricità. In Italia si riaccende il confronto sull’Ets e sulle sue ricadute sul mercato. Per Guido Bortoni (Cesi) il sistema non va cancellato, ma aggiornato per evitare sovrapposizioni con gli incentivi alle rinnovabili. La sfida è coniugare decarbonizzazione e competitività industriale in uno scenario geopolitico instabile
La fiammata dei prezzi energetici riaccende un dibattito mai davvero sopito. Dopo gli attacchi degli Stati Uniti all’Iran e la conseguente escalation nel Golfo, i mercati dell’energia tornano a muoversi con nervosismo e in Europa riaffiora la questione strutturale del costo dell’elettricità. In Italia il tema è tornato con forza nel dibattito politico: dal governo ai banchi del Parlamento, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che al Senato ha richiamato la necessità di rivedere alcuni meccanismi europei, a partire dall’Ets. Ma quanto pesa davvero il sistema europeo di scambio delle quote di emissione sul prezzo dell’energia? E perché oggi viene messo in discussione? Per Guido Bortoni, presidente emerito dell’Autorità per l’energia e oggi presidente del Cesi (Centro elettrotecnico sperimentale italiano), il punto non è cancellarlo. Piuttosto, correggerne le interazioni negative con il mercato elettrico sviluppatesi nel tempo. “L’Ets ha avuto una funzione storica importante”, spiega a Formiche.net. “Ma oggi deve essere reso compatibile con i moderni sistemi di incentivo alle rinnovabili”.
Bortoni, torniamo all’attualità: la crisi nel Golfo dopo gli attacchi statunitensi all’Iran riporta al centro il tema dei prezzi energetici. In questo contesto riemerge anche il dibattito sull’Ets. Perché?
Perché quando i prezzi delle commodities come il gas salgono, emergono con più evidenza tutte le componenti che contribuiscono a formare il prezzo elettrico. Il sistema Ets, che nasce come meccanismo di mercato per disincentivare le emissioni di Cos2 nel settore elettrico e nell’industria manifatturiera, oggi grava in modo significativo sul prezzo dell’elettricità. E quando le tensioni geopolitiche fanno salire i costi delle fonti termoelettriche fossili, quell’effetto Ets si somma, complessivamente pregiudicando la sostenibilità dei prezzi.
Facciamo un passo indietro: come nasce l’Ets e con quali obiettivi?
L’Ets parte nel 2005. In quel momento la situazione energetica era molto diversa da oggi. Le rinnovabili erano ancora in una fase sperimentale e la produzione elettrica europea era largamente basata sul termoelettrico fossile. Il sistema nasceva quindi con un obiettivo molto chiaro: disincentivare l’uso delle fonti fossili aumentando il costo dei permessi di emissione di Co2 e, quindi, favorire la crescita delle rinnovabili.
E questo meccanismo ha funzionato?
Sì, nel suo impianto originario ha funzionato. Per molti anni il prezzo della quota di emissione è rimasto relativamente basso, intorno ai 10 euro. In quella fase eventuali distorsioni con altri strumenti di politica energetica erano poco percepibili.
Poi cosa è cambiato?
È cambiato il contesto regolamentare. Nel frattempo abbiamo dotato il sistema di politiche di incentivo alle rinnovabili che non erano state immaginate come una carbon tax, ma come meccanismi di promozione selettivi delle singole filiere tecnologiche In sostanza si sono sovrapposti due schemi diversi: da una parte l’Ets, che penalizza il fossile; dall’altra incentivi regolatori che sostengono direttamente le rinnovabili.
Quindi due strumenti con logiche diverse che finiscono per sovrapporsi.
Esattamente. Oggi ci troviamo con due sistemi che in alcuni casi entrano in conflitto. Il punto è che il prezzo delle quote Ets negli ultimi anni è salito molto, viaggiando intorno agli 80 euro per tonnellata di Co2 emessa con picchi di cento euro. A quel livello, l’effetto sul mercato elettrico diventa molto più stridente.
In che modo questa dinamica incide sul prezzo dell’elettricità?
Nel mercato elettrico europeo il prezzo viene fissato dall’impianto marginale, che in Italia per la maggioranza delle ore è un impianto termoelettrico a gas. Quel prezzo incorpora anche il costo delle quote di Co2 e si riflette nei prezzi del Mwh elettrico rialzandolo di circa trenta euro al mwh. Di conseguenza tutte le tecnologie – comprese le rinnovabili – vengono remunerate allo stesso prezzo di mercato, che è influenzato dal costo della CO2.
Ma nel frattempo le rinnovabili ricevono anche incentivi dedicati.
Esatto. Ed è qui che nasce la distorsione. Oggi i moderni incentivi, ad esempio per il fotovoltaico, sono strutturati come contratti a prezzo fisso per periodi lunghi, anche vent’anni. Sono incentivi regolamentari che rendono insensibili gli investimenti dalla volatilità del prezzo di mercato, rendendoli dunque a basso rischio e bancabili. Questo significa che l’incentivo di per sé sarebbe già sufficiente a sostenere l’investimento.
Quindi l’Ets finisce per generare un effetto non voluto sui prezzi?
In sostanza sì. Il sistema Ets produce una remunerazione nel mercato elettrico di tutte le fonti al prezzo di mercato determinato dal gas, che include la penalizzazione della Co2. Occorre quindi coordinare gli effetti dei vari sistemi di decarbonizzazione.
È su questo punto che si inserisce la richiesta italiana di rivedere il sistema?
Direi di sì, ed è una richiesta assolutamente legittima. Non si tratta di eliminare l’Ets, che resta uno strumento importante di politica climatica. Si tratta piuttosto di rivederlo per renderlo compatibile con il sistema di incentivi alle rinnovabili che nel frattempo si è sviluppato. Va inoltre detto che, grazie alla ritrovata competitività delle fonti rinnovabili, queste ultime oggi non servono solo alla causa della decarbonizzazione ma soprattutto alla competitività del prezzo dell’energia elettrica per imprese e famiglie.
Con quali effetti sul mercato?
Se si riesce a correggere questa incompatibilità, il risultato può essere una riduzione del prezzo dell’energia elettrica sul mercato. L’obiettivo deve essere proprio questo: mantenere gli strumenti di decarbonizzazione, ma evitando sovrapposizioni che finiscono per generare costi aggiuntivi per il sistema e per le imprese.
In una fase di forte instabilità geopolitica come quella attuale, questo tema diventa ancora più urgente?
Senza dubbio. Le tensioni internazionali incidono sui prezzi delle materie prime energetiche e rendono il sistema più fragile. In queste condizioni diventa ancora più importante che i meccanismi regolatori europei siano coerenti tra loro. L’Ets va aggiornato alla realtà del sistema energetico di oggi come risulta dalla richiesta del governo italiano all’Unione europea.















