Il presidente polacco ha posto il veto su una legge che avrebbe permesso a Varsavia di accedere a 43,7 miliardi di euro del fondo europeo Safe per la difesa, la quota più grande tra tutti i Paesi Ue. Il governo Tusk ha risposto con una riunione d’emergenza e la promessa di trovare strade alternative. Dietro allo scontro c’è una frattura istituzionale profonda tra un esecutivo filoeuropeo e una presidenza vicina ai nazionalisti del Pis, con le elezioni del 2027 già in vista
Cortocircuito istituzionale a Varsavia sulla difesa. Il presidente della repubblica, Karol Nawrocki, ha posto il veto alla legge approvata dal Parlamento che avrebbe consentito al Paese di accedere a circa 43,7 miliardi di euro di prestiti nell’ambito del programma europeo Safe (Security action for Europe), il fondo da 150 miliardi stanziato dall’Unione europea per rafforzare la base industriale della difesa del continente. Immediata la reazione del governo guidato da Donald Tusk, il quale sostiene la necessità del finanziamento per il programma di riarmo nazionale. Con quasi un terzo dell’intero budget, la Polonia sarebbe il principale beneficiario del programma.
Cosa è successo
Il veto presidenziale è stato posto subito dopo che il Parlamento polacco (Sejm) aveva approvato la normativa per accedere ai fondi Safe, destinati a finanziare 139 programmi che spaziano dalla modernizzazione delle Forze armate al rafforzamento del confine orientale, fino al consolidamento dell’industria della difesa nazionale. La gestione dei prestiti sarebbe spettata alla banca statale Bgk, ma Nawrocki ha bloccato tutto, motivando la decisione con tre argomenti. Il primo è finanziario, dal moneto che il prestito comporterebbe un debito estero della durata di circa 45 anni. Il secondo riguarda la sovranità: secondo il presidente, il meccanismo Safe consentirebbe a Bruxelles di condizionare o sospendere i finanziamenti, riducendo l’autonomia di Varsavia in materia di difesa. Il terzo riguarda la clausola Buy European, che prevede una quota minima del 65% di componenti europei nei progetti finanziati, il che — secondo il presidente e l’area nazionalista — favorirebbe in primo luogo l’industria militare del continente a scapito degli acquisti di armamenti extra-europei.
La risposta del governo
Tusk ha convocato una riunione d’emergenza dell’esecutivo e promesso un “piano B” per ottenere comunque i fondi. Secondo l’esecutivo, i prestiti Safe, erogati a tassi agevolati, sono indispensabili per la sicurezza nazionale, specie mentre Varsavia è impegnata a fortificare il confine orientale (progetto East Shield) e a espandere le proprie Forze armate. Il premier ha respinto anche la proposta alternativa avanzata da Nawrocki — ribattezzata informalmente “Safe 0% polacco” — che puntava a finanziare la difesa attingendo agli utili delle riserve auree della banca centrale, stimati dal governatore dell’istituto in 197 miliardi di zloty (circa 46 miliardi di euro). Per il governo si tratta di risorse incerte e non immediatamente disponibili, dunque inadeguate a sostenere un piano di riarmo di quella portata.
Che succede adesso?
La crisi si inserisce in uno scontro istituzionale strutturale (e non totalmente nuovo) tra un governo liberale e filoeuropeo e una presidenza che è espressione dell’area nazionalista più vicina al partito Libertà e Giustizia (Pis). Il veto è uno degli strumenti con cui il capo dello Stato può bloccare l’agenda dell’esecutivo e questa volta è stato usato su un dossier che gode di ampio sostegno nell’opinione pubblica. I sondaggi indicano infatti che oltre il 53% dei polacchi era favorevole alla firma della legge. Ora, il governo ha diverse strade davanti: cercare un accordo politico con la presidenza su un sistema misto di finanziamento, trovare strumenti alternativi per accedere comunque ai fondi europei, o rischiare uno stallo prolungato. La posta è alta. La Polonia sta rapidamente costruendo uno dei più grandi eserciti d’Europa e rappresenta il primo baluardo del fianco orientale della Nato e dell’Ue. Che la questione sia maggiormente afferibile alla politica interna che a quella estera è abbastanza chiaro. La politica polacca, d’altronde, si è nettamente polarizzata negli ultimi anni e i dossier che tirano in ballo i fondi europei sono notoriamente un terreno di scontro feroce in vista delle elezioni previste nel 2027. Resta però il fatto che queste divisioni interne avvengono in un Paese che è schierato in prima linea sul fianco orientale e il cui riarmo interessa direttamente una molteplicità di attori, non ultimo dei quali la Russia.
















