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I missili di Kim piovono come un messaggio politico sull’ombrello di sicurezza Usa

Il lancio di missili nordcoreani durante l’esercitazione Freedom Shield riaccende le tensioni nella penisola coreana mentre emergono dubbi sul possibile ridispiegamento del sistema Terminal High Altitude Area Defense verso il Medio Oriente. La vicenda evidenzia una questione più ampia: la copertura di sicurezza americana resta centrale, ma la moltiplicazione delle crisi globali mostra che anche l’ombrello di Washington ha limiti e richiede agli alleati un ruolo crescente nella propria difesa

La Corea del Nord ha lanciato circa dieci missili balistici verso il Mar del Giappone, in una dimostrazione di forza che arriva mentre Stati Uniti e Corea del Sud conducono una nuova esercitazione militare congiunta. I missili nordcoreani sono stati sparati dall’area di Sunan, vicino all’aeroporto internazionale di Pyongyang, e hanno volato per circa 350 chilometri prima di cadere in mare, fuori dalla zona economica esclusiva giapponese e senza causare danni.

Secondo il comando militare sudcoreano, South Korean Joint Chiefs of Staff, i lanci – previsti da chi conosce la regione – sono avvenuti perché è in corso l’esercitazione congiunta Freedom Shield, una delle principali attività di addestramento annuali tra i due alleati. Le manovre coinvolgono circa 18.000 soldati sudcoreani e migliaia di militari statunitensi, sono iniziate cinque giorni fa e dureranno fino al 19 marzo. Si tratta soprattutto di una command-post exercise, basata su simulazioni e pianificazione operativa, affiancata da attività sul campo riunite sotto il programma Warrior Shield.

Per Pyongyang queste esercitazioni rappresentano da sempre prove generali di invasione. La Corea del Nord è ancora formalmente in guerra con Washington e Seul dal 1950. Non sorprende quindi che il regime guidato da Kim Jong Un risponda con dimostrazioni missilistiche, che servono sia come segnale politico sia come occasione per testare e perfezionare il proprio programma balistico.

Il contesto strategico in cui avviene questa nuova escalation è però più complesso del solito. Gli Stati Uniti sono infatti impegnati contemporaneamente in nell’escalation militare in Medio Oriente provocata dall’avvio degli attacchi israelo-americani sull’Iran. Davanti al crescente bisogno di armamenti nel West Asia, il Pentagono ha ordinato delle riallocazioni di alcune capacità militari americane dalla penisola coreana verso quel teatro. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa sudcoreana e statunitense, Washington avrebbe iniziato a spostare parte delle proprie difese antimissile verso la regione mediorientale.

Tra i sistemi citati c’è anche il Terminal High Altitude Area Defense (Thaad), dispiegato nel 2016 nella contea sudcoreana di Seongju per rafforzare la difesa contro la minaccia nordcoreana. All’epoca la decisione provocò una forte reazione di Pechino, che impose pesanti misure economiche contro Seul accusandola di aver alterato gli equilibri strategici regionali. E soprattutto fu molto contestata da una larga parte di sudcoreani, che tra posizioni nimby e preoccupazioni di una militarizzazione (anche agli occhi dei cugini del Nord), criticavano le scelte del governo dei tempi, troppo sottomesso ai desiderata strategici statunitensi.

Né Washington né Seul hanno confermato ufficialmente un ridispiegamento del sistema, limitandosi a dichiarare che eventuali movimenti di asset militari non comprometterebbero la postura difensiva congiunta. La questione è però politicamente sensibile in Corea del Sud. Il presidente Lee Jae-myung ha ammesso pubblicamente i limiti dell’influenza di Seul sulle decisioni strategiche americane: “Abbiamo espresso la nostra contrarietà, ma la dura realtà è che la nostra posizione non può sempre essere fatta valere fino in fondo”.

La vicenda assume un significato ancora più interessante se si considera che proprio Lee, negli anni in cui il sistema veniva dispiegato, era tra i principali critici della decisione. Nel 2016 aveva partecipato a numerose manifestazioni contro il Thaad, sostenendo che il sistema avrebbe “minato la pace nella penisola coreana” e contribuito a una spirale di militarizzazione nella regione.

Ma il contesto internazionale nel frattempo è profondamente cambiato. Oggi Seul si trova a fare i conti con una Corea del Nord sempre più assertiva e dotata di un arsenale nucleare più avanzato, mentre il rafforzamento dei rapporti tra Pyongyang e Mosca — con l’invio di truppe nordcoreane e armamenti a sostegno della guerra russa in Ucraina — ha ulteriormente complicato il quadro strategico. Inoltre c’è la Cina e una competizione tra potenze con Washington che è sempre più accesa.

In questo scenario, la difesa aerea è ora percepita come una necessità da molti sudcoreani, e ora le critiche al governo riguardano l’essere troppo dipendente dalle decisioni statunitensi, ma in senso opposto: prima nello schierare Thaad, ora nel ritirarlo (per spostarlo altrove). Il lancio dei missili dal Nord aggiunge dunque un ulteriore elemento di pressione al dibattito interno sudcoreano di questi giorni. Se da un lato rappresenta la consueta risposta alle esercitazioni congiunte con gli Stati Uniti, dall’altro rende più tangibili le preoccupazioni sulla solidità dell’ombrello di sicurezza, garantito nella sostanza dagli assetti americani, in un momento in cui Washington è impegnata su più fronti globali.

Proprio qui emerge la dimensione più ampia della vicenda. Il ridispiegamento del Thaas e la necessità di razionalizzare asset militari, sebbene mentre proseguono esercitazioni come Freedom Shield, ricordano che la copertura securitaria americana, pur restando centrale, non è illimitata. Gli Stati Uniti dispongono di capacità militari senza paragoni, ma anche queste devono essere distribuite tra teatri diversi – e la guerra contro l’Iran sta raccontando più di ogni altra cosa questo. Quando crisi regionali si sovrappongono — dal Medio Oriente all’Indo-Pacifico, fino all’Europa — Washington è costretta a compiere scelte.

Per gli alleati questo rappresenta una realtà strategica con cui confrontarsi sempre più apertamente. Per decenni l’ombrello di sicurezza americano è stato percepito come una garanzia quasi automatica e potenzialmente infinita. Oggi, invece, la moltiplicazione delle crisi globali solleva una domanda più scomoda: quante simultaneamente può gestirne davvero Washington? Se il sistema internazionale entra in una fase di competizione permanente tra grandi potenze, episodi come quello che riguarda la Corea del Sud suggeriscono che anche gli alleati più stretti degli Stati Uniti – a cominciare dagli europei – dovranno progressivamente rafforzare le proprie capacità di sicurezza autonome, piuttosto che considerare Washington il tutore illimitato delle loro esigenze strategiche.


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