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Non solo attacchi, gli effetti (politici) a catena tra Usa Golfo e Medio Oriente

La sfida è evitare che la guerra contro l’Iran acceleri, paradossamente, il suo programma nucleare. Le pressioni di India, Cina, Russia e Lega Araba possono essere decisive. Intanto quasi un milione di libanesi è sfollato e cresce il timore di una nuova crisi umanitaria nel Mediterraneo, simile a quella siriana

Al di là di come evolverà militarmente il conflitto armato in Iran, se con l’intervento o meno di truppe di terra, se con più o meno bombardamenti, e se l’elemento energetico diventerà decisivo imprimendo una direzione irreversibile alle sorti generali, spicca il dato politico conseguente all’operazione Ruggito del leone. Da un lato la scomposizione del quadro mediorientale, dove fino a ieri le parti erano ben definite (Iran, Turchia, Pakistan, Libano); dall’altro il fronte occidentale che oggi vede l’Ue presente a Cipro e idealmente vicina a quei Paesi del golfo che mai in passato si sarebbero aspettati un attacco da Teheran. Emerge dunque un numero sempre maggiore di variabili: l’India, la Cina, la Lega Araba. Mosse che determineranno inevitabilmente una ridefinizione di obiettivi e partner, anche perché i tempi dell’operazione israelo-americana detteranno anche il peso specifico delle singole conseguenze politiche sui territori. Già detto di Turchia e Siria, in maniera differente coinvolte nelle reazioni a catena degli attacchi slegati decisi da ciò che resta del regime iraniano, vanno attenzionati due elementi su tutti: l’asse Trump-Netanyahu da cui dipenderanno le decisioni future e le implicazioni politiche nella macro regione a cavallo tra Libano e Golfo.

Stati Uniti e Israele, il momento della verità

Si moltiplicano le fonti secondo cui gli Stati Uniti invieranno tre navi da guerra e 2.500 marines in Medio Oriente nel contesto della guerra con l’Iran. L’obiettivo è, nelle intenzioni, stanare Teheran e circoscrivere i tempi, per evitare che il conflitto si trasformi in un nuovo Vietnam che avrebbe conseguenze politiche, tanto in Israele quanto negli Stati Uniti. Trump punta sul fatto che sarebbe stato annientato “ogni obiettivo militare” sull’isola iraniana di Kharg, strategica per il petrolio. Le elezioni di midterm si avvicinano e anche i Repubblicani non intendono correre rischi. Ma è chiaro che le frange estreme di entrambi gli schieramenti Usa che sono insofferenti verso Israele si oppongono a qualsiasi azione volta a neutralizzare i nemici di Israele solo per piglio ideologico. Per cui sulla stampa americana è vivo quel dibattito fondato sull’antipatia verso Donald Trump e non sulle critiche basate su divergenze di merito riguardo all’azione militare. Identica polarizzazione politica in Israele, dove il dibattito sulla guerra è tarato dall’avversione verso Benjamin Netanyahu e si allontana così dal caso in questione.

Inoltre gli episodi di antisemitismo stanno purtroppo aumentando, come dimostra l’esplosione che ha danneggiato una scuola ebraica ad Amsterdam, in quello che il sindaco della città ha definito “un attacco deliberato contro la comunità ebraica”. Allarme anche in Michigan, dove il Tempio è stato attaccato e solo la prontezza del direttore della sinagoga e dei suoi collaboratori ha evitato una strage. Fenomeni che non sono più sporadici, ma presenti oggettivamente con una caratterizzazione anche politica da parte di chi fomenta l’antisemitismo.

Quali conseguenze tra Libano e Golfo: cosa rischia Vision 2030?

Il secondo elemento politico abbraccia quel ventaglio di Paesi che sono direttamente o indirettamente coinvolti. Israele ha dichiarato di star pianificando una “massiccia” invasione di terra del Libano meridionale per sradicare Hezbollah. L’obiettivo è mettere fuori uso i siti di armi del gruppo, da cui sono partiti e partono gli attacchi per così dire secondari. Beirut cerca colloqui diretti, quindi consapevole che la questione vada spostata sul piano diplomatico, anche per evitare nuovi danni ad un paese ormai allo stremo. Inoltre la guerra ha già causato lo sfollamento di quasi un milione di libanesi e le organizzazioni umanitarie lanciano l’allarme per una crisi umanitaria che impatterà sui paesi che si affacciano sul Mediterraneo in una sorta di “nuova crisi siriana”.

Al momento l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ritiene che 3 milioni di persone in Iran sono state temporaneamente sfollate a causa del conflitto in corso: la maggior parte di loro starebbe fuggendo verso il nord del Paese. In Libano più di 800.000 persone si sono registrate sulla piattaforma online governativa per gli sfollati, mentre in Siria sarebbero 70mila e 25mila sono le persone che hanno attraversato il confine dall’Iran all’Afghanistan. Inoltre la cosiddetta resistenza islamica, composta da fanatici informatici filo-Teheran, sta conducendo una guerra nell’ombra con l’obiettivo di guidare le difese di Teheran.

Una mossa, cento conseguenze

A questo punto il dato politico è capire come impedire che una guerra mossa all’Iran per evitare che si doti di armi nucleari possa potenzialmente trasformarsi in una accelerazione alla loro realizzazione. Per questa ragione l’intreccio con le pressioni esterne (più o meno esplicite) di player come India, Cina, Russia e Lega Araba potrebbe essere significativamente decisiva in questo senso. Quanti benefici, ad esempio, trarrà la Cina dal petrolio russo scevro dalle sanzioni? E come i Paesi del Golfo decideranno di procedere se i tempi della guerra dovessero allungarsi oltre la primavera? Strategie programmatiche come Saudi Vision 2030, il progetto arabo scritto da Mohammad Bin Salman, attuale erede alla Corona nonché primo ministro del governo saudita, considerato ormai da tempo colui che di fatto governa il Paese, verrà rallentato se non compromesso? Megalopoli futuriste, diversificazione degli investimenti e della proposta commerciale, unita agli alti rischi a Hormuz che peso avranno nel breve-medio periodo?


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