L’Europa e l’Italia non hanno interesse in una guerra dai costi economici elevati e dagli esiti incerti, e dovrebbero lavorare a una de-escalation coordinata con partner europei e del Golfo, spiega Alcaro (Iai). Ma mentre si ragiona su possibili aperture diplomatiche, il raid statunitense contro obiettivi militari a Kharg segnala che l’escalation nel Golfo continua su un delicato equilibrio tra pressione militare e stabilità dei mercati energetici
Secondo Riccardo Alcaro, responsabile del programma ”Attori Globali” dello Iai, dall’intervista che Formiche ha fatto all’ambasciatore iraniano a Roma, emergono tre condizioni poco realistiche, ma è possibile intravedere in controluce un ruolo che l’Italia potrebbe giocare insieme agli alleati europei e ai partner del Golfo per una de-escalation in Medio Oriente. Sono due settimane che la guerra israelo-americana contro l’Iran non ha sosta, e i riflessi internazionali sono già violenti – sia a livello economico che su quello del disordine globale (citofonare Pyongyang).
Anche per questo, i governi europei stanno esplorando canali diplomatici con Teheran mentre cresce la preoccupazione che il conflitto possa compromettere ulteriormente il traffico nello Stretto di Hormuz, il principale choke point per i flussi energetici globali.
Ne ha parlato il ministro della Difesa Guido Crosetto durante un’intervista al Corriere della Sera: l’Italia intende adoperarsi affinché l’Europa lavori con “una voce sola”, e tra le prime cose da fare ci sarebbe ”chiedere ufficialmente, come hanno fatto India e Cina, di consentire alle navi provenienti da Paesi non in guerra di passare attraverso Hormuz”. Fonti del governo italiano specificano tuttavia che le informazioni circolate sul Financial Times, su richieste di questo genere avanzate unilateralmente da alcuni Paesi europei, “sono inaccurate per quanto riguarda l’Italia” – conferma di come dal punto di vista di Roma l’iniziativa dovrebbe essere collettiva.
Per Roma, la questione non riguarda soltanto la gestione immediata della crisi, ma soprattutto i rischi strategici di un conflitto prolungato, avverte Alcaro. “Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, i rischi sono soprattutto economici e geopolitici. L’aumento dei prezzi dell’energia, le interruzioni dei flussi commerciali e l’incremento dei costi assicurativi per il traffico marittimo potrebbero tradursi rapidamente in un indebolimento delle prospettive di crescita, mentre l’instabilità regionale rischierebbe di protrarsi anche oltre la fine delle ostilità”.
Per questo, osserva Alcaro, l’Italia – come gran parte dei Paesi europei – non ha alcun interesse nel conflitto. “Questa guerra, che è una guerra di aggressione sebbene contro un regime autoritario e a sua volta aggressivo, rischia di avere costi così elevati e risultati così incerti che è necessario iniziare subito a pensare a quale forma di gestione regionale del dopo-conflitto possa garantire maggiore stabilità”, spiega l’analista dello Iai.
Alcaro sottolinea inoltre che, con il prolungarsi della guerra, aumenterebbe il rischio di effetti indiretti, tra cui possibili pressioni migratorie e nuove forme di instabilità regionale. “In uno scenario di forte indebolimento dello Stato iraniano, non si potrebbe escludere neppure l’emergere di dinamiche di radicalizzazione o in generale forme di terrorismo”.
Ma quali sono gli scenari davanti a noi? “Lo scenario più probabile è quello di una Repubblica islamica più debole ma ancora intatta, e potenzialmente ancora più ostile e aggressiva”. Secondo l’analisi di Alcaro, il conflitto potrebbe evolvere verso tre scenari potenziali: un regime iraniano indebolito ma resiliente e più ostile; un’ipotesi molto meno probabile di destabilizzazione profonda dello Stato iraniano; oppure una situazione in cui la resistenza di Teheran consenta alla leadership di ottenere almeno parte delle condizioni avanzate.
Per la complessità di ciò che accadrà dopo, qualsiasi iniziativa diplomatica adesso non dovrebbe limitarsi alla sola riapertura dello Stretto di Hormuz, ma inserirsi in un quadro più ampio di stabilizzazione delle relazioni regionali mirando al periodo successivo al conflitto.
Secondo Alcaro, uno sforzo per evitare che il caos diventi sistemico “avrebbe senso soprattutto a livello europeo e in coordinamento con gli attori regionali più aperti al dialogo, in particolare Arabia Saudita, Qatar e Oman”. L’obiettivo sarebbe quello di trasmettere messaggi paralleli: “Da un lato spingere Washington a chiudere rapidamente il conflitto, dall’altro incoraggiare Teheran a non spingere ulteriormente verso l’escalation, pur nella consapevolezza che le condizioni dettate sono sostanzialmente irrealizzabili”.
In questo contesto, eventuali contatti esplorativi con l’Iran potrebbero essere utili, a condizione che siano inseriti in quella strategia politica più ampia. “Aprire canali di comunicazione può servire a trasmettere segnali politici e verificare margini diplomatici”, spiega Alcaro. Tuttavia, avverte che un approccio frammentato o guidato esclusivamente dalle preoccupazioni economiche europee rischierebbe di produrre l’effetto opposto.
Se Teheran interpretasse un’eventuale iniziativa europea “semplicemente come il segnale di un timore per l’impatto economico della crisi, la leadership iraniana potrebbe sentirsi incoraggiata ad alzare ulteriormente il livello dello scontro”. Il rischio, conclude l’analista, è che l’Iran arrivi a ritenere che basti colpire l’economia globale per costringere gli europei ad aprire rapidamente un negoziato emergenziale.
“Per questo motivo, qualsiasi iniziativa diplomatica dovrebbe presentarsi come parte di un fronte europeo più ampio, possibilmente coordinato con i Paesi del Golfo e con messaggi coerenti sia verso Teheran sia verso Washington”. In tale prospettiva, la riapertura dello Stretto di Hormuz rappresenterebbe soltanto un primo passo, sebbene molto importante: ”Il segnale che un processo diplomatico più ampio, volto a prevenire nuovi conflitti regionali, rimane ancora possibile”.
Ma intanto la guerra continua a muoversi su un piano di escalation (controllata?). Gli attacchi statunitensi contro obiettivi militari sull’isola iraniana di Kharg – snodo da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere del Paese – ha segnato un passaggio strategico delicato. Washington ha colpito infrastrutture militari evitando però terminali, pipeline e pontili di carico del greggio, da cui partono fino a 1,5-1,7 milioni di barili al giorno. Il messaggio è quello di una pressione calibrata: colpire senza provocare uno shock immediato sui mercati energetici globali. Ma il precedente resta. Per decenni Kharg era rimasta sostanzialmente intoccabile anche nei momenti più tesi delle crisi regionali. Oggi quella linea rossa appare meno solida.















