Russia e Cina osservano la crisi tra Iran e Stati Uniti con prudenza strategica: sostengono Teheran ma senza esporsi, puntando a contenere rischi e massimizzare vantaggi geopolitici. Le loro mosse, tra calcolo energetico e interessi regionali, incidono sulle dinamiche del conflitto. L’analisi del generale Carlo Jean
La guerra è sempre il regno dell’imprevedibile. Nessun piano di guerra regge alle prime cannonate. Questo sta capitando anche nel conflitto tra Israele e Usa da un lato, e Iran, dall’altro. I dibattiti circa la possibilità di una rapida conclusione del conflitto sono confinati ai discorsi propagandistici, specie del presidente americano. Dal canto suo, è più che chiaro che i dirigenti iraniani abbiano tutto l’interesse ad un prolungamento della guerra, data la volatilità dell’opinione pubblica americana da un lato, e dagli alleati tradizionali degli Stati Uniti, dall’altro. La loro opposizione si accrescerà a mano a mano che si prolungherà la guerra e, in particolare, il blocco dello Stretto di Hormuz che sottrae al mercato mondiale non solo le risorse petrolifere iraniane, ma gran parte di quelle degli Stati del Golfo. Solo una parte di quelle dell’Arabia Saudita arrivano al Mar Rosso e al mercato mondiale.
Un altro fattore critico, sul prolungamento del conflitto, è l’entità delle riserve dei missili e dei droni iraniani rispetto a quella degli stock di antimissili e anti-drone americani. C’è al riguardo da notare che l’intercettazione di un missile o di un drone è enormemente superiore al costo della sua costruzione. Inoltre, quest’ultima può essere realizzata in tempi molto più brevi di quelli dei sistemi anti-drone. Esiste, quindi, una dissimmetria di fondo tra attacco e difesa che si traduce nella capacità del contendente più debole di bilanciare quello più forte. Tale gap diventa sempre più consistente a mano a mano che la guerra si prolunga come dimostrano le operazioni in atto in Ucraina.
Gli Stati Uniti sono alla disperata ricerca di soluzioni di due settori critici. Il primo è quello già accennato del divario tra difesa e attacco antimissile. Il secondo è relativo all’aumento del costo del petrolio di cui un quinto del commercio mondiale transita per lo Stretto di Hormuz. Per quanto riguarda il primo punto, il Pentagono ha adottato una misura che fino a qualche tempo fa sembrava impraticabile: quella di chiedere – evidentemente ottenere – il supporto di tecnologie e di esperti Ucraini nella lotta anti drone per proteggere gli Stati del Golfo loro alleati e impedire la prosecuzione di una guerra prolungata in cui la guerriglia potesse avvalersi di leggeri drone kamikaze. Con una testata di 20-30 kg di esplosivo essi possono essere facilmente fabbricati anche in officine rudimentali e sono efficaci contro tutti gli obiettivi non interrati, in particolare situati entro una gittata di un paio di centinaia di km.
Molto più difficile è l’opposizione alla chiusura dello Stretto di Hormuz senza l’impiego di truppe a terra fino a una distanza dalla costa, sufficiente per l’individuazione di missili anti nave e di drones. È necessario, al riguardo, l’impiego di truppe di terra. Tale fatto è fortemente contrastato dall’opinione pubblica americana; comunque avrebbe un consistente impatto sulle elezioni di midterm. Va considerato che gli Usa non hanno grandi forze terrestri schierate nella regione e che la massa delle loro forze non è impiegabile per un attacco a Hormuz dato che è specializzata per la protezione di siti sensibili quali basi aeree e depositi carburanti. La preparazione di un’invasione via terra richiederebbe almeno un mese perché le forze dovrebbero essere spostate dagli Stati Uniti. Trump si trova, quindi, in un’impasse che non può essere superata con la sola intensificazione degli attacchi aerei né con il conseguimento di una vittoria prima delle elezioni di midterm.
In questa situazione i due “amici” dell’Iran dei Pasdaran – cioè la Russia e la Cina – non possono fare altro che protestare e invocare il rispetto del diritto internazionale, ma non sembrano disponibili ad intervenire efficacemente per salvare il regime iraniano dall’attacco di Trump. Quest’ultimo non può essere limitato a un aggiustamento diplomatico in cui Teheran accetti le richieste di Washington, ma deve comportare un cambiamento di regime. Molto pragmaticamente non solo la Cina, ma anche la Russia stanno cercando di ridurre le perdite e nel limite del possibile, trarre qualche vantaggio dal “pasticcio” in cui gli Stati Uniti si sono ficati. Per la Cina è più facile. È sempre stata prudente nei confronti degli Ayatollah. È interessata al petrolio non al regime iraniano e disposta al qualsiasi compromesso. Può aspettare anche per lungo tempo dato che dispone di consistenti riserve petrolifere e che comunque può marginalmente aumentare già nell’attuale situazione le importazioni di petrolio dalla Russia.
Per Putin, invece, la situazione presenta luci e ombre. Le luci consistono nella distrazione dell’opinione pubblica americana dall’Ucraina al Medio Oriente e nelle tensioni che l’attacco israelo-americano ha provocato nei rapporti tra Usa ed Europa, indebolendo la Nato. Inoltre, l’uscita, alquanto estemporanea, di Putin di liberalizzare il traffico mondiale di petrolio rappresenta per Mosca un grosso aiuto, in relazione alle sue disperate condizioni finanziarie. È difficile valutare quanti dollari affluiranno al tesoro russo per finanziare guerra in Ucraina, ma la massa degli esperti non ritiene possibile che sia tale da modificare radicalmente la situazione sul fronte ucraino. I vantaggi saranno solo marginali e molto verosimilmente la dirigenza europea approfitterà dell’occasione per pretendere che siano subordinati a concessioni nei confronti del conflitto in Ucraina.
In definitiva, le recenti modifiche apportate da Trump alla sua precedente linea strategica avranno effetti marginali sull’esito del conflitto. Esso resterà di attrito soprattutto tra le rispettive opinioni pubbliche interne e dei loro alleati. Sui risultati finali influiranno comunque a favore di Teheran, almeno da un punto di vista prettamente militare, l’importanza che i droni hanno assunto anche nella guerra territoriale. Essi costituiranno l’arma essenziale degli iraniani.
















