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Un sistema internazionale cambiato. Perché i meccanismi di ieri non bastano più

Finché le vecchie potenze erano ancora in grado di aver in mano le briglia del controllo politico, le cose potevano anche andare. Ma venuto meno quel presupposto il vaso di Pandora si è scoperchiato. E sarebbe vano pensare di poterlo nuovamente richiudere, adoperando il sigillo di un tempo. Il commento di Gianfranco Polillo

C’è grande nostalgia, specie a sinistra, per le vecchie regole del diritto internazionale. Comprensibile. Avevano garantito un lungo periodo di pace, appena intaccato da episodi circoscritti che avevano la caratteristica, seppur con qualche eccezione, di guerre a bassa intensità. Allora il mondo era diviso in due blocchi contrapposti. Due aree di influenza all’interno delle quali, le due maggiori potenze – Stati Uniti e Unione Sovietica – avevano diritto di vita e di morte. Al punto che quando nel 1956 Gran Bretagna, Francia ed Israele, contro il volere dell’Egitto, tentarono di occupare il Canale di Suez, la minaccia di un intervento congiunto degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, fu sufficiente per risolvere la questione, a danno degli altri Paesi occidentali.

Ma al di là di quell’episodio, la regola generale era il rispetto delle due zone d’influenza. Con l’Unione Sovietica che spadroneggiava nell’Europa dell’est: i fatti d’Ungheria nel 1956, e della Cecoslovacchia nel 1968. E gli Stati Uniti, decisi a non tollerare la presenza di regimi ritenuti ostili soprattutto in America Latina. Il caso più clamoroso: il colpo di stato in Cile, contro il governo di Salvador Allende, in odore di socialismo. Al confine dei due imperi, invece, il conflitto era cruento, come nel caso della guerra del Vietnam. Non solo una lotta di liberazione nazionale da parte dei Vietcong, ma lo scontro aperto tra i due blocchi contrapposti.

Nel 1992, secondo l’Fmi, il peso della Russia sull’economia mondiale era pari al 4,9%. Quello della Cina, con una percentuale del 4%, quasi equivalente. I soli Stati Uniti, invece, pesavano per il 19,7%. In pratica più del doppio della somma dei due rivali. I quali, a loro volta, erano divisi da un forte contrasto politico ed ideologico, che solo il comune sostegno ai vietnamiti aveva, in qualche modo, neutralizzato. Nella quotidianità, invece, la Russia, forte della sua dimensione territoriale e del dominio esercitato sui Paesi satelliti, al di là della cortina di ferro, era il vero pivot del presunto “blocco antimperialista”. Circostanza che aveva spinto Richard Nixon, su suggerimento di Henry Kissinger, a giocare la carta del “divide et impera”.

Se poi si considera l’intero blocco delle alleanze non solo militari, la sproporzione era ancora maggiore. Nel suo complesso l’Occidente valeva il 59,9 del Pil mondiale. Mentre l’insieme dei regimi comunisti non arrivava al 12%. Rapporti di forza destinati a pesare anche all’interno dell’Onu. Gli Usa non solo ne erano il principale finanziatore, ma in grado di condizionare i lavori del Consiglio di sicurezza. Organismo in cui l’Unione Sovietica era isolata. Non si dimentichi la guerra di Corea, agli inizi degli anni ‘50. Essa fu condotta sotto l’egida dell’Onu, sulla base di una decisione del Consiglio di sicurezza, che approfittò dell’assenza dell’Unione Sovietica. Che per protesta lo aveva da tempo abbandonato. Quella guerra, a favore della Corea del Sud, vide poi la partecipazione di ben 29 Stati, seppure con funzioni diverse. Mentre a favore del Nord e quindi del blocco comunista se ne mobilitarono solo 9.

Ma le cose erano destinate a cambiare. Il 25 ottobre del 1971, con l’approvazione della Risoluzione 2758, l’Unione Sovietica riuscì ad estromettere dal Consiglio di sicurezza Twain ed attribuire alla Cina di Mao il relativo seggio. Un vittoria indubbia, favorita anche dalle mire americane, ma ancora ben lontana da determinare uno spostamento dei reali rapporti di forza. Fin dall’inizio il Consiglio di sicurezza dell’Onu era composto da 5 membri permanenti (USA, Unione Sovietica, Cina, Francia e Regno Unito), dotati del diritto di veto, e da 10 membri eletti periodicamente dall’Assemblea generale. Ebbene tra gli eletti, se si esclude l’India ed il Pakistan, sono stati sempre Paesi legati agli Stati Uniti. In genere appartenenti alle economie avanzate o ai principali paesi dell’America Latina, come l’Argentina, il Brasile o la Colombia.

Un dominio durato quasi un’eternità, ma alla fine, come tutte le cose terrene, destinato a finire. Finire perché nel frattempo il mondo andava avanti. Cambiava. Ed il cambiamento non era certo a favore delle vecchie metropoli del benessere. E di conseguenza anche le condizioni all’interno dell’Onu non potevano che modificarsi, nell’affermarsi di un maggiore equilibrio. Ed oggi quelle vecchie posizioni dominanti hanno dovuto cedere il passo. La prevalenza degli Stati Occidentali (5 delegati), ma solo perché tre (Usa, Regno Unito e Francia) sono membri di diritto, è rimasta. Ma è fortemente cresciuta la rappresentanza degli altri Paesi.

Un’evoluzione che ha riflesso, come in uno specchio, il cambiamento dei rapporti di forza, nel frattempo intervenuto a livello mondiale. Dal 1980 il peso delle vecchie metropoli del benessere, la maggioranza delle quali parte integrante del blocco atlantico – occidentale, che era stato pari al 59,9% del Pil mondiale, scendeva al 35,2% (2025). Mentre lo stesso peso degli Stati Uniti diminuiva dal 21,6 al 14,6%. Per contro la Russia si collocava al 3,4% (con una perdita di oltre un punto e mezzo rispetto al passato) mentre la Cina, dopo aver superato gli stessi Stati Uniti, nel 2016 raggiungeva la vetta del 19,6% del Pil mondiale. Nuovo primato planetario. Ma in solitaria. L’Occidente, nel suo complesso, rimane più forte dei suoi antagonisti storici. Sennonché Donald Trump non sembra troppo interessato.

Quali le ragioni di quel grande balzo destinato a cambiare la geopolitica del mondo? Soprattutto una: lo sviluppo della globalizzazione nelle sue diverse fasi. È grazie ai suoi fasti o nefasti che il peso delle economie emergenti, nello spazio di un trentennio, è passato dal 35,4% del 1980 al 60,71% del 2025. Alla testa gli emergenti dell’Asia: il 34,9 del totale (la Cina da sola vale il 19,6%). Mentre il rimanente 25,7% si ripartisce tra Europa, America Latina, Medio Oriente e Asia centrale con una percentuale pari a circa il 7% per ciascuno. Ed il fanalino di coda delle aree sub sahariane e dell’Africa con un più limitato 4%.

Poi le ulteriori segmentazioni. Con l’area dell’Indo Pacifico destinata a divenire il centro di questo Nuovo Mondo. In questa zona si concentra gran parte della ricchezza mondiale. Se al gruppo degli emergenti, composta da 30 Paesi, si sommano i contributi delle economie avanzate, presenti nell’area, quella percentuale cresce fino al 42,6%. Mentre, per avere un termine di paragone, il peso delle economie dei Paesi membri del G7, che nel 1980 erano pari al 51,8% del Pil mondiale, oggi valgono solo il 28,2%.

Facile vedere, pertanto, come il trascorrere del tempo abbia progressivamente eroso le basi di quell’antico potere dal quale erano germogliate le regole del diritto internazionale: figlie di una cultura, che apparteneva alle élite dominanti. Perché meravigliarsi, allora, della reazione degli esclusi di un tempo. Che hanno reagito in modo diverso. Vi è stato chi come la Cina, approfittando della scarsa lungimiranza dei suoi concorrenti, ha coniugato la potenza autocratica del suo sistema politico con le regole del mercato. Ottenendo in tal modo un successo che ha dell’eccezionale: il suo peso sull’economia mondiale, dal 1992 al 2025 è cresciuto in media di 0,45 punti l’anno.

Altri invece, come la Russia o l’Iran, incapaci di seguire quel percorso, hanno puntato tutto sulla potenza militare. Emblematico il caso di Vladimir Putin, accolto nel salotto buono (il G7 che si trasforma nel G8) nel 1997, ma del tutto insofferente rispetto alle regole che ne animavano lo spirito. Ne verrà estromesso nel 2014, a seguito dell’annessione della Crimea. Già allora pesava su di lui un senso di frustrazione: la consapevolezza, come fu detto in quegli anni, che quella partecipazione non era tanto dovuta al peso economico e finanziario del suo Paese “trascurabile, ma in virtù della sua potenza militare e della sua importanza politica, grazie alla quale poteva influire sugli equilibri mondiali”.

Ancora diverso, seppure in alcuni aspetti coincidenti, il caso dell’Iran. Potenza regionale del quadrante medio orientale al pari dell’Arabia Saudita e dell’Egitto, il suo odio nei confronti di Israele aveva ed ha motivazioni profonde. Non ultima quella legata alla potenza tecnologica, e quindi militare, dello Stato ebraico che gli consentiva una presenza sempre più forte nell’intera area. Sullo sfondo, poi, la lotta tra Sciiti e Sunniti (soprattutto Arabia Saudita) in quella sorta di riedizione della “guerra dei trent’anni” che l’Europa aveva conosciuto tra il 1618 ed il 1648. Quando lo scontro era stato tra cattolici e protestanti, per poi trasformarsi nello conquista del cuore dell’Europa.

Fattori diversi hanno quindi contribuito a rendere obsolete regole nate e sviluppatesi in un contesto economico e sociale profondamente diverso. Regole, tra l’altro, tutt’altro che giuste. Ma figlie dello strapotere di un vecchio imperialismo che, in molte parti del mondo, aveva disegnato i confini dei singoli Stati in funzione dei propri contrastanti interessi. Finché le vecchie potenze erano ancora in grado di aver in mano le briglia del controllo politico, le cose potevano anche andare. Ma venuto meno quel presupposto il vaso di Pandora si è scoperchiato. E sarebbe vano pensare di poterlo nuovamente richiudere, adoperando il sigillo di un tempo.


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