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Su Pirelli il governo prova ad accelerare verso l’uscita della Cina

I vertici della Bicocca, insieme ai rappresentanti dei principali azionisti, tra cui Sinochem, sono stati ascoltati dall’Ufficio golden power. Chiamato a questo punto a pronunciarsi entro il 15 aprile. L’obiettivo prioritario rimane il disimpegno del socio cinese per salvare il mercato americano

Lentamente, un passo alla volta, il governo prova a sbrogliare la matassa. E permettere a Pirelli di continuare a competere sul mercato americano senza incappare nelle restrizioni che vietano la vendita di tecnologia da parte di quelle aziende che hanno nel capitale partecipazioni di azionisti cinesi di una certa consistenza. Continua sottotraccia il lavoro dell’esecutivo per arrivare a un disimpegno di Sinochem, colosso del Dragone attivo nella chimica e ad oggi ancora socio forte della Bicocca (34%), seppur con le armi spuntate (il gruppo cinese ha da tempo perso il grip su board e assemblea).

Una scelta, come raccontato più volte da questo giornale, quasi obbligata. Entro poche settimane, infatti, negli Stati Uniti entrerà in vigore il divieto che impedirà ai produttori di auto non americani di utilizzare tecnologia di società controllate da azionisti cinesi e russi. E il gruppo dei pneumatici italiano, purtroppo, ad oggi rientra nella lista. Pirelli, infatti, utilizza il sistema Cyber Tyre, che costituisce la tecnologia leader dell’azienda ed è centrale per i suoi piani di crescita negli Stati Uniti, che da soli valgono un quinto dei ricavi di Pirelli.

Per questo il governo italiano, di raccordo con Camfin, veicolo controllato da Marco Tronchetti Provera e azionista di Pirelli con il 25,7% e che proprio nelle scorse settimane ha bocciato una prima proposta cinese, ovvero scorporare le attività di Pirelli relative agli pneumatici intelligenti (dotati cioè di tecnologia cyber tire) facendole confluire in una nuova entità in cui non ci sarebbe la presenza del Dragone, sta lavorando per negoziare una diluizione degli attuali azionisti di maggioranza sotto il 10%.

Il tempo, insomma, stringe, dal momento che a giorni scadrà il termine ultimo per adeguarsi alla normativa statunitense del Bureau of Industry and Security che, come detto, vieta l’uso di software e hardware prodotti da società con azionisti rilevanti con base in Cina. In questo contesto vanno inquadrati i colloqui avvenuti nelle scorse ore tra i vertici della Bicocca, unitamente ai rappresentanti dei principali azionisti e l’Ufficio golden power in seno alla presidenza del consiglio. Da un lato China national tire and rubber corp (Cnrc), controllata di Sinochem, dall’altro Mtp-Camfin, pronta a crescere fino al 29,9%.

Le audizioni, svolte a Palazzo Chigi, sono state considerate ancora interlocutorie ma servono a sciogliere il nodo della governance della società della Bicocca, finita al centro delle nuove tensioni geopolitiche e tecnologiche tra Stati Uniti e Cina. Il tema si intreccia con la stretta annunciata da Washington sui veicoli connessi. La tabella di marcia fissa al 15 aprile la data entro la quale è atteso un intervento dell’Ufficio golden power, al termine della procedura di 75 giorni partita il 30 gennaio scorso quando i due soci di Pirelli hanno notificato la disdetta del patto parasociale in scadenza il 18 maggio.

Ma i tempi, come detto, stringono anche perché dal 17 marzo comincerà la mappatura delle autorità americane delle aziende con nomi di Pechino nell’azionariato. Si tratta del passaggio iniziale per arrivare nei prossimi mesi a imporre alle case automobilistiche di decidere quali fornitori scegliere, e quindi quali tecnologie adottare, in vista dei modelli del 2027 che dovranno ricevere l’autorizzazione per essere venduti negli Usa. Le posizioni di Sinochem e Camfin restano ancora lontane, come di mostra il fatto che, tramontata l’ipotesi di uno scorporo delle attività, i cinesi abbiano bocciato l’ipotesi di un blind trust dove conferire parte della loro quota.


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