La soglia del 2 per cento non basta più. La deterrenza europea dipende sempre più dalla capacità industriale, dalla resilienza delle filiere e dall’integrazione con l’ecosistema transatlantico. In questo scenario l’Italia può giocare un ruolo chiave. L’intervento di Carmine America, founder & ceo di Prima Sidera
Per decenni, il dibattito sulla difesa europea si è limitato a un parametro contabile: il raggiungimento del 2% del Pil. Oggi, di fronte al riorientamento strategico di Washington verso l’Indo-Pacifico, la metrica della deterrenza è cambiata. L’autonomia strategica non è più soltanto una dichiarazione politica, ma una funzione diretta della base produttiva. Non è una questione di sola spesa, ma di architettura industriale.
La necessità di consolidare la base tecnologica e industriale della difesa europea (Edtib) non deve essere fraintesa come il tentativo di costruire una “fortezza Europa” di stampo protezionistico. Al contrario, il rafforzamento delle filiere continentali rappresenta la risposta più concreta alla storica richiesta americana di un reale burden sharing. Un’Europa incapace di scalare la produzione e dipendente da supply chain frammentate costituisce una vulnerabilità per l’intera Alleanza.
Gli Stati Uniti non vedono un’Europa industrialmente robusta come un elemento di frizione, ma come un fattore essenziale per rafforzare l’ecosistema transatlantico. La collaborazione tecnologica non è alternativa all’autonomia europea, ma ne è una componente strutturale.
La vera sfida è superare la frammentazione interna attraverso una convergenza con le catene di approvvigionamento statunitensi. In questo scenario, l’ecosistema industriale italiano ricopre un ruolo di cerniera insostituibile. I campioni nazionali, forti di una storica vocazione atlantica, dimostrano come sovranità europea e interoperabilità con gli Stati Uniti siano concetti perfettamente complementari.
Questa dinamica è evidente in tutti i domini strategici. Nell’aerospazio e nell’elettronica per la difesa, così come nel settore critico della propulsione aeronautica, le partnership tra le grandi realtà italiane e i colossi statunitensi – con una presenza industriale profondamente radicata nel nostro Paese – rappresentano un modello operativo consolidato. Queste sinergie consentono di condividere il know-how, abbattere i costi di ricerca e garantire un accesso reciproco ai mercati.
Allo stesso modo, nella dimensione navale e nel dominio subacqueo – oggi nuovo fronte critico per la sicurezza delle infrastrutture globali – l’industria italiana esprime una leadership tecnologica che si sta già proiettando con successo nel mercato nordamericano, dando vita a partnership bidirezionali di elevato valore strategico.
Tuttavia, il futuro della competizione globale si giocherà sulle operazioni multidominio e sugli strategic enablers tecnologici, come l’intelligenza artificiale, il cloud e la cybersecurity. Su queste tecnologie di frontiera, procedere su binari disgiunti tra le due sponde dell’Atlantico sarebbe un errore fatale. Lo sviluppo di modelli avanzati richiede volumi di investimento tali da rendere inefficiente qualsiasi frammentazione degli sforzi. Non può esserci autonomia senza complementarità.
L’Italia ha oggi un’opportunità unica: utilizzare il peso delle proprie eccellenze industriali per guidare l’integrazione del mercato europeo, mantenendolo al contempo saldamente ancorato all’ecosistema di Washington. È attraverso questa sinergia che l’Europa può affermarsi come un nodo tecnologico avanzato e insostituibile all’interno del sistema di sicurezza occidentale.
















