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L’unità occidentale alla prova della guerra nel Golfo. L’analisi di Castellaneta

L’attacco iraniano a Diego Garcia segna un salto qualitativo nel conflitto e apre interrogativi sulla tenuta dell’equilibrio strategico globale. Ma il rischio più profondo è quello di una frattura sempre più ampia tra Stati Uniti ed Europa. L’analisi dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

Sono trascorse oltre tre settimane dall’inizio di questa nuova guerra nel Golfo e le ostilità – nonostante i messaggi contraddittori di Donald Trump sul suo social ‘Truth’ – non accennano a diminuire. Anzi, l’Iran ha da poco fatto un salto di qualità nelle sue reazioni militari, lanciando due missili balistici contro la base anglo-americana di Diego Garcia, situata nell’Oceano Indiano a circa 4mila km di distanza. Un segnale preoccupante in vista di un possibile allargamento del conflitto attuale, ma anche di possibili azioni ostili future. Infatti, se un Paese sotto embargo da anni e considerato un ‘paria’ della comunità internazionale è riuscito a sferrare un attacco del genere, si può immaginare cosa potrebbero fare altri Stati dotati di maggiori risorse finanziarie se confrontati a crisi analoghe.

L’allargamento del conflitto, però, non è limitato alle azioni puramente militari: la preoccupazione sta aumentando giorno dopo giorno per le ricadute economiche che potrebbero colpire tutto il mondo, ma in particolare quei Paesi trasformatori e importatori netti di energia come quelli europei, tra i quali soprattutto Italia e Germania. Ma un danno collaterale ancora più pesante del ‘conto’ economico e di più lunga durata potrebbe essere quello del deterioramento dei rapporti tra gli alleati occidentali e, in particolare, dell’allargamento della distanza tra le due sponde dell’Atlantico e della separazione dei due blocchi che sono stati fino ad ora alla base del successo della comunità occidentale.

Un processo in corso ormai da qualche anno ed accentuato da quando il Presidente, eletto a larga maggioranza dai cittadini americani, Donald Trump, ha fatto ritorno alla Casa Bianca con un contorno di insulti, critiche e atti ostili (come i dazi) ai Paesi amici, anche quelli più stretti, e che ora, con una guerra che nessun altro alleato Nato voleva, sta raggiungendo il culmine.

Peraltro, il preoccupante ampliamento di questa frattura nelle relazioni transatlantiche avviene proprio nel momento in cui occorrerebbe fare il contrario e serrare i ranghi, alla luce della competizione globale in aumento soprattutto con la Cina. Sarebbe naturale pensare a una maggiore coesione tra Paesi che condividono le stesse radici culturali, sistemi politici ed economia di mercato: era proprio questa, ad esempio, la ragione alla base dell’accordo commerciale Ttip, poi purtroppo fatto naufragare dallo stesso Trump durante il suo primo mandato.

Invece oggi le intemperanze verbali del Presidente e il disdegno per quel galateo istituzionale tradizionalmente applicato – da ultimo l’epiteto di ‘codardi’ rivolto agli altri membri della Nato per la ritrosia a entrare attivamente nella guerra contro l’Iran – di certo non aiutano a superare le divisioni, scavando solchi sempre più profondi e minando il reciproco rispetto e la fiducia, soprattutto a livello di opinione pubblica.

Una distanza che è sempre più evidente, anche se in superficie la percezione è diversa e meno traumatica, perché i leader europei – per prudenza o per tornaconto politico – cercano di replicare il meno possibile alle frasi ingiuriose di Trump. Questo processo di allontanamento sembra però inesorabile, anche perché il sentimento di amicizia nei confronti degli Stati Uniti, che tradizionalmente albergava nella maggior parte dell’opinione pubblica occidentale, sta venendo progressivamente meno, in parallelo a quanto sta accadendo nei confronti di Israele, con ricadute ingiustificate anche sulle comunità ebraiche nel mondo.

Insomma, il continuo ricorso ad atteggiamenti da ‘uomo forte’ anziché da leader democratico, il costante superamento dei protocolli tra Stati, il sistematico uso della forza senza basi giuridiche, tendono a spezzare la coesione occidentale, provocando una deriva che potrebbe portare addirittura a una contrapposizione nel tempo tra le due sponde dell’Atlantico. Si può solo sperare che il Presidente Trump, con uno di quei colpi a sorpresa ai quali ha ormai abituato, dichiari la guerra contro l’Iran vinta, freni i piani di sicurezza allargata del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e, in vista dell’appuntamento elettorale di mid-term, si dedichi maggiormente alle questioni interne, dall’economia all’ordine pubblico, fino al dibattito politico anche in seno al popolo Maga che lo ha scelto come proprio riferimento e che ora esprime critiche e diffidenze nei suoi confronti.

Negli ultimi due secoli Europa e Stati Uniti si sono avvicinati grazie all’ondata migratoria di milioni di persone con la ‘valigia di cartone’. Successivamente, gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo determinante sia nel primo sia, soprattutto, nel secondo conflitto mondiale, nella ricostruzione europea che seguì e nella protezione dal blocco sovietico. Oggi, tuttavia, il continente europeo rischia di trovarsi scoperto di fronte alle minacce esterne e privo di un proprio potere di deterrenza se la protezione che gli americani hanno garantito negli ultimi ottant’anni dovesse venire meno. È questo, nel medio-lungo periodo, il più grande pericolo e il danno collaterale più gravoso a cui si andrebbe incontro se non si intervenisse per tempo.

Nel frattempo, in un momento in cui il mondo è caratterizzato da un elevato numero di conflitti – due dei quali particolarmente grandi e pericolosi, con ovvio riferimento a Ucraina e Iran – appare sempre più urgente l’esigenza di rivedere gli accordi che avevano dato vita all’ordine internazionale emerso dal secondo dopoguerra. Dalla prospettiva europea, non fa eccezione l’architettura costruita sotto l’ombrello della protezione militare statunitense, deliberatamente pensata per fare dell’Ue un’area di pace e cooperazione.

Purtroppo, tale architettura risulta oggi incompleta e dovrà essere rafforzata con strumenti nuovi, sia economici sia militari. Allo stesso modo, non dovranno mancare gli sforzi per mantenere il più possibile vicine, nonostante tutto, le due sponde dell’Atlantico. Un’Europa più forte e autonoma, in grado di affiancare gli Stati Uniti in maniera più autorevole, potrebbe portare benefici per tutti.

L’auspicio è che l’Italia possa avere un ruolo guida in questo processo, potendo contare sulla prudenza e sulla visione della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani e dei responsabili della difesa nazionale.


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