Il rinvio degli attacchi da parte di Trump apre una finestra negoziale che sposta la crisi di Hormuz dalla logica militare a quella diplomatica. Nei prossimi giorni si gioca l’equilibrio tra de-escalation e ritorno alla pressione militare, mentre l’Iran consolida la sua leva sul traffico energetico globale
Gli Stati Uniti e l’Iran hanno avviato “very good and productive conversations” su una possibile risoluzione delle ostilità in Medio Oriente, con colloqui che proseguiranno nei prossimi giorni. Sulla base di questo sviluppo, annunciato direttamente da Donald Trump tramite il suo Truth Social, il presidente statunitense ha fatto sapere anche di aver ordinato il rinvio di tutti gli attacchi contro centrali elettriche e infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinandolo al successo del processo negoziale.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha subito precisato che non ci sono contatti diretti e che Trump fa certe dichiarazioni sensazionalistiche per cercare di calmare i prezzi delle materie prime energetiche. Trump ha successivamente precisato che “il mio inviato”, ossia Steve Witkoff, avrebbe avuto contatti con un “alto funzionario” della leadership iraniana. Il presidente americano dice anche che la posizione di Araghchi è dovuta alla mancanza di comunicazione nel sistema interno iraniano – effettivamente disarticolato dai bombardamenti americani. Ci sono tuttavia attività diplomatiche condotte da Pakistan, Egitto e Turchia indirizzate a cercare una via negoziale: fonti diplomatiche spiegano a Formiche.net che Witkoff sta conducendo colloqui diplomatici con “regional partners” degli Usa.
Al di là della dinamica, quanto accade segna un potenziale punto di svolta nella gestione della crisi dello Stretto di Hormuz, spostando il baricentro da una logica di escalation militare a una fase di de-escalation condizionata e negoziata. I mercati, così come i governi, stanno ora valutando se questa apertura diplomatica possa tradursi in una stabilizzazione concreta dei flussi energetici e in un avvio di una fase più profonda di de-conflicting.
Fino a poche ore fa, Washington sembrava orientata lungo una chiara scala di pressione: ultimatum (che scadeva in queste ore), minacce di attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e preparazione di leve militari per riaprire lo stretto – addirittura rumors su possibili operazioni di terra. Teheran aveva risposto con minacce simmetriche contro infrastrutture energetiche e idriche nel Golfo, alimentando il rischio di un’escalation regionale.
Il congelamento temporaneo delle operazioni militari statunitensi introduce ora una nuova finestra strategica. Le leve per riaprire Hormuz – dalla costruzione di una coalizione navale internazionale a operazioni militari dirette contro asset iraniani – non scompaiono, ma diventano subordinate all’esito dei colloqui.
Questo cambiamento di priorità è cruciale perché riflette una realtà già emersa nelle dinamiche sul terreno: lo stretto non è completamente chiuso, ma gestito in modo selettivo dall’Iran.
Negli ultimi giorni, Teheran ha dimostrato di poter regolare il traffico energetico in modo discrezionale, consentendo il passaggio a determinati Paesi mentre lo limita per altri. Tre navi – le indiane Pine Gas e Jag Vasant e la petroliera chimica cinese Bright Gold – hanno utilizzato una rotta approvata dall’Iran attorno all’isola di Larak, seguendo un corridoio controllato lungo la costa iraniana. Per l’India, alle prese con una crisi di approvvigionamento di gas liquefatto e misure di razionamento, questo accesso selettivo rappresenta una valvola di sicurezza. Ma sul piano strategico rafforza la leva iraniana: Hormuz diventa meno un chokepoint bloccato e più uno strumento di gestione politica dei flussi energetici.
In questo contesto, il negoziato avviato da Trump appare meno orientato a una piena “riapertura” dello stretto e più a una sua stabilizzazione operativa: un accesso più prevedibile e meno volatile, pur senza eliminare del tutto la capacità iraniana di influenzarne i flussi.
Il punto, tuttavia, è proprio questo: non è chiaro fino a che punto Teheran sia disposta a limitare uno strumento che le ha già garantito un vantaggio strategico significativo, sia nei confronti degli Stati Uniti sia nei confronti dei principali importatori asiatici ed europei – in sostanza, a livello intercontinentale.
Nel frattempo, i tentativi di costruire una risposta internazionale coordinata restano in una fase preliminare. Una dichiarazione congiunta firmata da 22 Paesi ha definito gli attacchi alla navigazione una minaccia alla sicurezza globale, ma non si è ancora tradotta in un’operazione concreta di protezione del traffico marittimo. In generale, la linea che sta tenendo l’Italia appare piuttosto condivisa: un’eventuale missione di sicurezza, anche per lo sminamento, dovrà essere subordinata a una fase di cessazione delle ostilità (e possibilmente a un mandato onusiano).
Al contrario, alcuni attori stanno privilegiando canali bilaterali con Teheran per garantire il passaggio delle proprie forniture energetiche, contribuendo a una frammentazione della risposta internazionale che gioca a favore dell’Iran.
Anche le misure economiche adottate da Washington, come l’autorizzazione alla vendita di petrolio iraniano precedentemente bloccato da sanzioni, appaiono ora funzionali a guadagnare tempo e stabilizzare i mercati durante la finestra negoziale.
Sul piano militare, le leve restano sul tavolo ma in secondo piano. Attacchi contro installazioni costiere, operazioni contro asset strategici come l’isola di Kharg o persino il controllo diretto di porzioni del territorio iraniano erano stati considerati come strumenti per forzare Teheran a riaprire lo stretto.
Ora, tuttavia, queste leve assumono il ruolo di leva negoziale più che di strumenti operativi immediati.
La decisione di Trump suggerisce che Washington riconosce i limiti di una soluzione puramente militare. Anche una campagna prolungata difficilmente eliminerebbe la capacità iraniana di minacciare il traffico marittimo, soprattutto attraverso tattiche asimmetriche. Pesano anche le implicazioni economico-commerciali e politiche: il conflitto promosso da Trump e Benjamin Netanyahu appare privo di un consenso solido, rendendone più incerta la sostenibilità nel tempo.
La vera posta in gioco diventa quindi la costruzione di un nuovo equilibrio: un sistema in cui la libertà di navigazione venga ristabilita in modo sufficientemente stabile da calmare i mercati, senza però richiedere una sconfitta totale dell’Iran. Quanto Teheran potrà accettare questa soluzione?
Nei prossimi cinque giorni si giocherà una fase cruciale. Se i colloqui produrranno risultati, la crisi di Hormuz potrebbe entrare in una fase di deconflicting e gestione condivisa del rischio, con conseguenze positive sui mercati. In caso contrario, le leve militari torneranno rapidamente al centro della strategia americana, con un rischio elevato di escalation totale.
In entrambi gli scenari, una cosa appare già chiara: l’Iran ha dimostrato di poter trasformare lo Stretto di Hormuz da vulnerabilità geografica a leva strategica, ridefinendo in modo duraturo gli equilibri energetici e di sicurezza nella regione.
















