Agli italiani la Costituzione piace così com’è. Lo dimostra l’affluenza al voto e la netta prevalenza dei No alla riforma della giustizia del governo. L’analisi di Gianfranco D’Anna
Vince la Costituzione, che festeggia con scroscianti percentuali di votanti e soprattutto di consensi l’80esimo compleanno. Il ritorno in massa degli italiani alle urne conferisce alla sconfitta del centrodestra un effetto domino molto più rilevante della vittoria apparentemente determinata dalla somma algebrica dei partiti del cosiddetto campo largo.
L’appeasement di facciata della maggioranza governativa nasconde caverne carsiche di paranoie, veleni e sospetti reciproci (“avete remato contro”, “ci avete trascinato nella trappola di una riforma scadente pensata male e scritta peggio”, “la guerra contro le toghe è sempre stata cosa vostra”) che rischiano di scuotere dalle fondamenta un esecutivo che quanto meno, come commentano i retroscenisti della stampa parlamentare, sembra già alle prese con la sindrome della Torre di Pisa.
I sismografi politici preannunciano inevitabili dimissioni di capri espiatori ministeriali e mediatici, ma l’elaborazione del lutto referendario lascerà profonde ferite e rimescolerà le carte in tutti gli schieramenti. Intanto resta da vedere se in seguito ad eventuali dimissioni ministeriali e nomine di nuovi ministri, il Capo dello Stato non riterrà necessaria la presentazione del governo alle Camere per ottenere la fiducia parlamentare. Cambiano anche le prospettive delle due riforme cardine del centrodestra: innanzi tutto la legge elettorale, che diventa decisiva, ed il premierato. Nonché gli scenari per la nuova governance della Rai in seguito alla dell’entrata in vigore del Media Freedom Act dell’Unione Europea.
A meno di colpi di scena politici stile Papete, fra guerre e armistizi, marasma economici e geopolitici internazionali, i contraccolpi del referendum si trascineranno a quota periscopio fino alla vigilia delle politiche del 2027. Dopo di che resta da vedere se nel centrodestra l’effetto Georgia Meloni reggerà da una parte allo scollamento della Lega e al “rigetto” di Salvini, palesatisi ai funerali di Bossi e dall’altra al preannunciato reset di Forza Italia by fratelli Berlusconi. E che succederebbe, ci si chiede, se l’appeal della premier dovesse esondare inglobando l’area riformista al confine con il centrosinistra? E come potrebbe rilanciare il campo largo per non lasciarsi scappare il ruolo da ago della bilancia elettoralmente decisivo che potrebbe assumere l’area di centro riformista che fa capo a Carlo Calenda e Matteo Renzi?
Nel campo largo l’ottima performance referendaria di Giuseppe Conte, evidentemente a suo agio sui temi della giustizia insiti nel suo Dna leguleio, in senso positivo, avvantaggiano i 5 Stelle nella difficile contesa della premiership con la Segretaria del Pd. Elly Schlein esce comunque dalla battaglia referendaria rafforzata nella leadership del Nazareno e con un inedito aplomb da Palazzo Chigi.
Nella notte dei festeggiamenti dei vincitori del referendum non ci sarà spazio per i protagonismi, ma semmai per i compromessi, perché per la premiership si sta facendo strada la candidatura molto apprezzata dall’intellighenzia di sinistra e dai variegati ambienti confindustriali editoriali e mediatici della sindaca di Genova Silvia Salis. Ma ancora è presto, da domani si vedrà. Tenendo presente il motto: “Primum vincere, deinde philosophari” che rimbalza nel campo largo assieme ad una riservatissima lista di ministeri e presidenze consolazione per gli eventuali mancati premier: la Farnesina, il Viminale, Montecitorio, Palazzo Madama, Copasir ecc.
L’unico rischio, frenano i veterani del Nazareno, è che i partiti d’opposizione finiscano per sopravvalutare il risultato referendario per l’anticipo del risultato alle politiche del 2027 e che poi illudendosi di avere la vittoria in tasca, come ai tempi della “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, prendano una clamorosa tranvata.
All’analisi dell’esito del referendum che ha visto prevalere nettamente il No degli italiani allo stravolgimento della Costituzione, manca infatti un dato rilevante. Quello della valutazione del peso avuto dall’Associazione Nazionale Magistrati. Nel riserbo per le improvvise dimissioni dal vertice dell’Anm del Presidente Cesare Parodi, che è dovuto accorrere a Torino al capezzale della madre, la prima a parlare per le toghe è la Presidente della componente di Magistratura Indipendente Loredana Micciché: “Gli italiani amano la Costituzione e le istituzioni dello Stato. Questo mi ha colpito e riempito di gioia. La magistratura è una istituzione dello Stato e sono fiera di servire il mio Paese. Gli italiani hanno continuato a fidarsi dei padri costituenti, che impiegarono lunghi mesi per porre i pilastri del nostro Stato democratico. Questa vittoria – prosegue Loredana Micciché – è per i nostri figli e per i colleghi che hanno sacrificato la loro vita per l’Italia. Nel loro esempio abbiamo difeso i nostri valori e nel loro esempio continueremo a lavorare uniti”.
















