Oggi Giorgia Meloni, come in precedenza i leader degli altri partiti, negli anni passati, si trova nella difficile situazione di dover far fronte a un segnale che non può essere sottovalutato. Risalire la china, dopo il referendum sulla giustizia, in vista delle prossime elezioni, dipenderà dalle future scelte politiche, ma soprattutto dalla postura che vorrà dare al partito di cui è leader
Era l’11 settembre del 1986, quando Giovanni Agnelli, parafrasando un vecchio detto latino, pronunciò un aforisma destinato a rimanere: “Bi-Invest humanum, Fondiaria dabolicum”. Così dicendo non fece altro che adattare il vecchio adagio “errare è umano, perseverare diabolico” ad alcune vicende della finanza italiana. Allora si era completata la scalata da parte della Montedison di Mario Schimberni sulla compagnia di assicurazione fiorentina, la Fondiaria; dopo aver conquistato la holding (la Bi-Invest) di Carlo Bonomi.
Nelle elezioni europee del 2019, la Lega era diventato il primo partito del Paese con oltre il 34,33% dei voti: più del doppio rispetto alle politiche di marzo 2018, quando il Carroccio si era fermato intorno al 17%. Un successo indubbio. Che durò, tuttavia, lo spazio d’un mattino. Nelle successive elezioni politiche del 2022 quel consenso evaporò come neve al sole. Al Senato i voti conquistati furono pari solo all’8,85%. Alla Camera leggermente meno: l’8,77%. In soli tre anni il reflusso fu pari al 75% dei voti in precedenza conquistati.
Era prevedibile? Con un pizzico di lungimiranza ci si poteva pensare. Alle politiche del 2018 il Movimento 5 Stelle aveva conquistato più del 32% dei voti sia al Senato che alla Camera dei deputati. Per perderli subito dopo: 17% alle europee del 2019; 15,4% alle politiche del 2022; 9,9% alle successive europee del 2024. Una discesa senza freni verso l’inferno di una sconfitta, che tuttora fa sentire i suoi effetti. Ma anche l’affermarsi di un paradigma che sembra caratterizzare i grandi cambiamenti della politica italiana, in cui un elettorato incerto e frastornato è alla continua ricerca di una propria rappresentanza. Pronto, tuttavia, a cambiare idea al primo stormir di foglia.
Ancora più clamorosa l’esperienza dei Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni, alle politiche del 2018 aveva la dimensione di un piccolo cespuglio: poco più del 4% dei voti. Poi un primo balzo, a quelle del 2022, con una percentuale del 26%, destinata a consolidarsi con un sonoro 28,8% alle successive europee due anni dopo. Per poi navigare sull’onda dei successivi sondaggi (per quel che valgono) con una quota sempre prossima al 30%. In grado di attribuire al partito un indubbio primato.
Questo almeno fino al bagno del referendum sulla giustizia. Voto che non va sottovalutato per le inevitabili implicazioni sulla prossima campagna elettorale.
Logica vorrebbe allora che, sulla scorta degli esempi appena citati, vi fosse uno sforzo adeguato per comprendere le ragioni di movimenti che sembrano appartenere più al campo della sismologia (studio dei terremoti) che non della politica. La prima cosa che viene in mente è un problema di rappresentanza. Nessuna forza politica, protagonista dei più forti cambiamenti di questi ultimi anni, è riuscita a fidelizzare i propri occasionali supporter. Fenomeno che ha investito tanto il centrosinistra che il centrodestra.
Altra caratteristica. In tutti e tre i casi si trattava dell’improvviso successo di quelle forze che non avevano avuto, in precedenza, esperienze di governo. I 5 stelle, la Lega di Salvini e infine Fratelli d’Italia erano stati degli outsider. Ed avevano vinto proprio per questo motivo, più che per la bontà di una proposta politica, che l’elettorato, il più delle volte, nemmeno conosceva. In altre parole, si cercava il nuovo; contro un vecchio personale politico che, negli anni precedenti, non aveva dato prova di grande capacità e lungimiranza.
Ci si attendeva, pertanto, un cambiamento. Nelle politiche, certamente. Ma soprattutto nell’empatia. Vale a dire nella capacità di comprendere profondamente gli stati d’animo e le emozioni dei propri elettori, “mettendosi nei loro panni”. Dando loro il massimo della rappresentanza, anche a costo di sacrificare le attese di quello che Achille Occhetto chiamava lo “zoccolo duro” del partito. Caratteristica che non era solo un’esclusiva del vecchio Pci.
Un grande rinnovamento: quello era necessario. Per rappresentare quel 30 per cento che aveva attraversato il Rubicone, per dare fiducia ad una formazione politica, spesso lontana dalla propria formazione culturale; ma nella speranza di contribuire alla rinascita del proprio Paese. O, se si preferisce, della nazione. Operazione, quest’ultima, che spesso aveva comportato una qualche fatica: nel rimettere in discussione la propria storia personale. Rimeditando, al tempo stesso, su nodi non secondari della storia nazionale.
È stata la mancanza di tutto ciò che ha giustificato, in larga misura, il successivo riflusso. Il dover prendere atto di tante aspettative andate deluse. Il dover constatare che ben poco cambiava nella politica italiana, fin troppo invischiata in un reticolo di convenzioni ch’era impossibile superare.
Oggi Giorgia Meloni, come in precedenza i leader degli altri partiti, negli anni passati, si trova nella difficile situazione di dover far fronte a un segnale che non può essere sottovalutato. Risalire la china, dopo il referendum sulla giustizia, in vista delle prossime elezioni, dipenderà dalle future scelte politiche, ma soprattutto dalla postura che vorrà dare al partito di cui è leader. Sarà diverso il partito che vuol rappresentare il 30 per cento del corpo elettorale? Oppure rimanere fedele alle proprie origini, anche a costo di perdere quanto faticosamente conquistato?
C’è un precedente nella storia italiana che meriterebbe una qualche riflessione. La scelta di Palmiro Togliatti, al suo ritorno in Italia nel 1944, portò alla nascita del “partito nuovo”. Una decisione che rompeva con la tradizione della Terza Internazionale e gli schemi rivoluzionari del leninismo. Alla vecchia ipotesi di un partito costituito da “rivoluzionari di professione” ne sostituì uno radicato nella società italiana e capace di operare nella democrazia per il progresso sociale, abbandonando ogni settarismo. E se il DS, a distanza di anni, è ancora una dei protagonisti della vita politica italiana, si deve, in larga misura, alla lungimiranza di quella scelta.
















