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Patriot e Thaad non bastano per tutti. Ma la Corea del Sud ha la soluzione

La scarsa disponibilità di classici sistemi di difesa aerea come i Patriot sta spingendo sempre più attori a cercare valide alternative, come il Cheongung prodotto da Seul. Un’opzione che potrebbe essere valida anche per l’Europa

Una delle lezioni principali che fornisce l’attuale crisi mediorientale, confermando una dinamica in realtà già divenuta evidente nel conflitto in Ucraina, è che nello stand-off warfare odierno l’aspetto quantitativo è sempre più rilevante. L’utilizzo di sistemi a basso costo e di facile produzione, di cui lo Shahed-136 iraniano è forse l’emblema nell’immaginario collettivo tanto quanto l’Ak-47 lo è per le armi da fanteria, mira a saturare le difese aeree avversarie, facilitando così la penetrazione di vettori ben più importanti come quelli missilistici, per contrastare i quali sono necessari specifici sistemi di difesa.

Tra questi quello più famoso e “rinomato” è senza dubbio lo statunitense Patriot. Che però ha un problema che mal si adatta ad un contesto internazionale segnato da una molteplicità di teatri di crisi: costa tanto, e i ritmi di produzione sono troppo lenti per soddisfare la domanda. Problemi ancora più stringenti nel caso del Thaad (Terminal High Altitude Area Defense), che oltretutto è “specializzato” soltanto nel contrasto a missili balistici, intercettandoli a quota molto più alta rispetto ai Patriot (non a caso, quest’ultimo sistema è impiegato per la difesa di punto, mentre la funzione del Thaad segue logiche di teatro). Di fronte a queste evidenti ristrettezze logistiche, non stupisce dunque che gli attori vicini al blocco occidentale stiano cercando alternative. Trovandole in Asia.

“I paesi del Medio Oriente stanno facendo la fila per acquistare missili sudcoreani in questo momento”. A pronunciare queste parole è il ministro delle Finanze della Corea del Sud, Koo Yun Cheol, che in un’intervista a Bloomberg ha parlato del sempre crescente interesse mostrato da vari Paesi, non solo provenienti dalla regione mediorientale, verso il sistema Cheongung M-Sam prodotto dalle aziende sudcoreane Hanwha Aerospace e Lig Nex1. Dietro l’interesse, sottolinea il politico di Seul, c’è il fatto che tali sistemi “siano in grado di distruggere missili balistici con una percentuale di successo superiore al 90%”. Una percentuale di successo simile a quella della controparte americana, ma a un quarto del prezzo e con problemi di inventario decisamente minori.

Già nel 2022 gli Emirati Arabi Uniti avevano perfezionato un ordine per questi sistemi di difesa missilistica, seguiti a breve distanza anche da Arabia Saudita ed Iraq. E, sebbene inizialmente la consegna fosse prevista per i prossimi anni, sembra che in seguito ai recenti sviluppi nella regione il governo di Seul abbia accettato la richiesta di Abu Dhabi di anticipare la consegna di decine di missili. Con il proseguire del confronto militare nel Golfo, non è affatto da escludere che la Corea del Sud possa ricevere presto ulteriori commesse da altri attori che guardano con preoccupazione alle notizie provenienti dal conflitto.

Attori tra cui potrebbero esserci anche quelli europei. Il recente attacco missilistico lanciato dall’Iran contro la base anglo-americana di Diego Garcia, nell’arcipelago delle Chagos, ha reso palese il fatto che, contrariamente a quanto si credeva fino a pochi giorni fa, Teheran disponga delle capacità necessarie per colpire bersagli entro una portata di 4.000 chilometri, raggio in cui rientra anche il Vecchio Continente. Uno shock per i Paesi europei, che al momento soffrono di una relativa carenza di sistemi per difendersi dalle minacce missilistiche di tale genere (i ritmi di produzione del “domestico” sistema italo-francese Samp-T non sono ancora sufficienti a soddisfare le necessità, nonostante la loro accelerazione).

Dato un simile contesto, la scelta di acquistare alcune unità di Cheongung potrebbe rivelarsi una scelta saggia. Non tanto come soluzione definitiva, che invece dovrebbe risiedere nell’adozione di un unico sistema europeo da parte di tutti i Paesi e nell’incremento di produzione dello stesso secondo i principi delle economie di scala, ma come un’opzione temporanea atta a tutelare la sicurezza dei propri cieli.


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