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Così la guerra all’Iran può espandersi a Nordafrica e Sahel

Secondo Alia Brahimi, Emadeddine Badi e Karim Mezran, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran rischia di produrre effetti indiretti ma profondi su Nord Africa e Sahel: pressione economica immediata nei Paesi importatori di energia, ma soprattutto una progressiva estensione delle dinamiche securitarie tra Sudan, Mar Rosso e Africa occidentale, con il possibile coinvolgimento di attori come Russia e reti filo-iraniane

La visita di Giorgia Meloni in Algeria, alla ricerca di nuove forniture energetiche e di un rafforzamento del partenariato con Algeri, offre una prima misura concreta degli effetti indiretti della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che stanno già iniziando a propagarsi ben oltre il teatro immediato del conflitto, con ricadute potenziali anche sul Nord Africa e, indirettamente, sull’Italia.

Ciò che emerge non è una semplice diffusione dell’instabilità, ma un processo più stratificato, in cui shock economici, riallineamenti securitari e opportunismi geopolitici si intrecciano, contribuendo a ridefinire gli equilibri regionali nel medio periodo.

“Penso che il regime iraniano stia iniziando a credere davvero in uno scenario in cui non solo sopravvive alla campagna attuale, ma ne esce con una certa sicurezza strategica”, ha osservato Alia Brahimi, non-resident senior fellow dell’Atlantic Council, nel corso di una conversazione con Formiche.net. “Una qualche forma di Repubblica islamica potrebbe sopravvivere, avvolta in una narrativa di vittimizzazione, forse persino rafforzata nella propria ricerca di un’arma nucleare e legittimata dalla dimostrazione di forza”. Un simile esito, secondo Brahimi, non resterebbe confinato al Medio Oriente: “A quel punto l’Iran potrebbe far sentire la propria presenza anche in Nord Africa”, ha aggiunto, indicando in particolare il Sahel come area da monitorare con attenzione.

Gli effetti immediati, tuttavia, sono di natura diversa e già visibili. Per Emadeddine Badi, anch’egli non-resident senior fellow dell’Atlantic Council, il primo impatto del conflitto è economico, più che geopolitico e militare.

“Quello che si vede già ora è che gli Stati più dipendenti dalle importazioni di carburante sono direttamente colpiti dal punto di vista economico”, ha spiegato. Paesi come Egitto e Libia risultano particolarmente esposti, con l’aumento dei costi energetici che si traduce rapidamente in pressioni socioeconomiche in contesti già fragili.

Questa distinzione tra stress economico immediato e conseguenze securitarie differite è centrale per comprendere l’evoluzione del quadro. L’impatto in termini di sicurezza non si manifesta nell’immediato nei principali Paesi nordafricani più esposti, dove le ricadute restano per ora prevalentemente economiche. Piuttosto, la dinamica tende a spostarsi geograficamente — e ad amplificarsi.

“Sarà più visibile nel Sahel, e in particolare in Sudan, dove alcuni gruppi hanno già legami con l’IRGC”, ha detto Badi, riferendosi al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, noti anche come Pasdaran. Tra queste milizie islamiste figura il gruppo al‑Baraa ibn Malik, attivo soprattutto a Khartoum e nel Sudan centrale, con proiezioni lungo i corridoi che collegano il Paese al Darfur e al Sahel.

In questa lettura, il Sudan emerge come nodo critico di un arco di instabilità che collega il Mar Rosso al Sahel. Badi ha richiamato anche alcune recenti decisioni politiche, tra cui la designazione di gruppi islamisti come organizzazioni terroristiche, come possibili fattori di accelerazione.

“Se si ascolta ciò che dicono alcuni di questi gruppi, il messaggio è chiaro: non eravamo terroristi, ma ora che ci avete inserito in quella categoria, intensificheremo la cooperazione con l’Iran e con l’IRGC”, ha osservato, evidenziando come tali dinamiche possano favorire una radicalizzazione degli schieramenti.

Le implicazioni vanno oltre il Sudan. Un rafforzamento dei legami tra attori armati locali e reti legate a Teheran potrebbe modificare i flussi di armi e influenzare diversi teatri nel Sahel.

“Potrebbe avere un impatto sui tipi di armamenti che vedremo fluire dal Sudan verso il resto del Sahel”, ha aggiunto Badi, suggerendo una trasformazione graduale ma significativa dell’ecosistema securitario regionale, anche attraverso i corridoi di traffico già esistenti nella regione.

Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative dell’Atlantic Council, ha introdotto un ulteriore elemento di complessità: il possibile ruolo della Russia.

“Se la guerra continua, è possibile un coinvolgimento russo? Mosca potrebbe usare gli asset e le relazioni che ha nella regione per mettere in difficoltà gli alleati americani”, ha osservato, richiamando i legami consolidati della Russia con Paesi del Sahel come Mali e Niger, oltre alla presenza logistica e operativa in Cirenaica.

In questo contesto, una convergenza tra interessi russi e iraniani non appare improbabile. “Avrebbe senso per l’Iran guardare a questi Stati per approfondire la cooperazione”, ha detto Brahimi, indicando nel Niger uno dei possibili snodi di tale dinmica. L’esperta ha inoltre richiamato l’esistenza di reti legate a Hezbollah in Africa occidentale come possibili canali di proiezione, dati i legami tra il movimento libanese e i Pasdaran.

Sul piano marittimo, il corridoio del Mar Rosso si configura come un ulteriore asse di criticità. Il persistente interesse iraniano per una presenza navale in Sudan acquisterebbe un significato ancora più rilevante nell’attuale contesto.

“L’Iran è alla ricerca di una base navale sul Mar Rosso, proprio in Sudan”, ha osservato Brahimi. Una tale presenza “consentirebbe di esercitare un controllo sul traffico marittimo da entrambi i lati”, soprattutto in combinazione con i legami di Teheran con il movimento Houthi in Yemen.

Il ruolo degli Houthi appare, in questo senso, al tempo stesso immediato e potenziale. Il loro attuale livello di attività potrebbe riflettere una scelta di tempismo strategico piuttosto che una riduzione delle capacità.

“Esiste già un corridoio di contrabbando tra le due sponde”, ha ricordato Brahimi, riferendosi ai collegamenti tra Yemen e Corno d’Africa. “Una delle tattiche che potrebbero utilizzare è l’apertura di un secondo fronte nel Mar Rosso per deviare le capacità statunitensi e israeliane”. “Non credo che gli Houthi siano fuori dal conflitto: credo che vengano tenuti in riserva”, ha aggiunto.

Badi ha sottolineato come il movimento mantenga una propria autonomia decisionale: “Hanno una relazione con l’Iran, ma anche una loro agency”, ha detto. Questo potrebbe tradursi in una strategia a doppio binario. “Potremmo vedere una strategia che combina pressione su Bab el-Mandeb, soprattutto sul traffico energetico, e un’intensificazione dei flussi di armi e dell’influenza verso il Sudan”, ha spiegato. Uno sviluppo di questo tipo avrebbe implicazioni dirette per uno dei principali chokepoint del commercio globale, collegando il Mar Rosso al Canale di Suez e, di conseguenza, le rotte tra Asia ed Europa.

Su queste dinamiche si innesta un più ampio processo di riallineamento regionale, in cui le potenze intermedie cercano di riposizionarsi.

La Turchia, attore di primo piano dal Nord Africa al Corno, rappresenta una variabile chiave. Secondo Brahimi, Ankara non vedrebbe necessariamente in modo negativo un indebolimento strategico di Israele, pur dovendo bilanciare questa postura con il proprio ruolo nella Nato. Per Badi, la traiettoria turca dipenderà in larga misura dalle dinamiche di riallineamento regionale. “Si sente sempre più dire, anche da parte israeliana, che dopo l’Iran il prossimo attore è la Turchia”, ha detto, sottolineando come questa percezione possa influenzare la costruzione di partnership.

Un fattore determinante sarà il grado di divisione all’interno del Golfo, ovvero l’ampiezza della distanza tra i Paesi della regione. Negli ultimi giorni gli Emirati Arabi Uniti sono stati molto più espliciti nel sostenere l’idea che Stati Uniti e Israele debbano portare a termine l’operazione, mentre l’Arabia Saudita è stata più cauta, indicando in queste divergenze un elemento destinato a incidere sugli equilibri regionali.

Nel loro insieme, queste dinamiche suggeriscono che la guerra contro l’Iran non sia un conflitto circoscritto, ma un catalizzatore di una più ampia riconfigurazione che si estende dal Mediterraneo orientale all’Africa settentrionale e occidentale.

La posta in gioco non riguarda soltanto l’equilibrio di potere in Medio Oriente, ma la stabilità di regioni interconnesse in cui fragilità economiche, reti armate e interventi esterni si sovrappongono. In questo senso, il Nord Africa e il Sahel non sono periferie del conflitto, ma stanno diventando parte integrante di una geografia strategica sempre più estesa e interconnessa.

(Foto: X, @CENTCOM)


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