Forte di un’economia in crescita e di buone relazioni coi Paesi del Golfo, la Spagna dialoga ora con l’Iran ottenendo ad Hormuz sicurezza di transito per mercantili di bandiera. Il governo Sanchez accentua quindi la posizione neutralista del Paese, dopo la mancata partecipazione alla missione Ue in Mar Rosso. Antiche le radici della diversità spagnola, a volte in chiave antistatunitense ed antisionista, che ora sembra essere di supporto ad ambizioni geopolitiche che incrinano il fronte occidentale
L’Iran apre alla libertà di transito attraverso Hormuz di mercantili di bandiera spagnola che lo richiedano, in quanto Madrid “rispetta il diritto internazionale”. Il riconoscimento iraniano arriva dopo che il premier Sanchez ha più volte dichiarato “no alla guerra”, dissociandosi sia da Stati Uniti ed Israele, che da alcune iniziative della Ue come la missione “Aspides” in Mar Rosso. Quanto alla Nato, come si ricorderà Madrid si era detta contrario all’incremento al 5% delle spese per la difesa.
Ora la Spagna si allontana ancor più dalla Ue e dagli altri Paesi occidentali impegnati nella ricerca di una soluzione diplomatica del preteso blocco di Hormuz attraverso la cessazione di ogni ostilità da parte iraniana: il rispetto dell’ordinario regime di libero “passaggio in transito” garantito dall’Unclos in tutti gli stretti internazionali è considerato infatti non negoziabile.
L’Iran dovrebbe quindi garantire un passaggio sicuro nelle sue acque territoriali ricadenti nello Stretto a tutti i “neutrali”, essendo in conflitto solo con Stati Uniti ed Israele. Il trattamento speciale riservato ai mercantili spagnoli apre invece una crepa sul fronte dei Paesi non impegnati direttamente nelle ostilità e viola i principi universalistici della Convenzione.
In altri tempi si sarebbe detto che Madrid fa parte del movimento dei “non allineati” che nel secolo scorso era guidato da Iugoslavia ed India e che si contrapponeva alle politiche delle superpotenze. Non a caso da Hormuz passano tuttora petroliere di bandiera indiana. Per non dire di quelle cinesi il cui flusso non si è mai interrotto. Si sa del resto che la politica estera di Pechino è incentrata su logiche economiche che la inducono a non schierarsi mai apertamente.
Eguale ragionamento potrebbe farsi per il non allineamento spagnolo che appare favorire lo slancio dell’economia iberica. Non per niente i legami commerciali tra Pechino e Madrid sono sempre più stretti a riprova di una comunanza di interessi e di vedute.
A questo punto il pensiero va ai secoli passati in cui la Spagna, dopo il crollo del suo impero nelle Americhe, ha accentuato le sue posizioni anti-statunitensi sfociate nella Guerra di Cuba del 1898. Madrid non partecipò né alla prima guerra mondiale né alla seconda e per lungo tempo in seguito restò fuori dalle Nazioni Unite e dalla Nato. Antiche sono anche le attuali posizioni anti-sioniste, risalendo all’espulsione nel 1492 degli ebrei ad opera di Isabella I di Castiglia.
Ma è possibile nel momento attuale continuare a ragionare in termini non consoni al moderno miltilateralismo? È lecito per un Paese solidamente inserito nella Ue, nella Nato e nel sistema delle NU assumere posizioni dissonanti, proprio quando Austria, Finlandia e Svezia hanno abbandonato il loro tradizionale neutralismo?
La risposta è in teoria positiva se si guarda, in termini di realpolitik, ai vantaggi che il non allineamento apporta agli Stati che lo adottano. Madrid si è creata una solida rete di rapporti bilaterali col resto del mondo che si allarga sempre più, al di là di Cina e Turchia, ad America Latina, Paesi arabi e nord africani come Marocco e (da ultimo) Algeria. Tuttavia, il giudizio diviene negativo se si considera il danno che ne riceve l’ordine internazionale basato sull’eguaglianza di tutti gli Stati sul mare e sul rispetto delle regole codificate nell’Unclos.
Per anni la Spagna ha guardato all’Italia come un modello da seguire sia per il consolidamento della democrazia che per lo sviluppo delle attività industriali. Ora, dopo il trattamento preferenziale per Hormuz, dovremmo forse essere noi a studiare in ogni caso il modello spagnolo non dimenticando magari che – per coerenza con le politiche statunitensi, israeliane ed europee – nel 2010 il governo Berlusconi dovette recidere i nostri solidi legami economico-politici con Teheran.
















