Colpo di spugna di Pechino sulle norme che impedivano agli investitori di possedere partecipazioni troppo robuste negli istituti, a discapito dello Stato. Ora i privati potranno pesare un po’ di più e agire laddove la mano pubblica ha fallito
La legge del libero mercato, dove chi ha più soldi e più appeal, di solito vince. Succede anche nella Cina sì comunista, ma pur sempre incastonata in un mondo governato dagli investimenti. E così, Pechino starebbe valutando una decisione senza precedenti, vale a dire la possibilità di allentare le restrizioni sulla partecipazione azionaria per alcuni importanti investitori nelle banche commerciali, finite in difficoltà a causa del rallentamento economico. L’obiettivo è quello di rendere più facile per gli istituti, provati da anni di crescita anemica e bolla immobiliare, individuare nuovi capitali da imbarcare.
Fino ad oggi in Cina vigeva il principio socialista dell’un po’ per ciascuno, ovvero la sostanziale assenza di azionisti forti, al netto dello Stato si intende, nell’azionariato delle banche. Ora però, è arrivato il momento di allargare le maglie. L’autorità di vigilanza del settore bancario del Paese ha tenuto a gennaio un incontro con alcuni rappresentanti di banche per discutere di un possibile allentamento delle restrizioni. Secondo le norme introdotte ormai dieci anni fa, un singolo investitore può detenere oggi in Cina il 5% o più, qualificandosi come azionista di maggioranza, in non più di due banche commerciali, oppure può avere una partecipazione di controllo in un solo istituto di credito.
L’autorità di regolamentazione starebbe però ora valutando la possibilità di consentire ad alcuni azionisti di diventare investitori di maggioranza in uno o due istituti di credito. I medesimi azionisti avrebbero bisogno dell’approvazione della National financial regulatory administration per aumentare le proprie partecipazioni bancarie, con l’autorità di regolamentazione che esaminerebbe le loro qualifiche e l’urgenza delle esigenze di capitale della banca caso per caso. Un piano per allentare le norme sulla proprietà nel settore bancario cinese, che può valere in potenza 70 trilioni di dollari, in un momento in cui i bilanci e la qualità degli attivi degli istituti di credito sono stati colpiti dalla recessione economica e dalla crisi del settore immobiliare.
Ma, soprattutto un colpo di spugna, nel nome del libero mercato. L’allentamento previsto delle norme sulla proprietà bancaria, infatti, annullerebbe la stretta avviata quasi un decennio fa dalla seconda economia mondiale per limitare l’influenza degli azionisti di maggioranza negli istituti finanziari, togliendo spazio al controllo al partito. Tali restrizioni sono seguite al crollo del colosso assicurativo Anbang Group e al fallimento di Baoshang Bank e includevano provvedimenti che vietavano ai principali azionisti di abusare dei propri diritti per interferire con le operazioni delle banche o delle compagnie assicurative. Ora, però, è tempo di andare oltre.
















