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Tra Washington e Pechino. L’idea (delicata) di Berlino

L’Europa studia come colpire le vulnerabilità economiche degli Stati Uniti, passando da una postura difensiva a una logica di deterrenza geoeconomica. Ma l’apertura di Berlino verso la Cina rivela le contraddizioni di una strategia ancora incompiuta tra autonomia e dipendenze

Berlino si prepara a una fase nuova nelle relazioni transatlantiche. Non più solo gestione delle tensioni, ma costruzione attiva di leve. Funzionari tedeschi stanno infatti mappando le vulnerabilità delle catene di approvvigionamento statunitensi, con l’obiettivo di individuare punti di pressione che Germania e Unione europea potrebbero (dovrebbero, secondo Berlino?) utilizzare in caso di un nuovo scontro con la Casa Bianca.

Il lavoro è ancora in una fase preliminare, ma la direzione è chiara: costruire un consenso europeo su come utilizzare il proprio peso economico in modo più assertivo. L’ipotesi non è quella di una escalation immediata, bensì di una deterrenza credibile. In altre parole, dimostrare che anche l’Europa dispone di strumenti per rispondere a eventuali pressioni americane su dazi e quant’altro.

I risultati iniziali dell’analisi in corso individuano alcuni settori chiave. Le grandi aziende tecnologiche statunitensi, profondamente integrate nel mercato europeo e spesso allineate politicamente con Washington, rappresentano un primo punto sensibile. Un irrigidimento regolatorio — attraverso strumenti già esistenti come il Digital Services Act o il Digital Markets Act — potrebbe incidere direttamente sui margini di gruppi come Alphabet, Amazon o Meta.

Un secondo ambito riguarda l’intelligenza artificiale. Il boom degli investimenti negli Stati Uniti, che ha sostenuto i mercati finanziari, dipende anche da input industriali europei — componenti, macchinari, know-how — essenziali per la costruzione di data center avanzati. Intervenire su queste catene significherebbe colpire uno dei motori dell’attuale crescita americana.

Ancora più delicato è il capitolo farmaceutico. Le aziende europee forniscono una quota significativa dei principi attivi utilizzati negli Stati Uniti, inclusa per esempio una parte rilevante dell’insulina, un farmaco molto importante per un Paese come gli Stati Uniti dove dilagano da anni i casi clinici legati ad alimentazioni non correte. Agire su questo fronte avrebbe un impatto diretto sui prezzi dei farmaci, un tema politicamente sensibile per l’amministrazione americana.

Nel loro insieme, questi elementi delineano una trasformazione nel modo in cui l’Europa concepisce il proprio ruolo. Il mercato unico — 450 milioni di consumatori ad alto potere d’acquisto — emerge come la principale leva strategica. Ossia, far diventare la forza dello spazio economico dell’Unione uno strumento di potere.

Questo riposizionamento avviene però in un contesto di crescente ambiguità. Se da un lato Berlino lavora per ridurre la vulnerabilità nei confronti degli Stati Uniti, dall’altro apre a scenari che coinvolgono la Cina.

Il cancelliere Friedrich Merz ha recentemente evocato la possibilità, nel lungo periodo, di un accordo commerciale tra Unione europea e Repubblica popolare cinese. Una dichiarazione che rompe con la prudenza degli ultimi anni e che riflette, almeno in parte, il deterioramento della fiducia transatlantica.

L’ipotesi di un’intesa con Pechino non è nuova, ma resta controversa. Da tempo la Cina spinge per mantenere aperto l’accesso al mercato europeo, mentre il proprio mercato si è progressivamente chiuso, soprattutto nei confronti delle esportazioni europee. Alcuni analisti sottolineano come questa asimmetria rifletta una strategia industriale orientata alla sostituzione delle importazioni, con effetti diretti sulla manifattura europea.

In questo contesto, un accordo di libero scambio rischierebbe di favorire più la Cina che l’Europa. Non a caso, la Commissione europea ha finora mantenuto una posizione scettica. Eppure, il segnale politico lanciato da Merz va oltre il merito tecnico della proposta.

Si tratta, piuttosto, di un indicatore di una tensione più profonda. L’Europa si trova stretta tra la necessità di ridurre le proprie dipendenze critiche — emersa con forza dopo la pandemia e rafforzata dalle crisi geopolitiche recenti — e quella di diversificare le proprie relazioni economiche in un sistema internazionale sempre più frammentato.

Il fattore americano è centrale in questa dinamica. A poco più di un anno dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’approccio transazionale di Washington, tra dazi e decisioni unilaterali in politica estera, ha alimentato un crescente senso di incertezza tra gli alleati europei. Episodi recenti, come l’attacco all’Iran senza un coordinamento preventivo, hanno rafforzato la percezione di un disallineamento strategico.

Resta però una contraddizione di fondo. Se l’obiettivo è rafforzare la resilienza economica e ridurre le dipendenze, un accordo con una Cina sempre più orientata all’autosufficienza industriale, nonché alla contestazione a tutto campo del modello di governance globale occidentale, rischia di produrre l’effetto opposto.

L’Europa, in altre parole, sta iniziando a ragionare in termini di potere geoeconomico, ma non ha ancora risolto le tensioni interne che questa trasformazione comporta. La mappatura delle vulnerabilità americane rappresenta un passo verso una maggiore assertività. L’apertura verso Pechino, invece, evidenzia i limiti di una strategia ancora in fase di definizione.

Il rischio è che, nel tentativo di guadagnare autonomia, l’Europa finisca per muoversi in modo incoerente. Ma è altrettanto evidente che la fase attuale segna una discontinuità. Non si tratta più di adattarsi alle dinamiche globali, ma di provare — con strumenti ancora imperfetti — a plasmarle.


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