L’invio di nuove forze americane nel Golfo non racconta soltanto il rischio di un allargamento del conflitto, ma segnala un cambiamento più profondo nel modo in cui oggi si combatte. Le guerre si allungano, si intrecciano ad altri teatri e si giocano anche sul terreno politico, economico e narrativo. Per questo la vera sfida non è più ottenere un successo rapido, ma gestire durata, propagazione e tenuta strategica. L’analisi di Pasquale Preziosa, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, membro esperto del Comitato scientifico Eurispes
L’invio di truppe aggiuntive statunitensi nel Golfo non segnala soltanto una possibile escalation militare. Rivela, soprattutto, una trasformazione più profonda: la guerra contemporanea non segue più la grammatica della campagna breve e della vittoria decisiva, ma quella della durata, della competizione permanente e della costruzione politico-narrativa del risultato.
Tutti gli scenari restano aperti. Il dispiegamento può essere letto come una forma di negoziazione sotto pressione, già osservata in altri teatri come quello ucraino, in cui la forza militare viene utilizzata per influenzare il negoziato. Può rientrare nella fisiologia della preparazione operativa, oppure indicare una possibilità più concreta: il ricorso a forze terrestri o a missioni di operazioni speciali. Tutte queste ipotesi sono plausibili. Ciò che appare sempre più probabile è un dato più rilevante: questa guerra potrebbe non essere breve. La storia recente invita alla prudenza. Anche la guerra di Gaza, inizialmente immaginata come una campagna limitata, si è trasformata in un conflitto molto più lungo e politicamente corrosivo del previsto. L’evoluzione lungo il fronte libanese, con la presenza israeliana fino all’area del fiume Litani, rappresenta un possibile vettore di espansione regionale.
La guerra in Ucraina, ormai al quarto anno, conferma la stessa dinamica: i conflitti contemporanei tendono a sfuggire alla logica della decisione rapida e a evolvere in guerre di logoramento e adattamento sistemico. A ciò si aggiunge un elemento ulteriore: il progressivo collegamento tra teatri regionali. Le guerre non restano più confinate al teatro in cui iniziano. Si estendono, collegano spazi diversi e coinvolgono infrastrutture energetiche, rotte commerciali, sistemi informativi e attori indiretti, trasformandosi in crisi interconnesse. È questa dinamica espansiva che mette in crisi la grammatica tradizionale del conflitto. Quando si invoca una “vittoria totale” o una “fine definitiva”, non si esprime soltanto un obiettivo politico, ma una visione della guerra ormai inadeguata.
La guerra non obbedisce più alla grammatica novecentesca fondata su campagne brevi e risultati decisivi. Per oltre due secoli, il pensiero strategico occidentale ha interpretato la guerra attraverso uno schema relativamente stabile: la guerra iniziava, si combatteva e si concludeva con una vittoria decisiva. Questo paradigma derivava dall’esperienza delle grandi guerre interstatali, nelle quali la distruzione dell’apparato militare avversario produceva un esito politicamente verificabile. Questo schema ha a lungo orientato sia la teoria sia la strategia. Già all’inizio di questo secolo, tuttavia, ha iniziato a mostrare i suoi limiti. Le guerre in Afghanistan, prima quella sovietica e poi quella statunitense, hanno rappresentato il primo grande laboratorio di questa crisi. In entrambi i casi, il conflitto si trasformò in una guerra di insorgenza e logoramento e si concluse senza un risultato politico stabile. Dopo il 2001, la rapida caduta del regime talebano non si tradusse in stabilizzazione: vent’anni dopo, gli stessi attori tornarono al potere.
Questo esito non è un’anomalia, ma l’anticipazione di una tendenza più ampia: lo scarto crescente tra successo militare tattico e risultato politico strategico. Negli ultimi due decenni, la guerra si è progressivamente riconfigurata in una competizione più complessa, nella quale operazioni convenzionali, insorgenze, pressione economica, cyber operations e competizione narrativa si intrecciano in modo permanente. Sono emerse categorie come guerra ibrida, conflitto nelle grey zones e guerra cognitiva. Tutte descrivono una stessa realtà: una competizione strategica continua, nella quale la distinzione tra guerra e pace tende a sfumare. L’era digitale ha accelerato questa trasformazione.
Il cyberspazio è diventato un vero spazio strategico. Colpire l’avversario significa anche influenzarne decisioni, percezioni e consenso. La guerra contemporanea è anche guerra cognitiva: non riguarda solo la distruzione di capacità materiali, ma la costruzione del significato politico del conflitto. I conflitti attuali, Ucraina, Gaza e il confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran, mostrano chiaramente questa evoluzione. In nessuno di questi casi la conclusione appare legata a una sconfitta militare definitiva.
La dimensione militare resta essenziale, ma non è più sufficiente. La vittoria tende a trasformarsi da categoria militare a costruzione politico-strategica. Il confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran aggiunge un ulteriore elemento: la competizione tra temporalità strategiche. Washington e Tel Aviv privilegiano campagne rapide e decisive. Teheran, invece, adotta una logica di resistenza strategica, nella quale la durata del conflitto diventa uno strumento di potere. Questo è tipico delle guerre asimmetriche: il più forte cerca decisione, il più debole cerca logoramento. Nel contesto mediorientale, tale dinamica è amplificata dalla dimensione regionale e ibrida del conflitto. È in questa logica che va letto anche il rafforzamento militare statunitense nel Golfo. Non è solo un segnale operativo: può indicare che il conflitto sta entrando in una fase più lunga e strutturalmente diversa. Quando la guerra si prolunga, si espande, si connette e coinvolge infrastrutture, mercati, catene logistiche e opinioni pubbliche. La crisi smette di essere una parentesi e diventa una competizione strategica multilivello. Di conseguenza, cambia anche il concetto di sicurezza. Nel paradigma tradizionale, la sicurezza era uno stato raggiunto dopo la guerra. Oggi è un processo continuo di gestione della competizione. Gli Stati non eliminano il conflitto: ne gestiscono intensità, durata e propagazione. La guerra aperta non scompare, ma si integra in una rivalità permanente. Il XXI secolo non segna la fine della guerra, ma la fine della sua eccezionalità.
Nel nuovo scenario strategico, il problema non è più soltanto come vincere una guerra, ma come darle una forma politicamente sostenibile prima che si trasformi in una competizione senza fine.
Il vero banco di prova non è la capacità di infliggere il colpo decisivo, ma quella di governare la durata, contenere la propagazione del conflitto e trasformare la superiorità militare in un ordine strategico credibile.
















