Tra resilienza interna, ridefinizione dello spazio islamico regionale e limitate ricadute sull’Asia, l’analisi del professore Tottoli offre una chiave di lettura multilivello del confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran
Nel pieno di una fase di crescente tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran, comprendere la tenuta del sistema iraniano e le trasformazioni in atto nello spazio islamico richiede uno sguardo che vada oltre la dimensione strettamente militare. In questa prospettiva si inserisce l’analisi di Roberto Tottoli, professore ordinario di Islamistica dal 2011 e rettore dell’Università di Napoli L’Orientale dal 2020, tra i principali esperti europei di storia della civilizzazione islamica.
Il suo punto di vista consente di tenere insieme tre livelli di analisi. Da un lato, la resilienza interna della Repubblica islamica, sospesa tra ideologia, controllo del potere e identità nazionale. Dall’altro, la ridefinizione degli equilibri regionali, in cui il confronto in corso appare come una possibile resa dei conti sull’influenza iraniana nel mondo arabo. Infine, lo sguardo si allarga al mondo islamico asiatico, dove gli effetti del conflitto risultano più sfumati e meno centrali rispetto alle dinamiche locali.
Nel contesto dell’attuale confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran, in che misura l’impianto ideologico della Repubblica islamica continua a rappresentare un elemento di coesione e legittimazione interna? Si osserva una prevalenza della dimensione ideologica oppure un progressivo adattamento pragmatico alle pressioni esterne?
Difficile dire quanto vi sia di tenuta dell’impianto ideologico e quanto vi sia invece di capacità capillare di controllo del potere. L’Iran è una nazione di grandi dimensioni, con una realtà complessa che va oltre Teheran e le aree urbane.
Da un lato è evidente che la stretta del regime religioso sciita si sposa a fatica con pulsioni soprattutto cittadine e su un controllo, anche corrotto, della società; dall’altro non va dimenticato che la capacità di riformare il sistema precedente del regime dello Shah e una maggiore circolazione di beni e di possibilità, ad esempio educative, ha fatto crescere in molte realtà un certo consenso al regime.
In questa fase, da quel che sappiamo, prevale la forte identità culturale dell’Iran, Iran islamico ma con la forza di una tradizione nazionale che risale a prima dell’Islam, che di fronte all’attacco esterno, tende a compattare soprattutto il paese fuori dalla capitale e dalle città.
Davanti a questo attacco vi è indubbiamente chi pensa che si apra la possibilità di una caduta del regime, sebbene resa difficile dalla mancanza di una opposizione organizzata e di una leadership in tal senso, essendo le figure più influenti o in carcere o in esilio. Ma non manca anche un allineamento di chi sostiene le politiche governative e ne sposa l’impianto ideologico.
Quali trasformazioni sta producendo questo conflitto nello spazio islamico regionale, al di là della dimensione militare? Le dinamiche in corso tendono a rafforzare linee di frattura già esistenti — in particolare sul piano confessionale e politico — oppure favoriscono l’emergere di nuove configurazioni di potere e legittimità?
Il conflitto rappresenta per certi versi una resa dei conti per ridurre l’influenza sciita della regione, con il silente beneplacito delle potenze sunnite della regione (Arabia Saudita, Egitto, un po’ meno Turchia). L’ordine di attacco è del resto evidente: Israele in Libano, la Siria “pacificata” e tolta agli Assad alawiti, l’Iraq dopo le devastazioni di 30 anni in un equilibrio che sembra tenere e fuori dalle influenze iraniane, e l’Iran sotto attacco.
La cosiddetta mezzaluna sciita portava l’influenza iraniana fin sul Mediterraneo con Hezbollah, influenza e presenza militare diretta, ora il quadro è un po’ diverso, anche se nei progetti americani e israeliani il tutto sembrava più semplice (ma ai militari sembra sempre tutto facile sulla carta).
Semmai il regime iraniano verrà ridimensionato, o addirittura cadesse, inevitabilmente muterebbe assetto generale e verrebbe sconfitto l’ultimo grande avversario di Israele e della pacificazione della regione. Inutile aggiungere che chi sta pagando più caro tale riassetto sono i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania.
Alla luce delle dinamiche attuali, quali implicazioni si possono individuare per il mondo islamico asiatico? In che modo un conflitto centrato sul Medio Oriente può incidere su equilibri politici, identitari e religiosi in contesti come il subcontinente indiano e il Sud-Est asiatico?
Non credo che cambi granché, se non in termini di riassetto degli equilibri in relazione all’influenza di Russia e Cina nella regione. Benché la gravità di cosa sta succedendo sia innegabile, i conflitit e le crisi in Europa (vedi Ucraina) o nel Mediterraneo alalrgato (Israele, Palestina, Iran) non sono necessariamente percepite in Paesi come India o Indonesia come centrali per i propri assetti.
Ahimé ci si deve abituare che Europa e Mediterraneo sono una piccola regione in equilibri mondiali che guardano anche altrove. Certo l’Iran sposta a Oriente l’attenzione e costringe ad esempio il Pakistan a una certa attività, ma un Pakistan più preoccupato, come sempre, dell’instabilità o delle problematiche afghane più che del confronto con Usa e Israele.
La solidarietà islamica che si incontra in questi Paesi è piuttosto scarsa: a volte di facciata o a volte sopita, è vero, per uno stretto controllo centrale, ma di certo non pare essere centrale nelle realtà politiche interne dei vari Paesi islamici dell’Asia.
















