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La salute come vantaggio strategico. La lezione di Kluge per l’Europa

Secondo Hans Henri Kluge, direttore Oms Europa, trattare la salute come un capitolo residuale dei bilanci pubblici significa indebolire crescita, innovazione e resilienza delle società europee

Nel dibattito europeo sulle priorità strategiche – sicurezza, competitività, demografia – la salute continua spesso a occupare una posizione paradossale. Un fattore di cui tutti riconoscono l’importanza, ma che nelle gerarchie di bilancio resta frequentemente collocata a valle di altre politiche pubbliche. È proprio questa impostazione che Hans Henri Kluge, direttore regionale dell’Oms Europa, mette in discussione nella sua recente op-ed “A healthy population is a strategic advantage” pubblicata oggi su Nature, proponendo un cambio di prospettiva che ha implicazioni politiche e strategiche più profonde di quanto possa apparire a prima vista.

Il punto, in fondo, è proprio questo, la salute non è un fattore tra gli altri. Non è una variabile da considerare a posteriori, né un capitolo di spesa da finanziare una volta definite le priorità “vere”. È, piuttosto, una condizione abilitante. Un enabler, per usare il linguaggio delle politiche pubbliche. Senza una popolazione in buona salute, le altre priorità – dalla sicurezza alla competitività economica, fino alla sostenibilità demografica – semplicemente non funzionano

Kluge parte da una constatazione che riguarda il modo stesso in cui i governi tendono a ragionare: “La salute è troppo spesso trattata come un settore sociale di secondo livello, qualcosa da finanziare solo dopo aver garantito le altre priorità”. La salute, cioè, viene trattata come una spesa sociale da coprire una volta soddisfatte le priorità “vere”: difesa, crescita economica, sicurezza energetica. Il punto dell’argomentazione è che questo ordine logico è rovesciato. Se una popolazione è malata, se cresce il peso delle patologie croniche, se il disagio mentale riduce la partecipazione al lavoro, tutte le altre politiche diventano più fragili e meno efficaci. In questo senso la salute non è una voce di spesa residuale, ma l’infrastruttura invisibile su cui si reggono sicurezza, produttività e sostenibilità delle politiche pubbliche.

Da “health in all policies” a “health for all policies”

È su questa base che la nuova strategia quinquennale dell’Oms Europa – il European Programme of Work 2 – propone un passaggio concettuale significativo: spostarsi da “health in all policies” a “health for all policies”, e dunque, da “salute in tutte le politiche” a “salute per tutte le politiche”. Non si tratta soltanto di un cambio terminologico. Il primo approccio invitava i diversi settori pubblici a considerare gli effetti sanitari delle proprie decisioni. Il secondo ribalta la prospettiva, la salute, da parametro, auspicabilmente da integrare nelle politiche, diventa uno strumento per raggiungerne gli obiettivi.

In altre parole, politiche climatiche, urbane, del lavoro o dell’istruzione non dovrebbero semplicemente tenere conto della salute, ma utilizzarla come leva per rafforzare resilienza economica, coesione sociale e stabilità demografica.

Il costo economico della cattiva salute

Kluge osserva che “le cattive condizioni di salute sono già uno dei principali freni alla crescita della produttività in Europa”, sottolineando come malattie croniche, stress e assenze di lungo periodo rappresentino un costo crescente per le economie europee. E di fronte a un continente che invecchia – le proiezioni che stimano che entro il 2050, più di un terzo della popolazione europea sarà ultrasessantacinquenne –, il cambio di paradigma non è più rinviabile.

Il potenziale economico della salute e delle sue industrie

Ma il punto centrale del ragionamento è un altro: la salute non è solo un costo da sostenere, ma un fattore di sviluppo. Il rovescio della medaglia è che “sistemi sanitari forti favoriscono l’innovazione, creano posti di lavoro e attraggono investimenti”. È, dunque, la salute a favorire un ecosistema produttivo capace di generare sviluppo tecnologico e industriale. “Con l’espansione delle tecnologie di salute digitale, il settore sanitario stesso traina la crescita nei campi dell’Ict, della governance dei dati e delle industrie delle scienze della vita”, scrive Kluge. In un contesto in cui la competizione globale si gioca sempre più su dati, ricerca e tecnologie avanzate, la sanità diventa così uno dei motori della trasformazione economica. È un punto che rimanda direttamente al ruolo strategico dell’industria delle life science nell’economia europea.

Un settore che non riguarda soltanto la sanità, ma che rappresenta una delle principali piattaforme di innovazione del continente, capace di mobilitare ricerca scientifica, investimenti e filiere industriali ad alto valore aggiunto. Non a caso, secondo un recente report di Efpia, l’Europa rischia di lasciare sul tavolo oltre 120 miliardi di euro di potenziale economico nei prossimi anni se non riuscirà a rafforzare la propria competitività nel campo delle scienze della vita.

Una cifra che restituisce la posta in gioco della competizione globale per l’industria della salute. Il settore rappresenta già oggi uno dei pilastri dell’economia europea, con 366 miliardi di euro di export e oltre 2,3 milioni di posti di lavoro. La tesi di fondo è che la salute non è un costo da coprire dopo aver finanziato altre priorità, bensì, è l’investimento che rende quelle priorità possibili.

Non una politica tra le altre

Se sicurezza significa resilienza delle società di fronte alle crisi, se competitività significa capacità di innovare e attrarre capitale, se demografia significa mantenere attiva e produttiva una popolazione che invecchia, allora diventa innegabile che la salute sia una delle infrastrutture strategiche dell’Europa. Non una politica tra le altre, ma la condizione che permette a tutte le altre di funzionare.


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