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Quella di Sigonella è una decisione che guarda al consenso. La versione di Pelanda

Il diniego italiano all’uso della base di Sigonella si inserisce più in una dinamica procedurale che in una rottura politica. Mentre sullo sfondo emergono anche considerazioni di consenso interno e gestione del posizionamento internazionale. Intervista a Carlo Pelanda

Nelle scorse ore è stata resa pubblica la notizia del rifiuto da parte delle autorità italiane di permettere l’uso della base aerea di Sigonella a dei bombardieri americani. Dalle verifiche effettuate, i velivoli non risultavano impiegati per attività logistiche o tecniche già ricomprese negli accordi vigenti, rendendo necessario un via libera specifico che non era stato richiesto. Ma c’è qualcos’altro che ha pesato nel prendere questa decisione? Formiche.net lo ha chiesto a Carlo Pelanda, saggista esperto di affari internazionali.

Come legge i fatti dello scorso venerdì?

Come un semplice vizio di forma. Probabilmente non era stata data in tempo la dovuta comunicazione, come dice il nostro ministro della Difesa, e come penso che d’altronde sia. Forse c’era un’ambiguità sull’interpretazione di quelle che sono le regole di accesso, ed è probabile che il ministro italiano abbia optato sul lato formale per il rispetto della sovranità nazionale e degli accordi fatti con gli Stati Uniti. Diversa la questione sul lato sostanziale.

Cosa sta implicando?

Sul lato sostanziale è evidente che il governo stia assumendo una posizione più utile al consenso interno, che è fondamentalmente una posizione contro Trump. O meglio, più che contro Trump è contro la guerra nel Golfo, e anche contro Israele. I dati del referendum di marzo mostrano che gli elementi di aderenza agli Stati Uniti sono stati pregiudiziabili del consenso in un’ampia parte della popolazione, e specialmente tra i giovani. Non mi stupisce dunque che in questo frangente il governo voglia in qualche modo presidiare la sovranità nazionale, implicando un’avversione all’amministrazione Trump.

Crede che questo episodio inciderà negativamente nelle relazioni tra Stati Uniti e Italia?

No, non credo, perché penso che abbiano attutito molto questo gesto sul piano informale. La verità è che non può permettersi una divergenza eccessiva con gli Stati Uniti per vari motivi. Per questo ritengo che, molto probabilmente, al gesto formale sia poi corrisposto una comunicazione informale più amichevole.

Quindi non possiamo guardare a questo episodio come un riposizionamento di Roma, riavvicinandosi ad altri attori europei?

È evidente che l’Italia in questo momento stia andando in convergenza con Germania, Francia e Regno Unito perché ritiene più utile cercare una convergenza sul piano delle relazioni dell’Unione europea. La posizione dell’Italia rispetto agli Stati Uniti è di distacco riguardo alla guerra, da contestualizzare però dentro generali affermazioni di amicizia e di divergenze non esagerate. Ripeto, la matrice è più di politica interna. Il governo è in una fase un po’ nervosa perché la sconfitta nel referendum è stata molto pesante, e quindi probabilmente ci sono un po’ di dubbi su quali mosse seguire con gli Stati Uniti e la loro amministrazione. Amministrazione che tra l’altro ha recentemente usato una cortesia particolare nei confronti dell’Italia.

E queste perplessità sono sfruttate dall’opposizione?

È una dinamica del tutto normale. L’opposizione, forte del risultato referendario, è molto eccitata e naturalmente più aggressiva. La maggioranza invece, percependo un rischio elettorale, tende invece ad abbassare i toni e a presentarsi come forza responsabile. Si tratta di dinamiche legate alla competizione politica interna, che non vanno sopravvalutate. Fanno parte del normale confronto democratico.

Nell’immaginario popolare, il nome di Sigonella si riferisce ai fatti avvenuti nel 1985. Un parallelismo subito ripreso da molti media. Crede che sia fondato, oppure sia soltanto una forzatura?

Mi sembra una forzatura, nient’altro.


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