Il decreto Bollette, come in generale le misure messe fin qui in campo per disinnescare una crisi energetica nazionale, non ha avuto quella profondità che serviva. Un errore eliminare il meccanismo di tassazione sul carbone, equivarrebbe a non considerare la transizione come una politica industriale. Meloni tra Usa ed Europa? Un’ambiguità che ha alimentato la vittoria del no al referendum. Intervista alla deputata dem e membro della commissione Attività produttive, Paola De Micheli
Un’occasione sprecata, quando si poteva fare qualcosa di diverso. Sull’energia il governo di Giorgia Meloni ha fatto poco, troppo. E non è una questione di soldi, ma di idee, ci tiene a chiarire subito Paola De Micheli, deputata e membro della commissione Attività produttive, dopo il via libera della Camera al decreto Bollette. Il primo disco verde in Parlamento per l’esecutivo, da quando è uscito sconfitto dalla battaglia referendaria sulla giustizia.
De Micheli, il decreto bollette ha fatto un passo in avanti, la Camera ha dato il disco verde. impressioni?
Un’occasione persa, un provvedimento debole e inadeguato. Mi sarei aspettata una discussione su interventi strutturali, mentre il governo ha deciso di proseguire con un metodo burocratico la discussione, senza aprire un vero dibattito in commissione. Ci sono due approcci possibili a questo decreto bollette, uno è l’esercizio della polemica fine a sé stessa, l’altro è l’esercizio della responsabilità che il Pd ha usato davanti a un esecutivo che sonnecchia davanti al caro energia per le famiglie e le imprese italiane. Il decreto era già debole e inefficace nella sua prima stesura, rimane incomprensibilmente inconcludente oggi.
Qualcuno potrebbe obiettare che fare di più era difficile, se non altro perché non ci sono i soldi…
Invece i soldi, volendo, ci sono. Il Pd ha proposto una serie di soluzioni possibili anche da un punto di vista finanziario. La verità è che c’è una gran confusione, specialmente sul fronte energetico. Fino ad oggi abbiamo avanzato alcune architetture tecniche alternative a quelle dell’esecutivo, pensate e costruite con rigore e assolutamente realizzabili.
Per esempio?
Penso al contratto per differenza inverso per gli impianti marginali a gas. in sostanza, i produttori cederebbero al Gse (il gestore dei servizi energetici, ndr) i ricavi eccedenti al prezzo di riferimento che verrebbero poi redistribuiti ai consumatori finali tramite componenti tariffarie. Ed è la proposta più robusta sul piano della certezza del gettito e della compatibilità con il diritto europeo, che replica per il lato termico la logica già adottata con successo per le fonti rinnovabili. E poi ricordo anche il meccanismo di stabilizzazione anticiclica del prezzo marginale. un corridoio di prezzo simmetrico, gestito dal Gse, che comprime automaticamente la volatilità senza richiedere interventi discrezionali del regolatore. Ancora, il disaccoppiamento strutturale della componente Ets dal prezzo marginale. Inoltre abbiamo fatto proposte sulle concessioni idroelettriche e un regime transitorio sulle bioenergie.
Eppure, scusi se insisto, c’è la sensazione che fino a questo momento le soluzioni proposte dall’esecutivo non siano così strutturali. Le pare?
Se appare molto poco strutturale il decreto bollette, figuriamoci il resto. E poi guardi, la sensazione del tirare a campare c’è un po’ su tutto. Certo, sull’energia appare molto più amplificato. I provvedimenti approvati finora non affrontano le cause strutturali del caro energia, non si investe in una filiera di rinnovabili e ci consegnano a nuove dipendenze dal gas, e ora anche dal carbone. L’Italia merita una politica industriale, energetica seria, strutturale e capace di guardare al 2050.
Qualcosa di strutturale potrebbe essere la riforma del sistema Ets, la tassazione del carbone la cui revisione il governo Meloni sta perorando in Europa.
A me non pare una riforma: si punta a sospendere un meccanismo piuttosto che rivederlo, sono due cose molto diverse. mi pare un modo per dimostrare che si fa qualcosa per le imprese, senza valutare l’impatto che la sospensione del meccanismo Ets può avere sulla transizione. E questo perché per il governo la transizione non è politica industriale. Questo è un punto cruciale nel dibattito attuale: transizione e autonomia energetica sono politica industriale e potenziali strumenti di crescita. Il governo di questo non si occupa. E aggiungo che la proroga voluta dall’esecutivo fino al 2038 per l’utilizzo del carbone dimostra, ancora una volta in più, l’assenza di un pensiero per il futuro. Consapevoli, inoltre, che l’utilizzo del carbone non ridurrà i costi dell’energia.
Andando oltre l’energia, l’Italia e il suo governo dinnanzi alla crisi in Iran. Che idea si è fatta?
Il governo si è spesso appiattito su Trump, tentando in alcuni frangenti di galleggiare tra Europa e Usa. Non mi pare un posizionamento solido: voleva apparire prudente, invece è subalternità. Tutto questo ha spaventato gli italiani ed è sfociato anche nel voto referendario. Perché dentro a quel voto, non c’è solo la questione giustizia, ma molto altro. Il problema è che c’è stata una narrazione tronfia che si scontra con una realtà dura per gli italiani, senza far comprendere da che parte sta il governo, se con l’Europa o con Trump.
















