Il referendum ha rafforzato il potenziale elettorale del campo largo, ma ha anche accentuato le divisioni tra i partiti. Il politologo Marco Valbruzzi analizza le mosse di Conte, le tensioni nel M5S e il nodo della leadership, sottolineando la necessità di trasformare la coesione degli elettori in una proposta politica solida e credibile
Il referendum sulla giustizia ha rimesso in movimento il campo largo, senza però risolverne le contraddizioni. Mentre la maggioranza resta solida, nel centrosinistra si riapre il nodo di leadership, strategia e posizionamento. Il politologo Marco Valbruzzi sulle colonne di Formiche.net legge insieme i principali fronti: dalla spinta dell’elettorato alla competizione tra partiti, dalla mossa di Giuseppe Conte alle tensioni nel M5S, fino al tema – irrisolto – di una proposta politica credibile.
Dopo l’esito del referendum, che tipo di ridefinizione degli equilibri vede nel campo largo? Si va verso una maggiore coesione o verso una competizione interna più marcata?
L’elettorato del cosiddetto campo largo ha parlato chiarissimo nel referendum: c’è, è compatto e può essere mobilitato se qualcuno è in grado di farlo, con le parole e le proposte giuste. Quindi, da quel fronte emerge certamente un messaggio di coesione elettorale. Invece, dal lato dei partiti, è emerso soprattutto un surplus di competizione, prevalentemente dannoso, perché rischia di compromettere quel tesoretto inaspettato portato in dono dal referendum.
La mossa di Conte di aprire esplicitamente la corsa a Palazzo Chigi è un atto di leadership o un azzardo che rischia di isolare il Movimento rispetto agli alleati?
È una scommessa vincente per Conte, ed è anche l’unica opzione per guadagnare una centralità che altrimenti – con un M5S sotto il 15% nelle intenzioni di voto – non avrebbe. Per di più, è anche un modo per cogliere in contropiede il Pd, andando a sfidarlo con uno strumento che proprio i Democratici hanno nel loro Statuto, cioè le primarie. Tatticamente, quella di Conte è una mossa astuta, ma non è detto che tutto questo contribuisca alla strategia del centrosinistra di costruire un’alternative credibile al governo Meloni.
Il proscioglimento di Arcuri può avere un impatto politico più ampio, rafforzando indirettamente la posizione di Conte e la sua credibilità di governo?
No, quel proscioglimento non avrà alcun impatto sull’attuale consenso dei partiti o dei loro leader, incluso Conte. Nella testa degli italiani, l’emergenza Covid è una esperienza passata: tragica ma passata. Un’esperienza che hanno obliterato e non vogliono rivangare. Sono altre oggi le preoccupazioni degli italiani – dal carovita alla guerra, dal prezzo delle bollette alla crisi energetica e alla sicurezza – e solo su quelle si misureranno i reali consensi dei partiti.
Quanto pesa oggi lo scontro tra Conte e Grillo su simbolo e nome del partito? È una dialettica fisiologica o il segnale di una frattura strutturale destinata a cambiare gli assetti del Movimento?
È solo una battaglia dal sapore legale e anche un po’ retrò. La stagione grillina è finita e non potranno essere gli avvocati di Grillo o Grillo stesso a riportarla in auge. Oggi il M5S è il partito di Conte, vero dominus del partito e i “grillini” della primissima ora si trovano in buona parte fuori dal partito, collocati tra gli astensionisti intermittenti. Il vero esame per la leadership di Conte saranno le prossime elezioni Politiche e in quelle si deciderà anche il destino del M5S, soprattutto al Sud.
In un campo largo che fatica a trovare una sintesi, esiste oggi una leadership riconosciuta o si va verso un modello più collegiale e competitivo tra più figure?
La collegialità fa parte, direi in modo ontologico, del centrosinistra italiano. Quindi, è sbagliato rinnegarla o snaturarla. Piuttosto, bisognerebbe capire come valorizzarla evitando dannose lacerazioni. Personalmente, non sono né tra gli osannatori né tra i detrattori delle primarie per la scelta della leadership nel centrosinistra. Si possono fare anche con spirito costruttivo, proprio per rafforzare il perimetro della coalizione e individuare assieme alcuni pilastri programmatici comuni. In altri termini, potrebbero essere il trampolino di lancio per la futura campagna elettorale del centrosinistra. Allo stesso modo, potrebbero diventare una banale e brutale conta sul consenso per i diversi leader in lizza, alcuni anche del tutto improbabili. Se gestite in questo modo, molto meglio lasciar perdere e affidare agli elettori di centrosinistra, con i loro voti alle prossime Politiche, la scelta per la leadership del “campo largo”. In ogni caso, consiglierei di evitare di perdere mesi in oziose discussioni su “primarie sì – primarie no” (e primarie come, quando, ecc.): o si decide in fretta oppure è meglio dedicarsi alla costruzione di una piattaforma programmatica comune, che coinvolga giovani e società civile, cioè i veri vincitori del Referendum costituzionale dello scorso marzo
L’incontro con emissari vicini a Trump va letto come un segnale di posizionamento internazionale di Conte o come una mossa tattica che può complicare i rapporti con il resto del campo progressista?
Credo che sarebbe meglio non leggere affatto quella mossa, né tatticamente né strategicamente. Sul piano internazionale, il M5S sbanda continuamente, senza una bussola. Piuttosto che incontri improbabili con altrettanto improbabili emissari trumpiani, il M5S farebbe meglio a fare un bel seminario, a porte rigorosamente chiuse, sui nuovi equilibri geopolitici, sul nuovo ruolo dell’Europa e sull’interesse dell’Italia nel nuovo disordine internazionale che proprio Trump sta contribuendo a plasmare. Questo servirebbe anche a arrivare al tavolo dei negoziati per la costruzione di un nuovo centrosinistra con posizioni meno erratiche di quelle viste fino ad oggi.
















