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Sulla Nato Trump parla ai suoi, ma l’Ue deve fare di più. Parla Checchia

“Nelle dichiarazioni critiche verso l’Alleanza vi sono componenti di politica interna, volte a solleticare la parte più isolazionista dell’elettorato Maga. Il caso Sigonella? Il governo Meloni si sta muovendo con dignità e con senso dell’interesse nazionale”. Intervista all’ambasciatore Gabriele Checchia, già rappresentante permanente d’Italia presso la Nato

“Con Trump, tutto è amplificato dal linguaggio ruvido del personaggio, dalla drammaticità complessiva del momento internazionale e dal fatto che c’è un fronte elettorale importante negli Stati Uniti che guarda con diffidenza ad alleanze permanenti, al di fuori quindi del perimetro interno immediato”. Al di là delle parole che il presidente americano ha pronunciato sulla Nato, spiega a Formiche.net Gabriele Checchia, l’Ue deve proseguire sulla strada delle riforme per la difesa del domani, e in tutti i casi l’Europa comunque dovrà darsi ulteriori stimoli per fornire un contributo all’Alleanza atlantica maggiore di quello attuale, come già sta facendo con il progetto Safe. In questa conversazione l’esperto diplomatico, già ambasciatore in Libano, presso la Nato, vice direttore dell’Unità Russia e Paesi dell’area ex-sovietica alla Direzione Generale Affari Politici e Consigliere Diplomatico di vari ministri, analizza il perimetro dell’azione americana, le implicazioni in Iran e ricorda un precedente storico del vecchio continente molto significativo se rapportato all’oggi.

Donald Trump sta “seriamente valutando il ritiro dalla Nato”. In primis le chiedo se è possibile. In secondo luogo con quali conseguenze.

Quando Trump si esprime, un po’ di prudenza nel prendere per oro colato le sue parole è sempre opportuna. Un commentatore diceva che il presidente Trump non va preso alla lettera, quindi va fatta una tara sulle sue parole. Quindi io credo che anche questa esternazione che sembra estrema e che porta veramente scenari inquietanti in prospettiva, vada presa cum grano salis, nel senso che non è detto che poi rifletta le sue reali intenzioni. Lo stesso dicasi per la vicenda Groenlandia. Alcuni mesi fa taluni già vedevano lo scontro militare tra Stati Uniti, la Nato e gli alleati europei per difendere i territori della Groenlandia. Ora mi pare che invece la discussione, pur delicata e imbarazzante, stia prendendo un binario più diplomatico.

C’è dell’altro?

Non escludo infatti che egli possa essersi espresso in questi termini anche per strappare ulteriori concessioni agli alleati europei in termini di impegno sui teatri geopolitici di interesse per gli Stati Uniti, in vista sia della riunione dei ministri degli Esteri della Nato il 21 maggio prossimo in Svezia, sia in vista del vertice di luglio in Turchia, che sarà un passaggio fondamentale. Certo è che se si andasse verso una fuoriuscita degli Stati Uniti dalla Nato si porrebbero problemi di varia natura, anche di natura giuridica, sul versante interno statunitense.

Sul piano politico cosa comporterebbe per l’Europa?

Ovviamente la necessità di una molto forte accelerazione nel dotarsi di una capacità autonoma di difesa. Già varie iniziative sono state adottate dalla Commissione, con l’avallo dei principali Paesi membri, ma siamo ancora lontani da una capacità di difesa autonoma. Quindi questo potrebbe essere un motivo proprio per dire “abbiamo Annibale alle porte”, ovvero l’uscita degli Stati Uniti. Bisogna correre ai ripari e chissà che la nostra Europa non possa dare il meglio di sé nei momenti drammatici, come è avvenuto in precedenti occasioni.

Al di là dell’uscita secca di Trump, a quali scenari vanno incontro la Nato e l’Ue?

Dovremmo riflettere sul fatto che negli Stati Uniti, al di là di Trump, c’è una forte irritazione per quello che viene percepito come un insufficiente impegno europeo per la propria sicurezza. Questo è un problema che si trascina da decenni: già durante le presidenza di Obama e Biden io ricordo dure prese di posizione in questo senso da parte di esponenti di spicco di quelle amministrazioni. Ma ora si sta facendo effettivamente di più in Europa per dotarsi del pilastro europeo della Nato anche attraverso gli strumenti che la Commissione europea ha messo in pista, come Safe, il prestito da 150 miliardi di euro per progetti industriali comuni tra almeno due Paesi europei (ma aperti a paesi terzi).

Sarà sufficiente o bisognerà fare di più?

Ciò che mi induce a ritenere che ancora vi sia un margine per l’Europa per darsi una mossa ulteriore in questo frangente difficile è il fatto che non è certo questa la prima volta che l’alleanza si trova a vivere momenti complicati che addirittura potevano far pensare a una sua implosione. Voglio ricordare per tutti la vicenda che, spesso, si trascura anche nelle analisi di autorevoli commentatori: quella di Suez nel 1956, allorché si ebbe un confronto durissimo tra gli Stati Uniti da una parte e i governi francese, britannico e israeliano dall’altro che portarono poi all fallimento dell’operazione congiunta franco-britannica-israeliana a Suez, con addirittura un attacco speculativo innestato dagli Stati Uniti sulla sterlina.

Quindi non sarebbe questa la prima volta in cui la Nato sembra sul punto di implodere?

No. Ricordiamoci anche la seconda guerra del Golfo, con lo scontro nella percezione americana tra la vecchia e la nuova Europa, o la fuoriuscita della Francia dal comando militare integrato nel 1966. Quindi di crisi di questa gravità mi sembra che l’alleanza ne abbia già vissute: ma con Trump, tutto è amplificato dal linguaggio ruvido del personaggio, dalla drammaticità complessiva del momento internazionale e dal fatto che c’è un fronte elettorale importante negli Stati Uniti che guarda con diffidenza ad alleanze permanenti, al di fuori quindi del perimetro interno immediato. Mi piace ricordare che un’autorevole prima dimostrazione di questo tra “tendenziale isolazionismo americano” si ritrovi nel cosiddetto discorso di addio di George Washington, nel quale metteva in guardia gli Stati Uniti da alleanze permanenti. Detto questo, è indubbio che le parole di Trump siano importanti e non andranno sottovalutate.

Una provocazione, una minaccia, o un fatto destinato a non avere poi seguiti attuativi?

Guardi, in tutti i casi l’Europa comunque dovrà darsi ulteriori stimoli per fornire un contributo all’ Alleanza atlantica maggiore di quello attuale e già si sta facendo molto in questa direzione. Se invece fosse una dichiarazione destinata poi ad avere applicazione da parte americana, bisognerà accelerare in maniera notevole sul piano della difesa europea, con tutti quei processi che sono già in corso. Già qualche segnale di uno spostamento progressivo degli oneri, ma anche degli onori sul versante europeo, lo si ha con recente passaggio avallato dal Consiglio Atlantico, di due comandi operativi quello di Napoli, il Joint Force Command e quello di Norfolk. Il primo passerà a un generale a guida italiana al comando, il secondo a un generale britannico, sempre sotto la direzione del vecchio Supremo Comando Alleato che resta un americano. Tutto ciò andrà accelerato e il Consiglio Atlantico del 21 maggio potrebbe costituire un’occasione importante, visto che resta la stanza di compensazione privilegiata per le incomprensioni tra i due lati dell’oceano.

Non mancano però anche i risvolti di politica interna, vero?

Ci sono anche aspetti giuridici molto complessi, dal momento che la Costituzione americana nulla dice sulle modalità di uscita da trattati internazionali e quindi si arriverà a un contenzioso. Nel 2023 il Congresso ha approvato una risoluzione, la 1250 A, del National Defense Authorization Act, che vieta in teoria al presidente di sospendere o terminare il trattato atlantico senza il via libera del Congresso, in particolare del Senato. Mi sembra un limite importante e questo comporterà probabilmente, se Trump decide di andare avanti sulla base di quanto dichiarato, un contenzioso complesso tra due poteri dello Stato che potrebbe addirittura sfociare alla Corte alla Corte suprema. Ma c’è anche un quadro variegato all’interno del Partito repubblicano, dove molti deputati e senatori credono nell’alleanza e vogliono che resti vitale, pur con tutti i necessari adattamenti. Quindi molto dipenderà da come si posizioneranno le figure di spicco del Partito repubblicano, ove Trump decidesse di andare avanti, senza dimenticare l’esito delle elezioni di novembre perché una vittoria o una sconfitta repubblicana alla Camera o al Senato aprirebbe scenari nuovi, riducendo i poteri di azione del Presidente.

La vicenda iraniana ha introdotto nell’equazione geopolitica internazionale dei fattori che, fino a qualche settimana fa, non erano assolutamente prevedibili: che cosa pensa delle mosse del governo italiano?

Mi pare che il nostro Governo si stia comportando correttamente, anche con la decisione di non autorizzare l’uso della base di Sigonella, rispettando dunque lo spirito dei trattati che disciplinano l’utilizzo delle basi. E non mi pare che questo sia sempre avvenuto con precedenti esecutivi, a cominciare dal governo D’Alema nel 1999, con l’impiego delle nostre basi per i noti bombardamenti su Belgrado. Quindi direi che il governo Meloni si sta muovendo con dignità e con senso dell’interesse nazionale, in stretto coordinamento. Aggiungo che all’interno del Partito repubblicano vi sono figure di spicco che continuano a vedere l’alleanza come un pilastro della sicurezza euroatlantica e tra queste figure c’è l’attuale Segretario di Stato, nonché consigliere per la sicurezza nazionale, Marco Rubio. Se spostiamo l’analisi a un livello sganciato dalle contingenze, io credo che quanto avvenuto tra le due guerre mondiali, con la fuoriuscita totale degli Stati Uniti dal teatro europeo a seguito della mancata ratifica del Trattato istitutivo della Società delle Nazioni da parte del Senato americano, dovrebbe indurre tutti a riflettere.

A quale proposito?

Probabilmente la tragedia della seconda guerra mondiale e la stessa ascesa al potere di Hitler non avrebbero avuto luogo, perlomeno nei termini che abbiamo conosciuto, se ci fosse stata una perdurante presenza americana sul suolo europeo. Voglio sperare che, a fronte di minacce come quelle cui l’Europa si trova attualmente confrontata e che vengono essenzialmente dal versante russo della Russia di Putin, questo richiamo al periodo tra le due guerre e ai drammi che derivarono dall’uscita americana dal teatro europeo serva di monito a tutti quanti perché, al di là delle parole, quando poi si tratta di negoziare seriamente ci si deve rendere conto dell’entità della posta in gioco. In quel momento dovrà prevalere il senso di responsabilità su uscite che possono avere anche magari un carattere elettorale. Non escludo che nelle dichiarazioni così critiche verso l’Alleanza da parte di Trump ci siano anche componenti di politica interna, volte a solleticare la parte più isolazionista dell’elettorato maga del quale della quale ha bisogno e che pesa tanto e nelle scelte di politica estera dell’amministrazione Trump.

A proposito di Rubio, ha detto che la Nato è una strada a senso unico, riferendosi alle basi. Che effetto avrebbe per l’Europa un suo eventuale coinvolgimento diretto nel conflitto?

Credo che potrebbe avere un effetto pericoloso, perché effettivamente noi sino ad ora siamo riusciti a restarne fuori, poiché si tratta di un conflitto che, come ha detto anche il presidente Giorgia Meloni, si colloca al di fuori della legalità internazionale. L’Europa si troverebbe ancor più in prima linea, mentre mi sembra ragionevole la proposta che Francia, Germania, Italia, Regno Unito hanno avanzato di dar vita a una forza comune per il monitoraggio del traffico sul canale di Hormuz, ma a conflitto terminato. Per cui un ingresso adesso delle nostre capitali nel conflitto comporterebbe conseguenze pesanti: al momento non mi sentirei di andare su questa strada, anche perché non ci sono le condizioni e i sembra che sia uno scenario abbastanza remoto. Devo dire che la prudenza delle principali cancellerie europee mi fa dubitare che si possa arrivare a un coinvolgimento diretto. Prevale un senso della misura finora in Europa e credo che questo sia destinato a protrarsi, pur nella consapevolezza della posta in gioco. Attendiamo l’esito del negoziato sottotraccia che sarebbe in corso con la partecipazione di Cina e Pakistan: mi auguro che ci sia qualche cosa di serio in queste voci che si rincorrono su un possibile compromesso, anche perché le difese iraniane sembra che siano effettivamente molto degradate. La Nato non si colloca all’interno del perimetro geografico entro il quale si sta sviluppando il conflitto, perché deve proteggere l’area euroatlantica. Noi riteniamo che si debba dare un’interpretazione restrittiva del Trattato atlantico e attenerci ai testi che sono il fondamento dell’Alleanza, che ha così ben funzionato per più di 70 anni.

Da queste colonne Edward Luttwak, esperto di politica internazionale e consulente strategico del Governo degli Stati Uniti d’America, ha detto che “la forza italiana ha disperato bisogno di un po’ di pratica”. Una provocazione o un dato di fatto?

Lo stimo, ma ho trovato le sue parole incomprensibilmente polemiche verso questa nostra applicazione rigorosa dei trattati che disciplinano l’uso delle basi in relazione a Sigonella. E devo dire sono rimasto abbastanza sconcertato da questa apparente incapacità di comprendere le nostre ragioni a fronte di quelle che sono le richieste e le aspettative dell’amministrazione Trump. Mi è parsa una lettura non all’altezza della sua qualità, come analista e come conoscitore profondo dei meccanismi politici statunitensi e italiani.


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