La crisi iraniana si intreccia con l’agenda diplomatica degli Stati Uniti, la postura della Cina e la posta strategica dello Stretto di Hormuz. Mentre Washington valuta tempi e costi del confronto e Pechino decide come posizionarsi, la Santa Sede mantiene una terzietà globale e l’Italia, vincolata a Nato e sicurezza energetica, deve muoversi entro margini sempre più stretti. Il commento di Francesco Sisci, direttore di Appia Institute
Oggi c’è una nuova scadenza, il 10 maggio, quando il presidente americano Donald Trump ha detto che sarà a Pechino. Entro quella data la guerra in Iran può essere finita o meno. Se è finita, gli Usa vanno a Pechino con una mano molto forte, se non è finita potrebbe essere un pasticcio per gli Usa che darebbe l’idea di non essere in controllo della situazione. Un altro rinvio (il vertice era inizialmente previsto per il 31 marzo) non cambierebbe la sostanza della cosa.
Quindi gli Usa hanno interesse che finisca, l’Iran il contrario. Per la posizione cinese dipende da cosa decide Pechino, se pensa che il confronto duro con l’America sia inevitabile, può cercare di minare la mano americana in Iran. Se pensa che i rapporti si possano ricucire allora può sperare di facilitare una soluzione. Può restare neutrale, ma certo fornire il proprio sistema satellitare Beidou (Stella Polare) all’Iran contro Usa o Israele sarebbe schierarsi, qui il discrimine chiaro.
L’America d’altro canto può scegliere di continuare la guerra, finirla o sospenderla. Cioè finire ora e riprenderla dopo il viaggio a Pechino. L’ideale sarebbe ottenere un altro successo netto come la distruzione o cattura dell’uranio arricchito iraniano oppure assicurarsi il controllo dello stretto di Hormuz. Specialmente il secondo è delicato. Chiudendo Hormuz l’Iran controlla di fatto il prezzo dell’energia mondiale, cosa che gli Usa o l’Occidente non possono permettersi e così anche altri Paesi produttori di gas e petrolio dell’aerea, che ammetterebbero il ritorno di una egemonia persiana.
La cattura di Hormuz sarebbe ideale. Ma può essere ottenuta in un mesetto con sicurezza, senza mettere le truppe americane sotto il fuoco iraniano, quindi con una contabilità di morti che si impenna? A quel punto l’opinione pubblica americana si si infurierebbe e la Cina o la Russia penserebbero che l’America si è impelagata in Iran come fu 20 anni fa in Iraq. È possibile la cattura dello stretto e l’azzeramento della risposta iraniana allora?
In teoria sì, ma in guerra tutto è incerto e già una volta gli Usa hanno sbagliato i calcoli, pensando evidentemente che il regime si sarebbe arreso con la morte del leader supremo Ali Khamenei. Ciò probabilmente non è avvenuto perché in mancanza di un leader supremo la politica avrebbe dovuto avere il tempo di riassestarsi e trovare un nuovo consenso (che certo avrebbe potuto essere anche anti americano). In mancanza di un consenso però è possibile che nessuno abbia l’autorevolezza per dire: cediamo agli americani e cominciamo daccapo. In questa situazione ci sono una serie di rischi: che l’operazione Hormuz non vada benissimo e che questo smacco possa essere usato da Cina o Russia, e che il vertice di Pechino sia rinviato di nuovo o avvenga con la questione Iran ancora aperta.
In questa serie di incastri non ci sono soluzioni rotonde, ma ci dovrebbe essere un consenso politico vero partendo da dati certi. L’Iran è in ginocchio, non conviene a nessuno che l’Iran sia azzerato come stato, come accadde all’Iraq. Ma questo rischio è meno grave di cedere a Teheran il controllo di Hormuz. Se si arriva agli estremi gli Usa possono comunque riprendere Hormuz, anche se questo significa azzerare l’Iran. Azzerare l’Iran significa potenzialmente creare un vuoto geopolitico che va dall’Afghanistan fino a lambire il Mediterraneo, passando per l’Iraq e la Siria (che a mala pena si regge in piedi).
Ci dovrebbe essere tempo per la diplomazia. L’iniziativa del Pakistan che è andato in Cina può essere importante ma il termometro vero è se l’Iran apre Hormuz senza chiedere nulla in cambio. Questo darebbe a tutti tempo di ragionare e riflettere per cercare poi una soluzione più rotonda. In cambio Trump si dovrebbe impegnare e non gridare questo come una vittoria. Ma con Hormuz bloccato e i prezzi dell’energia volatili le opzioni estreme rimangono in campo mentre la sveglia ticchetta.
E poi metodo
Da questo derivano due code, una per la Santa Sede e l’altra per l’Italia. Le due non possono essere sovrapposte. Sarebbe ridicolo se la Santa Sede considerasse la sua politica in base all’Italia, e quindi sarebbe ridicolo pensare che lo stesso facesse l’Italia con la Santa Sede.
Il papa è il maggiore leader religioso del mondo, al di là di essere la guida spirituale dei cattolici. In tale veste deve parlare a otto miliardi di terrestri, non a un gruppo di occidentali. Inoltre, deve promuovere la pace e non può schierarsi per alcuna guerra perché altrimenti aprirebbe le porte a ogni sorta di possibile guerra santa, e le guerre sante per definizione sono irrisolvibili se non a costo di annientare il nemico.
Invece la sapienza della Chiesa che sta maturando in questi anni è quella di parlare con chiunque e cercare in questo ambito soluzioni politiche, al di là di ogni fede religiosa. Il ruolo del papa al di sopra e al di là di ogni parte, compresa quella della propria fede, diventa fondamentale. Per questo il papa, che non è alleato degli Stati uniti o dell’Iran, della Russia o della Cina, ha una terzietà che affiora sempre di più con il ritiro progressivo della forza di mediazione dell’Onu. È un ruolo prezioso che non può e non deve essere contaminato dalle esigenze politiche di questo o quell’attore, perché altrimenti se ne comprometterebbero la terzietà.
L’Italia però non è questo. È un Paese che ha affidato la sicurezza interna, esterna ed economica a un rapporto bilaterale e multilaterale (attraverso Nato e Ue) all’occidente e agli Usa. Certo, l’America può anche decidere che non deve essere così, che deve uscire da Nato e Ue e allearsi a Mosca o a Pechino. Ciò è legittimo in una democrazia, e se qualcuno ha dubbi in merito lo dovrebbe dire apertamente e che siano discussi altrettanto apertamente meriti o meno della scelta. Se però non si sollevano dubbi in merito, l’Italia può solo adempiere al meglio ai doveri richiesti dal quadro delle sue alleanze. In questo non ci può essere governo o opposizione.
Oggi l’Italia può non volere la guerra, ma la guerra vuole l’Italia, e l’Italia non è il Vaticano. Da questo ne deriva che ci possono e devono essere ragionamenti e passi concreti per capire come affrontare l’emergenza di Hormuz, ma non si può prescindere dall’essere nella Nato né dalla realtà che l’Italia ha una esigenza vitale alla libera navigazione dello stretto e quindi che il prezzo del petrolio resti basso.
Polemiche speciose su questo tema, se entrano nel dibattito partitico, inficiano in realtà ogni prospettiva concreta che la sinistra vada al potere. Questo significa anche che governo e opposizione devono uscire da ogni polemica “pacifinta” e deve presentare agli italiani l’amaro calice della fine dei tempi di Bengodi e l’inizio di una fase complicata e per ora molto incerta dove comunque, a fare o non fare, si rischia moltissimo.
















