Droni cinesi e turchi appaiono nella base di Al Khadim, segnale di nuove convergenze internazionali nel conflitto libico e di un ritorno d’attenzione strategica sull’area da parte delle potenze globali
Nuovi modelli di droni appaiono nel teatro libico, segnalando un crescente coinvolgimento di vecchi e nuovi attori nelle dinamiche relative al Paese nordafricano. Un’inchiesta di Reuters, basata su immagini satellitari e valutazioni di esperti, riporta come sulle piste di volo della base aerea di Al Khadim, sita nella parte orientale della Libia controllata dalle forze di Khalifa Haftar, sarebbero comparsi almeno tre nuovi velivoli senza pilota da combattimento con funzione di sorveglianza e di attacco. Sul piano strettamente militare, tre droni non cambiano da soli il rapporto di forza complessivo. Ma sul piano politico la questione è ben diversa.
Più che la tipologia, a risultare degna di nota è infatti la presunta nazionalità dei droni. Uno di questi rassomiglia molto al Feilong-1 sviluppato da Pechino, che fino ad ora si era tenuta formalmente al di fuori delle logiche del conflitto civile che infuria in Libia da anni. Tuttavia, questa “pista cinese” non è nuova. Già nel giugno 2024 infatti le autorità italiane avevano sequestrato a Gioia Tauro un carico di componenti per droni diretto a Bengasi, ritenuti compatibili proprio con il modello Feilong-1 avvistato presso Al Khadim.
Gli altri due modelli visibili nelle immagini paiono invece essere due Bayraktar TB-2 turchi, macchine simbolo dell’ascesa dei sistemi unmanned nel warfare moderno, impiegate con risultati eccezionali in numerosi campi di battaglia, dal Karabakh all’Ucraina, fino alla Libia. Ed è qui che le cose si fanno interessanti. Negli scorsi anni i Bayraktar T-B2 sono stati il simbolo del sostegno di Ankara al governo di Tripoli nella sua lotta contro Haftar. Vederli oggi stazionati in una base della fazione opposta segnala quanto siano cambiate le geometrie diplomatiche nella regione. Negli ultimi mesi, infatti, la Turchia ha intensificato i contatti con la Libia orientale, nel tentativo di proteggere i propri interessi energetici ed economici.
La questione non è però limitata alle sole macchine, poiché resta l’interrogativo su chi opera e manutiene realmente questi droni. Difficile immaginare infatti che la Libyan National Army disponga autonomamente delle competenze necessarie per gestire piattaforme di questo tipo, dipendendo operatori e/o istruttori esterni. Suggerendo un coinvolgimento ancora maggiore di attori stranieri rispetto alla sola compravendita di questi sistemi d’arma. Compravendita che non dovrebbe comunque avvenire, in base all’embargo promosso dalle Nazioni unite già del 2011, e che invece appare essere palesemente violato in favore del favorire i propri interessi nazionali.
Per l’Italia e per l’Europa, questo è un segnale chiaro. La Libia non è affatto un dossier congelato, ma un teatro ancora vivo, e con una componente militare non trascurabile. Una realtà di cui i governi stranieri sembrano essere ben coscienti. Cosa che forse non si può dire nel nostro caso.
















