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Farmaci, Trump alza la pressione. Tra dazi Usa e contromosse europee

Con un nuovo ordine esecutivo, l’amministrazione Usa vuole imporre tariffe doganali fino al 100% per i prodotti farmaceutici che non rientrano nelle intese già siglate. Segnale che riconferma la volontà degli Stati Uniti di riequilibrare il carico del costo dell’innovazione e di rafforzare la sicurezza sanitaria e industriale

Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha firmato un nuovo ordine esecutivo che introduce tariffe fino al 100% sui farmaci importati per le aziende che non accettano di ridurre i prezzi o di trasferire la produzione sul territorio americano. Un meccanismo che lega direttamente accesso al mercato, politica dei prezzi e localizzazione industriale. La misura entrerà in vigore entro i prossimi 120-180 giorni, segnalando un’accelerazione concreta delle dinamiche avviate lo scorso anno.

Per i Paesi e le aziende che non raggiungeranno un accordo con l’amministrazione statunitense, i dazi potranno arrivare fino al 100%. Al contrario, chi aderirà alle nuove condizioni potrà beneficiare, in determinate circostanze, di esenzioni tariffarie, in una logica che punta esplicitamente ad attrarre investimenti produttivi sul territorio americano e assicurare la sicurezza delle supply chain. “Nonostante la posizione di leadership a livello mondiale nella ricerca e sviluppo per la maggior parte dei farmaci innovativi, gli Stati Uniti dipendono fortemente dalle importazioni, una condizione che rischia di limitare l’accesso del Paese a medicinali salvavita in caso di interruzioni della catena di approvvigionamento globale dovute a crisi geopolitiche o economiche”, si legge nella proclamation presidenziale di Donald Trump che accompagna l’ordine esecutivo di ieri.

Ed è così che, ad un anno dal “Liberation day”, il principio della Most favored nation, nato come strumento per allineare i prezzi statunitensi a quelli dei Paesi avanzati, si riconferma come leva più ampia: non solo contenimento dei costi, ma ridefinizione degli incentivi globali alla produzione, alla ricerca e agli investimenti.

Le conseguenze da questo lato dell’Atlantico

Dinamiche che trovano già riscontri concreti. Negli ultimi mesi, i lanci di nuovi farmaci in Europa hanno già mostrato segnali di rallentamento, mentre cresce l’attenzione delle imprese verso il mercato statunitense – dagli annunci susseguitisi nell’ultimo anno si stimano circa 400 miliardi di investimenti nel comparto diretti oltreoceano –, dove le condizioni di accesso e remunerazione sono in rapida evoluzione.

È in questo contesto che si inserisce la scelta della Svezia di avviare una revisione profonda del proprio sistema di pricing farmaceutico. Un’indagine che punta a ridefinire responsabilità pubbliche, meccanismi di rimborso e governance complessiva del settore, con un orizzonte temporale che arriva al 2027 ma con implicazioni già immediate.

A esplicitare il cambio di fase è stato il ministro della Salute e degli Affari sociali Jakob Forssmed, che ha parlato di una competizione “più intensa che mai” per attrarre investimenti, competenze e studi clinici. “La politica farmaceutica sta diventando parte dell’economia globale del potere”, ha osservato, indicando proprio nelle dinamiche legate al Mfn uno dei principali fattori di trasformazione, accanto al rischio legato alla crescente competizione di Pechino.

Per il governo svedese la prognosi è chiara. Un sistema percepito come poco prevedibile o poco competitivo può risultare in una riduzione degli investimenti, in un minor numero di studi clinici e in un accesso più lento alle terapie innovative. E in scenari estremi, ma non più così improbabili, le aziende potrebbero anche scegliere di non lanciare nuovi farmaci o di ritirare quelli già presenti sul mercato.

L’intesa Usa-Uk: una prospettiva valida anche per l’Europa?

In parallelo, accordi bilaterali come quello recentemente siglato tra Regno Unito e Stati Uniti indicano una possibile traiettoria: maggiore integrazione tra politica commerciale e sanitaria, con effetti diretti sui sistemi nazionali. All’interno dell’accordo, annunciato lo scorso dicembre il governo Uk ha accettato di aumentare del 25% la soglia di costo-efficacia utilizzata dal National institute for health and care excellence, riducendo al contempo al 15% il tetto massimo dei rimborsi che il sistema sanitario può richiedere alle aziende farmaceutiche.

In un annuncio diffuso ieri, Londra ha confermato di aver raggiunto con Washington un’intesa che esenta il Regno Unito dai dazi su prodotti farmaceutici e tecnologie mediche per almeno tre anni. Accordo che prevede inoltre l’avvio di una cooperazione tra i due Paesi per arrivare al riconoscimento reciproco delle autorizzazioni sui dispositivi medici.

Il Regno Unito si è inoltre impegnato ad aumentare la spesa farmaceutica fino allo 0,6% del Pil entro il 2035. Secondo fonti del settore, il testo rappresenta un primo passo verso la definizione di una tabella di marcia credibile per raggiungere questo obiettivo. Il ministro britannico per la Scienza, Patrick Vallance, ha dichiarato: “Grazie a questa partnership, i pazienti di tutto il Servizio sanitario nazionale potranno beneficiare dell’accesso a nuovi farmaci in grado di cambiare la vita, ai quali in precedenza non avrebbero avuto accesso. Non solo: come primo Paese al mondo a beneficiare di dazi pari a zero sulle esportazioni farmaceutiche verso gli Stati Uniti, il settore britannico delle life science riceverà un ulteriore impulso”.

Al di là delle retoriche, è questa la nuova grammatica della politica farmaceutica globale: prezzi, commercio e politica industriale si muovono ormai nello stesso spazio strategico. In gioco non c’è solo il costo dei farmaci, ma l’accesso all’innovazione e l’attrattività dei sistemi sanitari e industriali. Una partita che Europa e Italia non possono permettersi di osservare dall’esterno, ma che va giocata a partire da ora.


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