Un nuovo policy brief dello European Council on Foreign Relations (Ecfr) sostiene che l’Europa sta entrando in una fase di competizione economica più dura con la Cina senza una strategia coerente. Il report propone di superare il semplice de-risking e adottare una vera dottrina di deterrenza economica, sottolineando che i costi dell’inazione sono già visibili nella base industriale europea
L’esposizione europea alla Cina non è più solo una questione di dipendenze nelle supply chain, ma una condizione strutturale. Il controllo cinese su molti minerali critici, unito alla sovrapproduzione industriale e alla capacità di utilizzare commercio e investimenti come strumenti coercitivi, sta ridefinendo il contesto competitivo globale. L’afflusso di prodotti a basso costo non rappresenta solo una distorsione di mercato, ma si inserisce in una strategia geoeconomica più ampia.
Il policy brief Beijing hold’em: European cards against Chinese coercion, firmato dall’esperto del programma geoeconomico dell’Ecfr Tobias Gehrke e dalla research assistant Nina Schmelzer, evidenzia come l’Europa sia ancora impreparata ad affrontare questa fase.
La dipendenza è vulnerabilità
Nel 2025 l’industria europea ha sperimentato in modo diretto cosa significhi dipendere da un singolo attore. La decisione di Pechino di utilizzare il proprio quasi monopolio sulle terre rare come leva geoeconomica ha avuto effetti immediati e tangibili.
A partire dalla primavera, e con un’ulteriore estensione in autunno, il governo cinese ha introdotto misure che richiedevano licenze di esportazione per materiali e magneti essenziali, coinvolgendo settori chiave come l’automotive, l’eolico, la difesa e i macchinari avanzati. Per ottenere tali licenze, le imprese europee hanno dovuto condividere informazioni commerciali sensibili. Nel frattempo, le scorte si sono ridotte, le linee produttive hanno rallentato e alcune componenti della base industriale europea sono entrate in crisi.
La sospensione temporanea di parte di queste misure, annunciata dopo un incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, ha offerto un sollievo solo parziale e fragile. Il commercio di terre rare resta limitato e l’accesso continua a essere complesso. Soprattutto, questa tregua non è stata il risultato di un’iniziativa europea.
L’Unione europea, pur beneficiando indirettamente dell’allentamento delle restrizioni, non ha avuto un ruolo nella sua negoziazione e resta esposta a future escalation. Le sue basi industriali e della difesa continuano infatti a dipendere in larga misura dalla Cina per terre rare, tecnologie correlate e altri input critici, dai semiconduttori ai prodotti farmaceutici fino alle tecnologie energetiche.
A questa dipendenza si aggiunge un secondo elemento di pressione: l’afflusso massiccio di esportazioni cinesi nel mercato unico, che sta mettendo sotto stress il tessuto manifatturiero europeo e alimentando dinamiche di deindustrializzazione.
Il rischio strutturale
Il caso giapponese, colpito da restrizioni cinesi su minerali e materiali nel 2026, dimostra come questa leva possa essere utilizzata in modo rapido e selettivo anche nei confronti di partner avanzati. In questo contesto, la dipendenza non è più solo un fattore economico, ma una vulnerabilità strategica.
“L’Europa – spiega Gehrke in una conversazione con Formiche.net – ha beneficiato della tregua tra Trump e Xi sulle terre rare, ma non se l’è guadagnata. Quando arriverà il prossimo confronto, l’Ue dovrà essere nella stanza con le sue carte di leva sul tavolo e con un piano di gioco in mano. Conoscere le proprie carte è solo metà della partita. L’altra metà è avere una dottrina che aiuti a giocarle”.
Il punto centrale è chiaro: ridurre il rischio non basta più. Serve una strategia capace di incidere sugli equilibri.
Dal de-risking alla deterrenza economica
Il contributo principale del report sta nell’introdurre un cambio di paradigma: la sicurezza economica, concetto sempre più spesso al centro del dibattito internazionale, deve evolvere da approccio difensivo a strumento attivo di deterrenza. Questo implica la capacità non solo di proteggersi, ma di imporre costi.
Secondo gli autori, competitività e sicurezza non sono agende separate. La sovrapproduzione cinese e la coercizione economica sono due facce della stessa medaglia.
“L’eccesso di capacità produttiva della Cina e il toolkit coercitivo di Pechino sono due facce della stessa medaglia”, commenta Gerhke: “Non si possono difendere le proprie industrie dalla prima se si ha troppa paura di difendersi dalla seconda”.
In questo quadro, la politica industriale europea assume una dimensione geopolitica più marcata. Difendere i settori strategici significa anche gestire il rapporto con Pechino in termini di potere.
Le leve europee: più forti di quanto sembri
Il report offre una mappatura sistematica delle leve a disposizione dell’Unione europea.
In primo luogo, il mercato europeo resta uno dei principali sbocchi per le esportazioni cinesi. Questa dipendenza dalla domanda europea rappresenta una leva significativa.
In secondo luogo, l’Europa mantiene posizioni rilevanti in segmenti chiave delle catene del valore globali: macchinari per semiconduttori, aerospazio, industria avanzata e materiali speciali.
Un terzo ambito riguarda le infrastrutture critiche. Le imprese cinesi sono integrate in porti, data center e reti energetiche europee. Questa presenza è spesso percepita solo come vulnerabilità, ma può anche tradursi in leva.
Infine, il report individua alcune “carte jolly”: l’accesso ai mercati dei capitali europei e alla ricerca scientifica. Nel complesso, emerge un dato: l’Europa non è priva di strumenti, ma tende a non utilizzarli pienamente.
Costruire una dottrina europea
Il policy brief propone anche una serie di raccomandazioni operative per sviluppare una vera dottrina di deterrenza economica. Tre elementi risultano centrali.
Il primo è la capacità istituzionale. La creazione di una EU Economic Statecraft Unit permetterebbe di mappare le leve disponibili, coordinare le risposte e monitorare gli episodi di coercizione.
Il secondo è la prontezza operativa. Strumenti come l’Anti-Coercion Instrument devono essere utilizzabili rapidamente, anche attraverso applicazioni provvisorie.
Il terzo è la credibilità. La predisposizione di pacchetti di risposta pre-autorizzati, calibrati su diversi livelli di escalation, rafforzerebbe la capacità di deterrenza.
A questi si aggiunge l’ipotesi di un fondo di solidarietà per sostenere regioni e imprese colpite.
Il vero rischio: l’inazione
Il messaggio più rilevante del report riguarda meno la Cina e più l’Europa. Secondo gli autori, i decisori europei tendono a temere maggiormente i costi di un’azione assertiva rispetto a quelli dell’inazione. Tuttavia, questi ultimi sono già evidenti:
“Gli europei temono più il costo di affrontare la Cina che quello di non farlo. Deindustrializzazione ed estrazione coercitiva sistematica sono i costi cumulativi dell’inazione”, spiega Gehrke.
In questo contesto, l’assenza di una strategia chiara diventa essa stessa un fattore di vulnerabilità. La scelta per l’Europa non è più tra rischio e stabilità, ma tra rischio gestito e declino non governato.
















